Fed, la prima di Warsh è senza scossoni: tassi fermi al 3,50-3,75%. Ma l’inflazione al 3,6% avvicina il rialzo 2026
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Primo test (con mezza sorpresa) per la prima di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Il Federal Open Market Committee (Fomc), l’organismo responsabile delle decisioni sui tassi di interesse negli Stati Uniti, ha votato all’unanimità – con 12 voti favorevoli e nessun contrario – per mantenere il costo del denaro nell’intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%, in linea con le attese del mercato.
La sorpresa vera arriva dal dot plot: il grafico con cui i membri della Federal Reserve indicano le proprie aspettative sull’andamento dei tassi di interesse nei prossimi anni: 9 su 19 danno un rialzo nel 2026. Quella più negativa dall’inflazione rivista al rialzo, che torna al centro della politica monetaria a stelle e strisce.
Wall Street ha virato in rosso dopo la riunione della Fed, il nuovo dot plot e la conferenza stampa di Kevin Warsh. Il Dow Jones perde lo 0,16%, il Nasdaq cede lo 0,46% e lo S&P 500 lascia sul terreno lo 0,57%.
Ecco tutte le novità annunciate in conferenza stampa da Warsh.
Tassi e dot plot
La decisione era ampiamente prevista dagli analisti. E l’attenzione degli investitori si è concentrata soprattutto sulla prima conferenza stampa del nuovo presidente della Fed, chiamato a definire il tono della politica monetaria dopo il passaggio di consegne alla guida della banca centrale americana.
Focus in particolare sul dot plot: nove dei dodici membri che partecipano alle previsioni ritengono che nel 2026 sarà necessario un nuovo rialzo dei tassi o comunque un livello dei Fed Funds superiore a quello attualmente incorporato nelle aspettative del mercato.
Nel dot plot, nove governatori su 18 prevedono di alzare i tassi di interesse. Cinque di loro stimano rialzi per 50 punti base, tre di 25 punti base e uno di 75 punti. Per altri otto governatori l’intervallo rimarrà invariato per il resto dell’anno, uno stima un taglio da 25 punti base, mentre Warsh non ha fornito la sua previsione.
Il messaggio che emerge è che la Fed non considera conclusa la battaglia contro l’inflazione. Pur mantenendo invariati i tassi nella riunione odierna, i banchieri centrali continuano a ritenere che il percorso verso la stabilità dei prezzi possa richiedere una politica monetaria restrittiva ancora per un periodo prolungato.
Per i mercati finanziari si tratta di un’indicazione importante. Negli ultimi mesi gli investitori avevano scommesso su un progressivo allentamento della politica monetaria, ma le nuove proiezioni suggeriscono che la banca centrale intende procedere con estrema cautela. L’eventualità di ulteriori strette nel 2026 rafforza quindi lo scenario di tassi “più alti più a lungo”, con possibili ripercussioni sui rendimenti obbligazionari, sul dollaro e sulle valutazioni dei mercati azionari.
Inflazione
I funzionari della banca centrale hanno infatti rivisto significativamente al rialzo le stime sull’inflazione per il 2026, segnalando che il percorso di rientro verso l’obiettivo del 2% potrebbe risultare più lento del previsto. In particolare, l’inflazione complessiva è ora attesa al 3,6%, mentre l’inflazione core, che esclude le componenti più volatili di alimentari ed energia e rappresenta una delle misure maggiormente osservate dalla Fed, è prevista al 3,3%. Si tratta di una revisione sostanziale rispetto alle stime formulate a marzo, quando i membri del Fomc indicavano un’inflazione al 2,7% per entrambe le misure.
“Abbiamo la capacità e la determinazione di raggiungere il nostro obiettivo di stabilità dei prezzi del 2%. E’ quello che faremo”, ha detto Warsh ai giornalisti. “I prezzi persistentemente elevati rappresentano un peso per il popolo americano, ma questa situazione recente non deve necessariamente protrarsi”, riconoscendo che l’inflazione è stata ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Fed. “Questo comitato garantirà la stabilità dei prezzi in qualsiasi istituzione”, ha assicurato.
Crescita
Contestualmente, la banca centrale ha leggermente rivisto al ribasso le prospettive di crescita economica. Il prodotto interno lordo statunitense è ora atteso in aumento del 2,2% nel 2026, due decimi di punto in meno rispetto alle precedenti previsioni. Nonostante il rallentamento dell’attività economica, il mercato del lavoro continua però a mostrare una notevole capacità di tenuta: la stima sul tasso di disoccupazione è stata infatti ridotta al 4,3% dal 4,4% previsto in precedenza.
L’insieme di queste revisioni delinea uno scenario che gli economisti definiscono di “inflazione più alta e crescita più moderata”. Proprio questa combinazione aiuta a spiegare perché il dot plot della Fed continui a indicare un orientamento restrittivo e perché una larga parte dei banchieri centrali ritenga possibile la necessità di mantenere tassi elevati anche nel corso del 2026.
La task force di Warsh
Durante la conferenza stampa, il neo presidente ha annunciato l’istituzione di una task force per ciascuno dei cinque ambiti centrali della politica monetaria: le comunicazioni della Fed, il bilancio, l’utilizzo delle fonti di dati, la produttività e l’occupazione nell’era della trasformazione e, infine, i nostri framework sull’inflazione. “Questi temi sono urgenti, rilevanti e meritano un esame nuovo”, ha aggiunto, precisando che le task force saranno composte da esperti sia interni sia esterni alla professione economica. E che i primi risultati si avranno in autunno. Abbandonate, dunque, le “forward guidance” che secondo il presidente “non è adeguata alla congiuntura politica”