Titoli di stato, dollaro, petrolio: cosa succede sui mercati, tra tensioni e verbali Fed
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La giornata di ieri ha visto i mercati tornare a guardare alla sfera geopolitica di fronte alle nuove tensioni tra Iran e Stati Uniti e agli attacchi tra i due Paesi. Sui mercati è andata in scena una “classica” reazione: il Brent ha accelerato al rialzo e ha brevemente toccato gli 80 dollari al barile, tensioni sul fronte obbligazionario e “nuove” scommesse sui rialzi dei tassi da parte delle banche centrali.
“Siamo all’interno dello scenario che proponiamo da un po’ di tempo: un equilibrio instabile nel Golfo con una soluzione che rimane elusiva molto più a lungo di quanto immaginato dal consensus. Allo stesso tempo, crediamo che i mercati rimarranno relativamente impermeabili a questa incertezza, con il pericolo più rilevante che proviene da un set-up non favorevole in termini principalmente di sentiment/posizionamento e mutamento della supply-demand balance di Wall Street”, commentano gli strategist di Mps Capital Services.
In un contesto in cui la Federal Reserve (Fed) è apparsa divisa sulla direzione da prendere in tema di politica monetaria. Questa la posizione che è emersa ieri sera dai verbali della Fed della riunione di giugno, il meeting in cui ha debuttato Kevin Warsh alla guida della banca centrale Usa.
Oggi i listini del Vecchio continente provano a rimbalzare dopo la peggior seduta dal mese di marzo, con Piazza Affari che sale del 0,8% poco prima delle 10. Anche il petrolio inverte la rotta, con il Brent che cede quasi l’1% in area 77 dollari al barile, e si allenta la tensione sui rendimenti europei che hanno messo a segno incrementi di oltre 10pb.
Titoli di stato, si allenta tensione
Sotto osservazione anche oggi i titoli di stato europei, con i rendimenti in rialzo con l’escalation in Medioriente dopo le tensioni tra Washington e Teheran. Oggi i rendimenti provano ad allentare la corsa: il decennale italiano è vicino al 3,9% così come l’Oat francese al 3,89%, mentre il bund tedesco resta sopra al 3%.
“Interessante come i titoli di Stato abbiano reagito così negativamente sul rialzo del prezzo del petrolio mentre nella discesa delle scorse settimane non abbiamo visto grandi movimenti dei titoli di Stato a favore di un ribasso dei rendimenti. Le stime sull’inflazione sembrano essere solamente legate all’andamento al rialzo del petrolio mentre per quanto riguarda i ribassi si tende a minimizzare l’impatto sull’inflazione”, commenta David Pascucci di XTB.
“Il mercato é quindi molto sensibile ai rialzi del petrolio ma poco sensibile ai ribassi, una dinamica alquanto singolare considerando la forte correlazione che troviamo tra petrolio e rendimenti dei titoli – spiega ancora l’esperto -. Questa situazione potrebbe cambiare drasticamente nel momento in cui usciranno i prossimi dati dell’inflazione Usa previsti per prossima settimana e soprattutto quanto la Fed inizierà a pubblicare gli studi delle sue task force riguardo l’andamento dell’inflazione e degli altri dati macro oggetto di revisione”.
Verbali Fed, i primi dell’era Warsh
I nuovi aumenti delle quotazioni del greggio hanno portato ad una revisione al rialzo delle aspettive sulle mosse delle banche centrali. Restando in questo ambito, ieri sera sono arrivati nuovi elementi per i mercati, con la pubblicazione dei verbali della riunione del FOMC di giugno. Nell’ultimo meeting, alcuni funzionari hanno discusso la possibilità di un aumento dei tassi di interesse, ma alla fine hanno concordato di mantenerli stabili. Quella che emerge è una crescente preoccupazione tra i policymakers riguardo all’inflazione, mentre i timori per il mercato del lavoro sono leggermente diminuiti.
“I partecipanti hanno generalmente valutato che le informazioni ricevute durante il periodo intermedio suggerivano che i rischi al rialzo per la stabilità dei prezzi rimanevano elevati, mentre i rischi al ribasso per il raggiungimento della piena occupazione si erano moderati un po’”, si legge nelle minute. Durante la riunione di giugno, il FOMC ha votato all’unanimità per mantenere il tasso sui Fed Funds in un intervallo del 3,5% – 3,75%, nella sua prima riunione sotto la guida del presidente Kevin Warsh. Nel comunicato post-riunione, i funzionari hanno dichiarato che l’inflazione rimane elevata e hanno promesso di garantire la stabilità dei prezzi.
Le nuove proiezioni sui tassi, pubblicate dopo l’incontro, mostrano che nove funzionari prevedono almeno un aumento di un quarto di punto quest’anno, mentre sei ne prevedono almeno due. Altri nove non indicano cambiamenti o stimano un taglio. Il nuovo presidente della Fed, critico nei confronti delle cosiddette linee guida prospettiche, ha rifiutato di fornire un outlook sui tassi.
Il comitato ha discusso vari scenari su come l’economia statunitense potrebbe evolversi nei prossimi mesi. In uno scenario con inflazione moderata, la maggior parte dei partecipanti ha affermato di aspettarsi che la banca centrale “mantenga o eventualmente riduca l’intervallo target per il tasso di riferimento”. Tuttavia, in un altro scenario in cui l’inflazione rimane elevata a causa della forte domanda guidata dall’IA, dei prezzi elevati dell’energia e delle tariffe, la maggior parte ha affermato che “un certo irrigidimento della politica sarebbe probabilmente giustificato”.
Verbali Fed: presentati due scenari
“Alcuni temevano che la nuova strategia di non comunicazione del presidente della Fed Kevin Warsh avrebbe svuotato di significato questi verbali. Non è stato così. Il punto chiave emerso dalla riunione è che ai partecipanti sono stati presentati due scenari: un taglio dei tassi posticipato qualora l’inflazione si attenuasse, oppure un aumento più immediato se l’inflazione rimanesse elevata. Entrambi gli scenari sono stati considerati ugualmente credibili”, sottolinea Francesco Pesole di ING rimarcando che il dollaro e i tassi di interesse statunitensi non hanno subito grandi variazioni durante la seduta, e probabilmente avremo indicazioni più precise sulla Fed la prossima settimana.
Martedì prossimo è prevista la pubblicazione del dato sull’inflazione di giugno e mercoledì ci sarà la testimonianza di Kevin Warsh alla Camera dei Rappresentanti. Oggi alle 15 è invece previsto l’intervento di John Williams, presidente della Fed di New York, che si colloca all’estremità più accomodante dello spettro.
“La nostra ipotesi è che l’aumento dei prezzi dell’energia alimenterà le posizioni restrittive della Fed e manterrà il dollaro forte durante i ribassi, soprattutto nei confronti delle valute a basso rendimento. Le valute ad alto rendimento possono beneficiare di una maggiore protezione contro il dollaro forte, grazie ai mesi estivi e alla tendenza degli investitori ad assumere posizioni di carry trade in caso di ribassi”, aggiunge Pesole.