Punto dell'Esperto Se il Tech corregge…

Se il Tech corregge…

2 Luglio 2026 12:07

Pensavo di iniziare questa nota parlando dei dati sull’occupazione negli Stati Uniti, dell’aggiornamento sull’inflazione nell’area dell’euro e delle più recenti riflessioni dei principali banchieri centrali in merito all’inflazione e alle prospettive della politica monetaria (argomenti che comunque affronterò); tuttavia, inizierò invece dalla decisione di Meta di sviluppare un’attività di infrastruttura cloud per vendere l’accesso a capacità di calcolo, chip e ai propri modelli di IA, per poi proseguire con l’avvertimento di Oracle secondo cui gli investimenti nell’IA potrebbero non tradursi in profitti.

Meta e il cloud AI: il mercato brinda, ma il rischio è un Piano B costoso

Meta ha deciso di entrare nel settore del cloud – vendendo potenza di calcolo, chip e l’accesso ai propri modelli di IA – affiancandosi così a Microsoft, Amazon e Google in questo ambito.
Alla notizia, le azioni di Meta sono balzate di quasi il 9%: gli investitori hanno accolto con favore la prospettiva che le ingenti spese – che inizialmente sembravano destinate a iniziative senza sbocchi concreti – si traducano finalmente in un business potenzialmente redditizio; tuttavia, a me la notizia ha trasmesso soprattutto un senso di allarme.

Meta ha speso troppo, ha fatto il passo più lungo della gamba e ora deve fare marcia indietro su alcuni fronti. Nel frattempo, ha accumulato debiti. Non è riuscita a lanciare un modello di riferimento e ora sta passando al “Piano B” per valorizzare i propri investimenti. Questo piano comporterà dei costi; di conseguenza, si può sostenere che Meta si trovi in una situazione peggiore di quanto l’azienda stessa avesse previsto. Non ho compreso le ragioni di quel rialzo del 9% a fronte dell’ennesimo tentativo imprenditoriale fallito.

Meta non è certo l’unica ad aver investito eccessivamente in infrastrutture per l’IA; potrebbero esserci altre “scarafaggi” (aziende con problemi nascosti pronti a emergere). Se così fosse, potremmo assistere a un rallentamento della spesa da parte dei colossi tecnologici, con ripercussioni negative sulle rosee previsioni di fatturato dei produttori di chip, i cui titoli hanno registrato una crescita esplosiva nell’ultimo anno. È proprio questo il motivo per cui oggi l’indice coreano Kospi è crollato di oltre il 5%.

Oracle accende l’allarme sui data center AI

In secondo luogo, Oracle ha reso noti alcuni dettagli della sua relazione finanziaria annuale che hanno lanciato un importante segnale d’allarme, sebbene il calo del titolo inferiore al 3% non riflettesse affatto la portata di quanto dichiarato. L’azienda ha avvertito che la costruzione dei data center potrebbe comportare costi più elevati e tempi più lunghi del previsto a causa di problemi nella catena di approvvigionamento, restrizioni governative e rischi legati a terze parti.

Fin qui tutto chiaro. Ma, aspetto ancora più rilevante, ha segnalato che i clienti per i quali i data center vengono realizzati a ritmi così sostenuti “potrebbero essere fortemente indebitati” ed “esporci a rischi di mancato pagamento o inadempienza contrattuale”. In questo caso, Oracle si riferisce a clienti come OpenAI, che ha prenotato un’enorme capacità di calcolo per gli anni a venire senza alcuna garanzia che i ricavi futuri saranno sufficienti a coprire gli impegni presi. In sintesi, Oracle sta dicendo che OpenAI potrebbe aver ordinato troppo cibo, rischiando di non consumarlo tutto e, cosa ancora peggiore, di non pagare il conto.

Nel contesto dell’ecosistema dell’IA, dove molte delle aziende più performanti hanno stipulato importanti accordi bilaterali — “tu investi nella mia azienda e io acquisto chip da te” — un passo falso del genere potrebbe avere conseguenze disastrose. Di conseguenza, ieri il Nasdaq ha registrato un calo dell’1,5%, con i produttori di chip in prima linea tra i titoli in ribasso, a causa del timore che i colossi tecnologici abbiano speso troppo e possano ora rallentare i propri piani di investimento. A peggiorare la situazione è arrivata la notizia che Apple sta trattando con produttori cinesi di chip di memoria inseriti nella “blacklist” per utilizzarli nei dispositivi venduti in Cina. Il mercato cinese rappresenta circa il 15% delle vendite di Apple e altre aziende potrebbero seguire questa strada, vedendo i propri margini di profitto sotto pressione a causa di un’impennata ingiustificata dei prezzi dei chip di memoria: si parla di aumenti percentuali a tre cifre elevate! Di riflesso, Micron ha perso il 10% e anche gli altri produttori di chip hanno subito pesanti contraccolpi, con l’ETF VanEck Semiconductor che ha registrato un calo superiore al 5%.

Successivamente, l’ondata di vendite ha colpito anche i provider di “neocloud” come CoreWeave e Nebius. Entrambe le società hanno registrato perdite a doppia cifra (rispettivamente del 13% e del 17%) nel corso della seduta, mentre l’S&P 500 ha chiuso con un calo molto più contenuto, pari allo 0,22%, dato che la maggior parte delle aziende ha guadagnato terreno nonostante il clima negativo.

Il greggio arretra e raffredda le attese sui tassi

Un ulteriore calo dei prezzi del petrolio, favorito dalle notizie sull’andamento positivo dei negoziati di pace, ha certamente contribuito alla situazione. Il greggio statunitense è sceso di quasi il 3%, portandosi sotto la soglia dei 68 dollari al barile, mentre a Sintra i banchieri centrali esprimevano ottimismo riguardo alle aspettative sull’inflazione. Sia il nuovo presidente della Federal Reserve (Fed), Kevin Warsh, sia la presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Christine Lagarde, hanno ritenuto che il recente calo dei prezzi del petrolio abbia allentato le pressioni inflazionistiche: un’evoluzione che potrebbe consentire loro di evitare un ulteriore inasprimento della politica monetaria nei prossimi mesi.

Prezzi più freddi in Europa, euro sotto pressione sul dollaro

Come ciliegina sulla torta, i dati preliminari sul PCI dell’area euro per il mese di giugno si sono rivelati più contenuti del previsto. L’inflazione complessiva è scesa dal 3,2% su base annua al 2,8% – a fronte di una flessione al 3,0% attesa dagli analisti – mentre l’inflazione core è passata dal 2,6% al 2,4%, contro il 2,5% previsto dagli esperti. Il cambio EUR/USD è sceso a 1,1361, attestandosi appena al di sopra di un livello di supporto chiave di Fibonacci: il principale ritracciamento del 38,2% del rally registrato tra il 2025 e il 2026 (nei pressi di 1,1350), soglia che dovrebbe segnare il confine tra l’apprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro USA, durato un anno e mezzo, e una fase di consolidamento ribassista a medio termine.

Il dollaro risale nonostante i dati deboli, focus sul lavoro USA

Il dollaro USA, di contro, si è rafforzato su tutti i fronti nonostante un dato ADP deludente (98.000 unità contro le 118.000 previste e le 122.000 del dato precedente) e una serie di indicatori ISM che suggeriscono un rallentamento dell’espansione nel settore manifatturiero, accompagnato però da pressioni sui prezzi più contenute: elementi che offrono ai sostenitori di una politica monetaria accomodante (le cosiddette “colombe” della Fed) motivi per apprezzare tali dati. Tuttavia, il rendimento dei titoli di Stato USA a due anni si mantiene appena al di sotto della soglia del 4,20%, mentre gli Stati Uniti si apprestano a diffondere oggi gli ultimi dati sull’occupazione prima delle celebrazioni per il 4 luglio.

Secondo le previsioni di consenso, l’economia statunitense potrebbe aver registrato un incremento di circa 114.000 posti di lavoro nel settore non agricolo a giugno; la crescita salariale mensile dovrebbe attestarsi stabilmente intorno allo 0,3%, mentre quella su base annua potrebbe salire leggermente, passando dal 3,4% al 3,5%. Data l’enfasi esplicita della Fed sull’inflazione e sulla stabilità dei prezzi, un’accelerazione della crescita salariale potrebbe ravvivare le aspettative di una politica monetaria più restrittiva e spingere al rialzo i rendimenti USA, esercitando pressioni sulle valutazioni azionarie proprio mentre si fanno più insistenti i dubbi sul rally del settore tecnologico.

Pressioni sui prezzi in rientro, ma il mercato dipende ancora dal tech

La buona notizia è che il fattore alla base dell’accelerazione dell’inflazione – ovvero il picco dei prezzi dell’energia causato dalle tensioni legate all’Iran – è ormai in gran parte rientrato. La nota dolente, tuttavia, è che in caso di correzione del comparto tecnologico, per il resto dell’indice potrebbe risultare difficile invertire la tendenza.