Mercati alla finestra: occhio ai segnali in arrivo dagli “eventi” di questo venerdì
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“Fateful friday“. Così gli strategist di ING definiscono questo venerdì che vede due eventi che potrebbero imprimere una direzione o in ogni caso impattare sul tono dei mercati che ieri hanno mostrato una certa cautela. Da una parte i dati sul mercato del lavoro statunitense per il mese di dicembre, con gli economisti che vedono indicazioni di una normalizzazione dell’occupazione, dall’altra la (probabile, non certa) sentenza della Corte Suprema sui dazi.
Lavoro Usa e dazi
Cominciamo con i dati. Questa settimana sono arrivati segnali macroeconomici contrastanti per gli Stati Uniti: buone indicazioni dall’ISM servizi, ADP accettabile e JOLTS pessimi. “I dati pubblicati ieri sui licenziamenti annunciati a dicembre (Challenger Job Cuts) hanno registrato l’ammontare minore dal luglio 2024, con le assunzioni ai massimi dal 2009 per il solo mese di dicembre. Sembrano quindi emergere indicazioni di un fine anno positivo per il mercato del lavoro, da confermare con i dati odierni”, segnalano gli strategisti di Mps Capital Services.
Venendo al set di dati in calendario oggi, il consenso si attende una crescita dei nuovi occupati in linea con il mese di novembre, un lieve ridimensionamento del tasso di disoccupazione e pressioni salariali stabili. Francesco Pesole, strategist di ING, sottolinea che il dato riportato da Bloomberg è salito da 50.000 a 65.000 unità negli ultimi due giorni, con un consenso degli economisti a 70.000. Il tasso di disoccupazione, suggerisce ancora Pesole, potrebbe essere monitorato ancora di più da vicino rispetto all’occupazione, riflettendo l’attenzione della Fed sulla disoccupazione. “Si prevede un rallentamento dal 4,6% al 4,5%, il che, combinato con 50-100.000 buste paga, sarebbe sufficiente a escludere completamente un taglio a gennaio e a mantenere la probabilità di un taglio a marzo al di sotto del 50%. La nostra previsione è di 50.000 buste paga e 4,5% per la disoccupazione“, indica l’esperto.
“Dati in linea con il consenso potrebbero non modificare le attese sulla politica monetaria della Fed”, avvertono da Mps Capital Services indicando che al momento un taglio pieno da 25 punti base è prezzato non prima di giugno da parte dei future sui Fed Fund e comunque una mossa è ritenuta estremamente improbabile prima di marzo.
Attesa per la decisione della Corte Suprema
Non solo dati Usa, c’è attesa per la decisione della Corte Suprema su alcuni dazi imposti dall’amministrazione. Corte Suprema che è chiamata a pronunciarsi sulla legittimità dell’uso dei poteri di emergenza IEEPA per l’imposizione dei dazi, e i numeri in gioco, afferma Gabriel Debach di eToro, sono tutt’altro che marginali. Le entrate del Tesoro derivanti dai dazi hanno registrato un’accelerazione verticale, arrivando a toccare punte di quasi 25 miliardi di dollari al mese.
Vale la pena ricordare che la recente raffica di dichiarazioni pubbliche del presidente Usa, Donald Trump, in difesa delle tariffe suggerisce che si stia preparando a una decisione e che la sentenza potrebbe essere negativa. Con un aspetto da considerare: la questione dei potenziali rimborsi che potrebbero essere avanzata dagli importatori statunitensi (un tema che la Corte Suprema dovrebbe, tuttavia, lasciare alle corti inferiori). Nel complesso, spiega Pesole, questo scenario potrebbe anche essere interpretato dai mercati come un allentamento delle pressioni inflazionistiche e un miglioramento della redditività aziendale, peggiorando al contempo le prospettive di bilancio e riducendo le aspettative per lo stimolo “dazi” proposto da Trump.
Ma anche in caso di bocciatura, spiega Debach, l’amministrazione potrebbe ricostruire rapidamente il “muro” tariffario ricorrendo ad altre autorità. La direzione politica resterebbe quindi invariata, cambierebbe solo la corsia giuridica. Per questo, secondo l’esperto, il verdetto rischia di essere più un acceleratore di volatilità che un vero punto di arrivo.
La cautela di Wall Street
I mercati, intanto, restano alla finestra. Come l’indice S&P 500 che mostra una certa prudenza, scambiando vicino ai suoi massimi storici, compresi tra 6.960 e 6.970 punti, in vista del rapporto sull’occupazione statunitense. “La capacità dell’indice di rimanere a livelli elevati, pur in assenza di un forte slancio al rialzo, suggerisce che il mercato non è né in preda al panico né disposto ad aumentare significativamente l’esposizione al rischio. Si tratta di un tipico atteggiamento attendista, che descrive gli investitori che si fanno temporaneamente da parte per valutare dati che potrebbero influenzare direttamente le aspettative sui tassi di interesse”, suggerisce Xinh Tran, Market Analyst di XS.com.
Secondo la view di Tran, la questione chiave non è il dato principale in sé, ma se il mercato del lavoro si stia raffreddando a sufficienza da consentire alla Fed di prendere in considerazione un allentamento della politica monetaria, o se rimanga abbastanza “caldo” da giustificare il mantenimento di tassi di interesse più elevati per un periodo più lungo. Dato che l’inflazione dei servizi rimane sensibile alle dinamiche salariali, qualsiasi segnale di un mercato del lavoro eccessivamente forte potrebbe indurre la Fed a mantenere un atteggiamento più cauto del previsto.
E lato dollaro? “Crescono le aspettative che il rapporto odierno sull’occupazione negli Stati Uniti sia sufficientemente buono da tenere la Fed ferma più a lungo e che la Corte Suprema si pronunci contro i dazi di Trump – commentano da ING -. La combinazione di questi fattori si rivelerebbe moderatamente positiva per il dollaro: il biglietto verde ha già assorbito alcuni spunti positivi di recente. In ogni caso, gli eventi di oggi determineranno il tono del mercato dei cambi per un po’ di tempo“.