ETF: perchè gli attivi sono una “grande rivoluzione”
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Gli ETF attivi rappresentano “la seconda grande rivoluzione” nel mondo degli ETF, e più in generale nel mondo degli investimenti. Soluzioni in grado di coniugare la trasparenza e la flessibilità tipica degli ETF con l’expertise e la gestione attiva di un team specializzato, hanno già preso piede negli Stati Uniti e si stanno facendo sempre più largo in Europa. A fare il punto su questo mercato è Vincenzo Sagone, Head of ETF Sales Italy di Franklin Templeton.
In uno scenario macro in cui Pierluigi Ansuinelli, VP e portfolio manager di Franklin Templeton Investment Solutions, individua tre potenziali temi di mercato dominanti per il 2026: un ampliamento delle opportunità d’investimento (guardare oltre gli Usa, con una attenta diversificazione geografica), un irripidimento della curva dei rendimenti e infine l’indebolimento del dollaro Usa. Su quest’ultimo fronte, Ansuinelli sottolinea come il ruolo del biglietto verde sia ancora molto rilevante nel contesto finanziario internazionale, per questo le previsioni sono di un “deprezzamento, non di un crollo”. Nel complesso, “il 2026 si presenta – ancora – come un anno sostenuto dalla crescita”, con i “mercati emergenti che sono posizionati per continuare a beneficiare della rotazione di preferenze da parte degli investitori”.
ETF in numeri
Per dare una portata a questa “rivoluzione” si parte dai numeri più recenti, quelli del 2025 che raccontano una predominanza Usa (il mercato americano rappresenta circa il 70% del panorama globale di questi strumenti contro il 15% dell’Europa) ma anche un ritmo di crescita forte in Europa negli attivi.
A livello globale, le masse in gestione del mercato degli ETF si avvicinano a quota 20 trilioni di dollari, con circa 13.400 strumenti quotati su scala globale. Alla voce attivi, le masse in gestione sono 1,39 trilioni (con 3671 strumenti). L’Europa vede l’AuM a quota 2,6 trilioni, con gli strumenti attivi che mostrano una crescita sostenuta (tasso di crescita degli ETF Attivi del 40%: da 10 miliardi di euro nel 2019 a 68 miliardi nel 2025). Con 16 asset manager che hanno lanciato ETF attivi per la prima volta nel 2025.
“Un trend che è iniziato da poco, ma osservando i flussi del 2025 si vede chiaramente come la fetta degli attivi stia aumentando in fase un cambiamento che si sta manifestando con forza”, spiega Sagone.
Da dove parte la rivoluzione attivi?
Attivi come la seconda grande rivoluzione nel mondo degli Exchange Traded Product (ETP). “La prima grande rivoluzione sono stati gli ETC – chiarisce Sagone -. Prima che arrivassero gli ETC sul mercato non si poteva investire sull’oro, sul rame, sul nichel, sui suini. Quello che hanno dato è stata una ulteriore capacità di investimento sia all’investitore finale sia per i professionisti. Allo stesso modo, gli ETF attivi aggiungono a quello che possiamo definire armamentario a disposizione ulteriori possibilità di investimento”.
Chi ha mai detto che un ETF debba essere ‘passivo’? Sagone utilizza un’immagine per descrivere cosa è un’ETF. “Da una parte c’è il fondo, dall’altra l’azione, e l’intersezione è l’ETF che come un fondo, ma viene scambiato come un’azione. Nessuno ha mai detto che debba essere passivo. Lo si diceva perché i primi strumenti erano passivi, ma la vera descrizione, la vera definizione di ETF non deve necessariamente escludere una gestione attiva”.
All’inizio gli ETF replicavano indici di mercato, come l’S&P500, Ftse Mib, Ftse 100, successivamente sono arrivati gli ETF Smart Beta e si iniziava a parlare di ETF semi-attivi. “Era sbagliato tecnicamente, però il concetto era giusto – spiega Sagone -. Volevano dare qualcosa in più sia in termini di performance sia di risk management. Questo avveniva per un un motivo fondamentale. L’S&P 500 è nato poco prima del 1960, quando gli ETF non esistevano ancora (sono arrivati 30 anni dopo n.d.r.). Quindi l’S&P 500 non è nato per essere investibile ma rappresentativo di un mercato. L’idea degli ETF Beta era quella di avere degli indici che fossero stati creati proprio per essere investibili e quindi più efficienti“.
Oggi la suddivisione è in ETF passivi e dall’altra gli attivi, che si suddividono a loro volta Enhanced e High Conviction. Con i primi che hanno un tracking error molto basso (intorno al 5-10%), mentre i secondi possono essere totalmente rivisti dal gestore che può fare leva sulla capacità di ricerca e di selezione del team di gestione.
Un “meccanismo” che vale per alcune asset class particolari, come il fixed income. “E’ una asset class dove essere attivi dà più valore”, sostiene Sagone che porta un esempio concreto, soffermandosi sul Bloomberg Global Aggregate composto da oltre 30mila titoli obbligazionari. In questo caso la gestione attiva può fare la differenza. “Se il gestore fa una selezione di 100-200 titoli, mi sembra intuitivo che riesca a generare più valore e performance rispetto a coprire esattamente tutto l’indice”.
Anche Franklin Templeton si muove su questo terreno e Sagone anticipa che nel corso del 2026 saranno diversi gli annunci sul fronte. “Due strumenti arriveranno la settimana prossima e per tutto il 2026 ci saranno tantissime emissioni e saranno caratterizzate dal fatto di essere emissioni attive. La nostra strategia negli attivi è di sfruttare la capacità che le potenzialità delle nostre boutique di generare valore nel loro singolo campo”, conclude che vede negli attivi “un’innovazione di mercato”.