Notizie Notizie Mondo Inflazione Usa, test alle porte. Ecco le attese

Inflazione Usa, test alle porte. Ecco le attese

8 Agosto 2025 15:02

Su questi mercati d’agosto, periodo dell’anno caratterizzato da bassi volumi e statisticamente poco favorevole agli asset rischiosi, piomba la prossima settimana un dato da cerchiare in rosso in calendario: ovvero l’inflazione Usa per il mese di luglio. Il dato verrà diffuso martedì 12 agosto.

Restando sempre negli Usa, verranno monitorati da vicino i discorsi di alcuni banchieri della Fed in vista di Jackson Hole (21-23 agosto) e della riunione di metà settembre della banca centrale Usa. Attese le parole di Michelle Bowman (Fed votante, si è espressa contro la recente decisione del Fomc di mantenere i tassi fermi a luglio), con il suo intervento previsto per domani 9 agosto.

Vediamo nel dettaglio gli spunti principali in calendario la prossima settimana (11-15 agosto 2025)

Inflazione Usa in primo piano

E’ come sempre uno dei test più attesi tra i dati macroeconomici globali. La prossima settimana arriva l’inflazione statunitense (in uscita martedì), attesa accelerare sia nella parte core sia headline. Si raccolgono così tutti gli elementi e i dati in vista del meeting della Fed di settembre.

Secondo gli analisti interpellati da Bloomberg, il Cpi, una delle misure seguite da vicino dalla Fed in ottica tassi, dovrebbe mostrare una crescita del 2,8% su base annua rispetto al 2,7% della passata rilevazione, mentre su base core, ossia al netto delle poste più volatili come bene alimentari ed energetici, l’inflazione dovrebbe tornare a risalire al 3% dal 2,9%. Su base mensile l’inflazione è attesa in lieve rallentamento al ritmo dello 0,2% dal precedente 0,3% (core atteso a +0,3% m/m da +0,2%).

Il team di analisti di Goldman Sachs, in vista della pubblicazione del dato, stima per il mese di luglio “un aumento dello 0,33% dell’indice core CPI (rispetto al +0,3% previsto dal consensus), pari a un tasso annuo del 3,08% (riaspetto al +3,0% del consensus).Per l’indice CPI complessivo stimiamo un incremento dello 0,27% (rispetto al +0,2% del consensus), riflettendo prezzi alimentari più alti (+0,3%) ma prezzi dell’energia in calo (-0,6%)”. Nella preview che porta la data di ieri, gli esperti della banca d’affari Usa hanno evidenziato anche alcune tendenze chiave a livello di singole componenti che si attendono possano emergere nel report di martedì prossimo. Tra queste citano, i prezzi della auto usate per i quali è vista una crescita ma quelli delle tariffe aeree per le quali è previsto un aumento del 2%.

Nell’analisi dal titolo “Segnali misti dall’economia Usa: la Fed verso il taglio dei tassi?“, Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, ha fatto il punto sullo stato di salute dell’economia Usa, partendo dai recenti deboli dati sul mercato del lavoro Usa diffusi una settimana fa e toccando anche il tema dell’inflazione. Su quest’ultimo punto scrive:

“L’inflazione si trova ancora al di sopra dell’obiettivo del 2% stabilito dalla Fed, oscillando tra il 2% e il 3%, né è possibile escludere una nuova accelerazione innescata dalle tariffe. Tuttavia, non manca chi, come il governatore Waller o lo stesso Powell prima del Liberation Day, sostiene che queste ultime rappresentino un aumento dei prezzi una tantum e che i policymaker dovrebbero riuscire a guardare oltre. Indebolimento del mercato del lavoro, rallentamento della domanda interna e inflazione sopra il target: tutti gli elementi sembrano rafforzare l’ipotesi di un taglio dei tassi da 25 punti base in settembre, per quanto le incertezze sui dazi non siano del tutto archiviate“.

Banche centrali, è il turno di quella australiana

La prossima settimana è in agenda anche la riunione della banca centrale australiana. I recenti dati più deboli sulla crescita e sull’inflazione per il secondo trimestre probabilmente potrebbero spingere la Reserve Bank of Australia (Rba) a tagliare i tassi, dopo la sua posizione cauta di luglio. I mercati stanno scontando pienamente una sforbiciata ad agosto (i tassi dovrebbero scendere di 25 punti base al 3,6%) e è attesa una seconda mossa entro la fine dell’anno, il che significa – sottolineano da ING – che i rischi al ribasso per il dollaro australiano sono limitati.