Notizie Notizie Italia Dazi USA al 30%: un freno per l’Italia, il PIL rischia -0,8%. L’allarme di Confindustria

Dazi USA al 30%: un freno per l’Italia, il PIL rischia -0,8%. L’allarme di Confindustria

21 Luglio 2025 13:35

Lo scenario economico tracciato da Confindustria nella sua Congiuntura Flash di luglio 2025 è tutt’altro che rassicurante. L’incertezza cresce, complice l’inasprimento della politica commerciale degli Stati Uniti e la svalutazione del dollaro. A farne le spese sono le esportazioni italiane, gli investimenti e i consumi. Nonostante alcuni segnali positivi — come il calo dei prezzi del petrolio, l’inflazione sotto controllo e l’atteso taglio dei tassi in Europa — l’industria italiana resta sostanzialmente ferma nel secondo trimestre, mentre i servizi mostrano solo una crescita debole.

Dazi USA fino al 30%: impatto diretto sul PIL italiano

Il nodo principale resta quello dei dazi americani. Dal 5 aprile sono in vigore tariffe del 10% sui prodotti europei, ma dal 1° agosto potrebbero salire fino al 30%, in assenza di un accordo tra le parti. Il settore automobilistico, l’acciaio e l’alluminio sono già soggetti a dazi più pesanti, fino al 50%. Ma gli Stati Uniti potrebbero decidere di estendere le tariffe anche a settori oggi ancora esenti: farmaceutica, minerali strategici, semiconduttori, legname, aerospazio e cantieristica navale.

Confindustria avverte: i paesi dell’Unione Europea saranno tra i più colpiti, al pari della Cina, che vedrebbe le proprie esportazioni tassate in media dal 21% al 51%. Al contrario, paesi come Canada, Messico e Regno Unito, grazie ad accordi bilaterali, continueranno a godere di tariffe contenute.

Incertezza e debolezza del dollaro aggravano la crisi

Oltre all’aumento delle tariffe, pesa l’incertezza politica degli Stati Uniti. L’indice di Economic Policy Uncertainty è cresciuto del 131% tra dicembre 2024 e luglio 2025, mentre l’incertezza globale è salita dell’86%, superando persino i livelli della pandemia. Questo clima ha indebolito il dollaro, che ha perso il 13,7% rispetto all’euro dall’inizio dell’anno, danneggiando ulteriormente la competitività dei prodotti italiani sul mercato americano.

Le esportazioni reggono, ma non per molto

Nel breve periodo, le esportazioni italiane verso gli USA hanno tenuto, grazie a un “effetto scorta”: molte aziende hanno accelerato le vendite nel primo trimestre (+11,8%) per anticipare l’entrata in vigore dei dazi. Ad aprile e maggio, la crescita è stata modesta (+0,4% tendenziale), ma con forti differenze tra settori.

Crescono ancora le esportazioni di beni oggi esenti da dazi, come i farmaci e il legno, mentre calano nettamente quelle di metalli e autoveicoli, già colpiti da tariffe più alte. I settori soggetti al dazio del 10% restano incerti, con un rischio concreto di ulteriori penalizzazioni da agosto.

Secondo un’indagine della Banca d’Italia, l’80% delle imprese che hanno gli USA come mercato principale si aspettano una riduzione dell’export già dal secondo trimestre. Sul totale delle imprese, il 50% prevede un calo delle esportazioni e il 20% una riduzione degli investimenti.

Effetto dazi: export più che dimezzato, PIL giù dello 0,8%

Il Centro Studi Confindustria ha stimato gli effetti di dazi al 30% su tutti i beni, con il cambio euro-dollaro ai livelli attuali. Il risultato? Una riduzione dell’export italiano verso gli USA di 38 miliardi di euro, pari al 58% delle attuali vendite. Questo rappresenta circa il 6% dell’export totale italiano e, considerando anche gli effetti indiretti, il 4% della produzione manifatturiera.

Il danno economico si allargherebbe nel medio-lungo periodo, soprattutto se i dazi dovessero diventare strutturali. In questo caso, le imprese potrebbero valutare il trasferimento di alcune lavorazioni negli Stati Uniti, per evitare le tariffe. Tuttavia, molti prodotti italiani, specie quelli di alta gamma, sono difficilmente sostituibili nel breve termine.

Secondo le stime del CSC, nel 2027 il PIL italiano risulterebbe inferiore dello 0,8% rispetto allo scenario base, con un calo del 4% dell’export totale e dell’1% negli investimenti in macchinari e impianti.

Quali soluzioni? Più Europa, più diversificazione

In un contesto di crescente protezionismo globale, Confindustria indica due strade per contenere i danni. Da un lato, potenziare il mercato interno europeo, oggi ancora ostacolato da numerose barriere burocratiche e infrastrutturali. Dall’altro, diversificare i mercati di esportazione, puntando su paesi con grande potenziale di crescita, come India, Australia, il blocco Asean e il Mercosur, che già oggi rappresenta 7,5 miliardi di euro di export italiano.