Notizie Notizie Italia Ceo italiani puntano sulla crescita economica, ma i ritardi dell’IA frenano la competitività

Ceo italiani puntano sulla crescita economica, ma i ritardi dell’IA frenano la competitività

20 Gennaio 2026 11:44

In un contesto globale caratterizzato da incertezza e da sfide sempre più complesse, gli amministratori delegati, a livello internazionale e in Italia, mostrano un cauto ma solido ottimismo sulle prospettive future e sulla crescita economica. Secondo la 29ª Annual Global & Italian CEO Survey, l’indagine condotta da PwC e presentata al World Economic Forum di Davos, il 62% dei CEO italiani prevede un’espansione dell’economia globale nei prossimi dodici mesi, un dato sostanzialmente in linea con quello mondiale (61%). A livello globale, l’indagine evidenzia un trend di fiducia in costante rafforzamento negli ultimi tre anni, con un incremento complessivo del 43% rispetto al 2023.

Lo studio di PwC mette inoltre in luce un marcato divario tra le aziende che si limitano a sperimentare l’intelligenza artificiale e quelle che la integrano in modo strutturale e strategico. Queste ultime riescono a ottenere benefici tangibili, tra cui la riduzione dei costi e la crescita dei ricavi, applicando l’AI non solo allo sviluppo di prodotti e servizi, ma anche alle attività di marketing e ai processi decisionali strategici.

L’ottimismo sulla crescita economica

Se l’ottimismo sull’andamento dell’economia globale appare ampiamente condiviso dai Ceo intervistati — 4.454 amministratori delegati in 95 Paesi e territori, inclusi 118 italiani, coinvolti tra ottobre e novembre 2025 — più prudente risulta la valutazione sulle prospettive dell’economia nazionale. Solo il 49% dei rispondenti, infatti, prevede una crescita del proprio Paese. In Italia, tuttavia, il 35% dei Ceo si dichiara molto o estremamente fiducioso sull’aumento del fatturato nel breve termine, una percentuale significativamente superiore alla media globale, ferma al 30%. Guardando a un orizzonte triennale, l’ottimismo cresce ulteriormente, raggiungendo il 53%, rispetto al 49% registrato a livello mondiale. A sostenere questa fiducia contribuiscono i risultati economici: il fatturato medio delle imprese italiane è aumentato del 10%, superando l’8% globale, mentre il margine netto si attesta all’8%, a fronte di una media mondiale del 10%.

Nonostante ciò, le prospettive future restano condizionate da un elevato livello di incertezza. Circa un terzo dei Ceo, sia in Italia sia a livello globale, afferma che le tensioni geopolitiche hanno ridotto la probabilità di effettuare investimenti rilevanti e, al momento, non emerge una strategia chiara e condivisa per mitigarne i rischi.

Cambiamento tecnologico e rischi informatici preoccupano i Ceo

Emerge un nodo cruciale: sebbene l’intelligenza artificiale stia ridefinendo le dinamiche competitive, molte aziende faticano ancora a tradurre gli investimenti in risultati economici strutturali e sostenibili. A livello globale, i Ceo individuano nei prossimi dodici mesi due principali fattori di rischio: le minacce informatiche e l’instabilità macroeconomica, entrambe indicate dal 31% degli intervistati.

Il quadro italiano presenta alcune differenze significative. I Ceo del Paese segnalano come principali fonti di preoccupazione il cambiamento tecnologico, l’impatto dei dazi, i rischi informatici, l’inflazione e la carenza di lavoratori qualificati. Rispetto alla media globale, tuttavia, i manager italiani si percepiscono meno esposti alle tensioni geopolitiche: solo il 13% si dichiara molto o estremamente vulnerabile, contro il 23% a livello mondiale. Si attenuano anche le preoccupazioni complessive: la scarsità di competenze chiave, che un anno fa rappresentava il principale timore per il 35% dei Ceo, scende oggi al 20%, condividendo il vertice con altre quattro criticità. Quanto ai dazi, l’impatto appare contenuto: il 22% dei Ceo italiani segnala una riduzione dei margini netti, rispetto al 29% globale, mentre il 65% — oltre la media mondiale del 60% — non rileva effetti significativi.

L’AI come spartiacque tra chi accelera e chi resta indietro

La trasformazione digitale si conferma la principale priorità strategica per il 53% dei Ceo italiani, una quota nettamente superiore al 42% registrato a livello globale, con l’obiettivo di allineare le imprese all’evoluzione tecnologica in atto. Al centro di questo percorso resta l’intelligenza artificiale, rispetto alla quale le aziende italiane mostrano tuttavia un ritardo significativo. In tutti gli ambiti analizzati, la percentuale di Ceo che ammette una scarsa o nulla implementazione dell’AI supera la media mondiale, con divari particolarmente marcati nelle funzioni di supporto (58% contro il 47%) e nello sviluppo di prodotti, servizi ed esperienze, dove il 60% dei vertici italiani non ha ancora adottato soluzioni di intelligenza artificiale, a fronte del 47% a livello internazionale. Nel complesso, le strategie sull’AI nel mercato italiano appaiono ancora in una fase embrionale rispetto ai principali benchmark globali.

Le criticità si estendono anche alla dimensione degli investimenti. Il 43% delle imprese giudica insufficienti le risorse destinate all’intelligenza artificiale per il raggiungimento degli obiettivi strategici, contro il 29% della media globale. Inoltre, il 63% delle aziende utilizza strumenti di AI privi di un’integrazione strutturata con documenti e dati interni, rispetto al 46% a livello mondiale, limitando l’innovazione a interventi superficiali e impedendo una reale trasformazione dei processi aziendali.

Mancano le competenze

Secondo la 29ª Annual Global & Italian CEO Survey, I Ceo italiani puntano il dito contro la mancanza di skills nella forza lavoro (46%), seguita da difficoltà nel trasferire le conoscenze (37%), dubbi sui ritorni economici (31%) e paure condivise su cybersecurity e resistenza al cambiamento (entrambe al 27%). In generale sale il ricorso all’AI, ma i benefici tardano ad arrivare: solo il 12% di Ceo mondiali ammette benefici sia sui costi che sul fatturato. Nel complesso, quasi il 30% registra vantaggi su un solo fronte, mentre il 56% non vede ancora impatti significativi sulle performance aziendali. PwC registra un divario netto tra chi da un lato si limita a sperimentare l’IA e chi la integra in modo strategico e ne trae vantaggi concreti, come tagli ai costi e crescite dei ricavi, applicando l’AI non solo ai prodotti e servizi, ma anche alle attività di marketing e alle decisioni strategiche.

Questo risultato è legato alla capacità di costruire solide fondamenta: governance chiara, infrastrutture tecnologiche e cultura aziendale orientata all’adozione. Un’altra analisi di PwC, evidenzia che chi applica l’AI su larga scala registra margini superiori di quasi quattro punti percentuali rispetto a chi non lo fa.