Paesi emergenti in ripresa: tra tassi alti e dollaro debole, perchè conviene investirci
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L’introduzione dei dazi ha generato un terremoto nei mercati mondiali, con diverse economie destinate a subire pesanti conseguenze nei prossimi mesi. L’analisi del contesto macroeconomico globale suggerisce un momento favorevole per gli investimenti nei paesi emergenti, sostenuti da cinque fattori principali: tassi d’interesse locali, dollaro, commercio, materie prime e Cina.
“Tutto ciò rende oggi attraenti i mercati emergenti, con premi al rischio piuttosto interessanti, soprattutto sui bond in valuta locale e su alcuni settori azionari – afferma Marco Piersimoni, Co-Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management – Restano però elevati i rischi idiosincratici: eventi geopolitici o shock specifici possono spostare bruscamente la narrativa di mercato”.
Tassi più alti nei Paesi emergenti: perché è un fattore positivo
Partendo dai tassi, nei Paesi emergenti questi sono significativamente più alti rispetto a quelli delle economie sviluppate. In media, i tassi di politica monetaria dei Paesi sviluppati si collocano intorno al 2,9%, contro il 6,8% dei Paesi emergenti. “Tassi locali più elevati, rispetto ai paesi sviluppati, offrono spazio per manovre espansive e rendimenti reali interessanti”, spiega Piersimoni. Inoltre, alcuni Paesi, come il Sud Africa, hanno addirittura abbassato i target di inflazione già ambiziosi, “dando prova di grande ortodossia monetaria”.
La dinamica dei prezzi è già sotto controllo in Asia, mentre in altre regioni (America Latina ed Europa dell’Est) la situazione sta migliorando, seppur più lentamente.
Dollaro sempre più giù
Che il dollaro non stia vivendo il suo momento migliore è sotto gli occhi di tutti. Il biglietto verde sta lentamente perdendo il suo status di bene rifugio, mentre l’euro viene percepito come un’alternativa sempre più stabile. “Riteniamo che la dinamica di rafforzamento del dollaro sia giunta al termine, con possibili spazi per una rivalutazione delle valute emergenti, che beneficerebbero di un biglietto verde più debole, soprattutto per quanto riguarda il settore privato (indebitato in dollari)”, spiega Piersimoni.
La pensa allo stesso modo Cathy Hepworth, Head of Emerging Markets Debt di PGIM Fixed Income, che afferma come nel secondo trimestre, quasi tutte le valute dei mercati emergenti si sono rafforzate rispetto al dollaro. Questo nonostante l’aumento dei rendimenti statunitensi trainato dai rendimenti reali in crescita. “In prospettiva, un andamento del dollaro più debole ma contrastante potrebbe offrire numerose opportunità”.
Come il commercio viene influenzato dai dazi
Altro fattore che gioca a favore dei mercati emergenti è il cambiamento negli snodi del commercio. Questi si stanno riorientando tra Paesi emergenti, riducendo la vulnerabilità ai dazi e aumentando la resilienza. Alcuni Paesi si distinguono per la qualità e la diversificazione delle loro esportazioni. Un esempio è il Vietnam: pur essendo un importante partner commerciale degli Stati Uniti (140 miliardi di dollari di export), al pari di Giappone e Germania, sta aumentando le sue esportazioni verso altri Paesi emergenti (oggi a 250 miliardi).
I Paesi asiatici, protagonisti della rivoluzione tecnologica e dei semiconduttori, sono molto meno esposti al rischio dazi; Taiwan, per esempio, sebbene esporti negli Stati Uniti il 25% del suo export totale, produce beni ad altissima tecnologia che sono poco sostituibili. Anche la Cina ha ridotto fortemente la sua dipendenza dagli Usa, con la quota di export diretta verso gli Stati Uniti che è scesa dal 19 al 14% dalla prima presidenza Trump.
Il peso delle materie prime
Anche il tema delle materie prime è centrale per i mercati emergenti. I prezzi delle commodities, sebbene ancora influenzati da dinamiche geopolitiche e dalla politica energetica statunitense, stanno mostrando segnali di ripresa, soprattutto grazie a una domanda più solida. Il valore di queste materie prime, tuttavia, segue l’andamento dell’economia globale: quando l’economia mondiale cresce, aumenta la domanda e i prezzi salgono; quando rallenta, i prezzi tendono a calare.
Fa eccezione il petrolio, il cui prezzo non dipende solo da fattori economici, ma anche da scelte politiche, soprattutto negli Stati Uniti. L’amministrazione Trump sta puntando a mantenere costi dell’energia bassi, per motivi economici e strategici. Per ottenere questo risultato, ha stretto un accordo con l’Arabia Saudita, in base al quale gli Stati Uniti forniscono tecnologia (chip) in cambio di petrolio venduto a prezzi contenuti.
Il ruolo della Cina
Tra i Paesi emergenti, la Cina si distingue per una dinamica peculiare, essendo la seconda economia mondiale e al centro di forti tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti.
Il Paese mostra segnali contrastanti: da un lato, si registrano esportazioni deboli e un calo della produzione industriale; dall’altro, si osservano una crescita dei consumi e un’espansione del credito. Il settore immobiliare, dopo una fase critica, sta mostrando i primi segnali di stabilizzazione.
Come spiega Piersimoni: “La situazione della Cina può essere descritta, in gergo economico come “derivata seconda”, nel senso che il contesto economico non è brillante ma siamo nella fase di rallentamento del declino”. A sostegno della ripresa, sono attesi nuovi stimoli economici, come tagli ai tassi d’interesse e maggiori investimenti pubblici, volti a rafforzare la domanda interna.