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Le oil major europee prigioniere di un trilemma

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Si parla sempre più spesso di transizione energetica e dell’importanza dell’adozione e lo sviluppo di energie rinnovabili. In un discorso tenuto di recente, Mark Carney, l’ex governatore della Bank of England ha coniato l’espressione ‘tragedia dell’orizzonte’ (‘Tragedy of the Horizon’) evidenziando la differenza nell’orizzonte temporale di azione tra la politica monetaria (2-3 anni) e gli investimenti finalizzati al cambiamento climatico (secondo una ricerca di Barclay’s  saranno necessari circa 40 trimestri per apprezzare in maniera concreta gli effetti e lo sforzo delle aziende per convertire le proprie attività in attività a ridotto impatto ambientale). Questo mismatch temporale genera la necessità di incentivi diversi da quelli tradizionali per favorire gli investimenti in settori o energie che siano climate friendly. Sarebbero queste le cause della sottoperformance da parte delle major dell’oil europee rispetto a petrolio e competitors d’oltreoceano.

Nel vecchio continente si sta prestando maggiore attenzione alla transizione energetica e buona parte della liquidità generata dalle aziende viene dirottata in investimenti in attività a bassa emissione di carbonio o attività rinnovabili (Capex per la transizione) invece di remunerare gli azionisti attraverso dividendi o buyback.
Le aziende europee del settore infatti hanno il più alto Cash Flow Yield di sempre anche tenendo in considerazione le Capex per favorire la transizione energetica. Strategicamente quindi si stanno focalizzando più sul lungo termine e appunto sul passaggio verso fonti di energia pulita.
Secondo la banca d’affari inglese, la spesa per attività low-carbon rappresenta oggi il 15% del cash flow e potrebbe arrivare al 30% nel 2025. L’energia pulita supererà gli idrocarburi nel 2037/38, è chiaro come ci sia ancora molta strada da fare. E forse è proprio questo che impensierisce gli investitori, delle Capex troppo a lungo termine per le quali non si riesce a stimare con un buon grado di certezza la redditività.
Con un Free Cash Flow yield attualmente al 12% e destinato ad arrivare al 20% secondo le stime di Barclays, il divario tra petrolio e prezzo delle azioni non è mai stato così ampio dal 2000.
Fondamentalmente le aziende si trovano ad affrontare un triplice problema: da una parte le dinamiche di domanda e offerta del mercato supportano gli investimenti nell’upstream favorito anche da un prezzo del petrolio Brent a circa 75 dollari, dall’altra la necessità di destinare una parte del flusso di cassa in attività “low-carbon” quando gli azionisti richiedono, viste anche le performance dei mercati, una maggiore remunerazione in termini di dividendi o buybacks. Tra l’altro in Europa, ricordiamo anche la recente sentenza della corte di Hague in Olanda secondo cui Shell dovrebbe ridurre le emissioni inquinanti più velocemente di quanto inizialmente pianificato.
Il vero tema è quindi di arrivare al giusto equilibrio tra incentivi di breve e incentivi di lungo termine affinchè la transizione verso le energie pulite proceda nel migliore dei modi.