Risparmio: l’Europa punta su nuovi strumenti per colmare l’equity gap, la ricerca Equita-Bocconi
Fonte immagine: iStock
La ricchezza delle famiglie italiane continua a mantenersi su livelli elevati, ma la composizione degli investimenti resta fortemente orientata verso strumenti liquidi e a basso rischio, come depositi bancari, titoli di Stato e immobili. Nonostante negli ultimi anni si sia registrato un graduale riequilibrio a favore delle attività finanziarie, la partecipazione ai mercati azionari rimane limitata e il risparmio privato fatica ancora a trasformarsi in capitale di lungo periodo a sostegno delle imprese.
Una tendenza che non riguarda soltanto l’Italia. In tutta Europa le famiglie detengono una quota significativa della ricchezza privata, ma questa continua a essere concentrata prevalentemente in liquidità, immobili e prodotti assicurativi, a discapito degli investimenti azionari e delle attività finanziarie più produttive. Il risultato è un persistente “equity gap”, che riduce sia le opportunità di crescita del patrimonio nel lungo termine sia la capacità dei mercati dei capitali di finanziare innovazione, sviluppo e competitività delle imprese.
In questo contesto si inserisce il percorso europeo verso la Savings and Investments Union, l’iniziativa che punta a rafforzare il collegamento tra risparmio privato ed economia reale. Tra gli strumenti allo studio figurano anche i Saving Investment Accounts (SIA), concepiti per incentivare una maggiore partecipazione dei risparmiatori ai mercati dei capitali.
Risparmio in Italia e UE: la ricerca di Equita e Bocconi
Questi temi sono stati al centro della tredicesima edizione del convegno promosso da EQUITA e Università Bocconi nell’ambito della loro partnership dedicata allo sviluppo dei mercati dei capitali. Durante l’evento è stata presentata la ricerca “Retail Investments in Europe – Wealth Allocation and ISA, ISK, PEA, PIR Role and Usage”, realizzata dal Centro BAFFI.
Lo studio, curato da Stefano Caselli e Marta Zava, analizza l’evoluzione della ricchezza delle famiglie e delle scelte di portafoglio nel periodo 1998-2024 in Regno Unito, Svezia, Francia e Italia, approfondendo il ruolo dei principali strumenti di investimento retail a fiscalità agevolata: ISA britannici, ISK svedesi, PEA francesi e PIR italiani.
Uno dei risultati più rilevanti emersi dalla ricerca riguarda il ruolo degli incentivi fiscali. Se da un lato i benefici tributari rappresentano un fattore importante per il successo di questi strumenti, dall’altro non sono sufficienti da soli a determinarne la diffusione. Semplicità operativa, flessibilità, stabilità normativa e riduzione degli adempimenti amministrativi si rivelano elementi altrettanto decisivi.
L’analisi mostra infatti che i prodotti privi di vincoli stringenti di detenzione e di limitazioni sugli investimenti registrano livelli di utilizzo significativamente più elevati. Al contrario, lock-up pluriennali, obblighi di allocazione e restrizioni eccessive tendono a scoraggiare i risparmiatori. Secondo gli autori, gli strumenti costruiti attorno alle esigenze degli investitori ottengono risultati migliori rispetto a quelli progettati principalmente per perseguire obiettivi di politica economica o industriale. ISA e ISK, nati per favorire il risparmio e l’investimento delle famiglie, hanno registrato una diffusione più ampia rispetto a PIR e PEA, che incorporano anche finalità di sostegno a specifici segmenti dell’economia. L’esperienza internazionale suggerisce che una maggiore partecipazione dei risparmiatori può tradursi, nel tempo, in flussi complessivi più consistenti verso l’economia reale.
I limiti del modello PIR
Il caso italiano evidenzia alcuni limiti di un approccio particolarmente prescrittivo. I PIR hanno rappresentato un’esperienza significativa e, soprattutto nella fase iniziale, hanno dimostrato la capacità di convogliare risparmio privato verso le imprese italiane. Tuttavia, i vincoli di concentrazione sulle piccole e medie imprese e sul mercato domestico riducono le opportunità di diversificazione, aumentando il rischio percepito dagli investitori e limitando la diffusione dello strumento presso il pubblico retail.
Per rafforzare il contributo del risparmio privato allo sviluppo dei mercati dei capitali italiani, la ricerca suggerisce quindi di affiancare agli incentivi fiscali una struttura più semplice, comprensibile e stabile nel tempo.
L’ipotesi di un conto sul modello svedese
Tra le proposte avanzate emerge l’ipotesi di introdurre anche in Italia un “Conto di Investimento a Tassazione Forfettaria”, modellato sull’esperienza dell’ISK svedese. Il meccanismo sostituirebbe l’attuale tassazione delle plusvalenze con un’imposta annuale calcolata sul valore complessivo del portafoglio, semplificando gli adempimenti, riducendo gli effetti di lock-in fiscale e favorendo una maggiore partecipazione delle famiglie agli investimenti azionari.
L’obiettivo finale sarebbe quello di creare una nuova generazione di strumenti di investimento retail, in linea con le strategie europee della Savings and Investments Union, capaci di trasformare una quota maggiore del risparmio delle famiglie in risorse a sostegno della crescita economica e dello sviluppo del tessuto imprenditoriale.