Notizie Notizie Italia Italia, crescita anemica: Meloni e Giorgetti incassano le stime di Confindustria

Italia, crescita anemica: Meloni e Giorgetti incassano le stime di Confindustria

2 Ottobre 2025 11:43

La crescita economica dell’Italia resta debole e fatica a trovare slancio. Secondo le ultime previsioni del Centro Studi Confindustria (CSC), il PIL aumenterà appena dello 0,5% nel 2025 e dello 0,7% nel 2026. Numeri che confermano un quadro di stagnazione, soprattutto se confrontati con la media europea.

Il rallentamento italiano è figlio di un contesto internazionale complesso: tra tensioni geopolitiche, barriere commerciali e domanda estera in calo, il sistema produttivo italiano sta pagando un prezzo alto. Ma la “via per la salvezza” c’è come indica il Centro Studi di Viale dell’Astronomia.

Ma nell’analisi pubblicata oggi dal titolo “investimenti per muovere l’Italia”, è contenuto un preciso riferimento al PNRR e alla crescita del Pil.

L’allarme di Confindustria: Italia cresce poco

“Penalizzata dal difficile contesto globale ed europeo, la crescita in Italia resterà bassa nell’orizzonte di previsione”. Secondo il Centro studi Confindustria, “la dinamica annua dell’economia è frenata dalla battuta d’arresto nel secondo trimestre 2025, quando il Pil italiano è diminuito di 0,1%, a causa della caduta delle esportazioni. La debole dinamica del Pil, sia nella media del 2025 che nel 2026, sarà sostenuta prevalentemente dagli investimenti, in minor misura dai consumi delle famiglie, mentre contribuiranno negativamente le esportazioni nette”. Il deficit pubblico è in calo, sotto la soglia Ue del 3% del Pil nel 2026, creando le condizioni per l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo.

Export in affanno, import in crescita

La parte più debole della nostra economia resta il commercio estero. Le esportazioni italiane cresceranno poco o nulla nel biennio 2025-2026, con un calo particolarmente evidente nei beni manifatturieri. Al contrario, le importazioni continueranno a salire, con un impatto negativo sul saldo commerciale e quindi sulla crescita del PIL.

Le cause sono molteplici: l’Europa, nostro principale mercato, si muove lentamente; l’euro forte penalizza la competitività delle imprese italiane; e le nuove barriere tariffarie imposte dagli Stati Uniti complicano ulteriormente lo scenario. Un barlume di ottimismo potrebbe arrivare dalla ratifica dell’accordo UE-Mercosur, che aprirebbe nuove opportunità per le aziende italiane. Ma il quadro resta fragile.

Investimenti: la vera ancora di salvezza

Ma se l’export non tira, sono gli investimenti fissi a mantenere in piedi la crescita. Dopo il rallentamento del 2024, quest’anno dovrebbero crescere del 3%. A sostenerli concorrono gli incentivi fiscali legati ai programmi di Transizione 4.0 e 5.0, la spinta garantita dal PNRR, che continua a favorire soprattutto le costruzioni non residenziali, e la riduzione dei tassi d’interesse, frutto della fine della stretta monetaria.

Anche gli investimenti residenziali, dopo la caduta del 2024, sono tornati a crescere. A dare una mano restano gli Ecobonus e i Bonus Ristrutturazioni, pur con una portata più ridotta rispetto al passato.  Ma “La crescita anemica del Pil attesa quest’anno e il prossimo rende necessario muovere l’Italia, intervenendo con le leve più efficaci a disposizione, anche sbloccando la ricchezza finanziaria dal parcheggio in depositi bancari improduttivi”, si legge nel Rapporto nel quale si sottolinea che l’implementazione del PNRR, che include investimenti pubblici, riforme, incentivi, avrà un impatto molto positivo sulla crescita del PIL nel biennio di previsione: tra 2025 e 2026 le risorse programmate ammontano a circa 130 miliardi.

Secondo una simulazione del CSC, l’effetto positivo del PNRR sul PIL è stimato in un +0,8% nel 2025 e un +0,6% nel 2026, rispetto alla variazione nello scenario base (+1,4% cumulato nei due anni). “Questo significa che la dinamica del PIL italiano in assenza di PNRR sarebbe di -0,3% nel 2025 e di +0,1% nel 2026 (-0,2% nel biennio): non ci sarebbe crescita, ma una stagnazione“, avvertono gli esperti.

La ricchezza finanziaria come leva per la crescita

Un ruolo cruciale per rilanciare gli investimenti può arrivare proprio dalle famiglie. La loro ricchezza finanziaria ha raggiunto livelli record: oltre 6.000 miliardi di euro nel 2024, di cui circa 1.500 miliardi “parcheggiati” in depositi bancari. Mobilitare anche solo una piccola parte di queste risorse potrebbe fare la differenza dice il Centro Studi. Spostare l’1% dai conti correnti verso obbligazioni o azioni di aziende italiane significherebbe liberare circa 15 miliardi di nuovi investimenti produttivi.

Per rendere possibile questo passaggio servono però politiche mirate: strumenti finanziari semplici, sicuri e trasparenti che convincano famiglie, fondi pensione e assicurazioni a destinare parte della liquidità verso l’economia reale. Non solo per sostenere le imprese, ma anche per finanziare infrastrutture strategiche, sanità e istruzione.