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Borsa Usa sempre più FAMAG-dipendente: a settembre Apple, Amazon & Co. mettono in crisi Wall Street

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Il mese che si avvia a conclusione ha dato sicuramente prova di se stesso, dimostrando come le migliori performance che la borsa Usa ha riportato nella sua storia non sono avvenute certo a settembre. Le cose non sono andate bene a Wall Street: dall’inizio del mese, il Dow Jones ha perso il 4,4%, lo S&P 500 il 5,8%, il Nasdaq ha fatto -7,3%.

Settembre da dimenticare: Facebook Amazon Apple Google & Co mettono in crisi Wall Street
NEW YORK, NEW YORK – SEPTEMBER 21: People walk in front of the New York Stock Exchange (NYSE) in lower Manhattan on September 21, 2020 in New York City. As parts of Europe prepare for another lockdown due to a resurgence in COVID-19 cases, markets across the globe fell due to the economic uncertainty. The Dow Jones Industrial Average fell over 900 points in morning trading. (Photo by Spencer Platt/Getty Images)

Le flessioni hanno seguito i continui rally segnati dai listini, che hanno portano l’indice S&P 500 a volare di oltre il 50% rispetto ai minimi di marzo. Merito soprattutto dei titoli di quelle società che meritano a pieno la definizione di “titani”, visto un valore di mercato che è arrivato a schizzare anche sopra la soglia dei $2 trilioni (vedi Apple).
Quelle stesse società che avevano messo il turbo a Wall Street nei mesi precedenti, ovvero Facebook, Amazon, Apple, Microsoft e Alphabet, holding di cui fa parte Google, stando a quanto emerge da Dow Jones Market Data, si apprestano a terminare il mese peggiore della loro storia.
Ben 817 miliardi di dollari di capitalizzazione sono stati strappati ai cinque colossi nel corso del mese, ben al di sopra di quei $425 miliardi di valore di mercato che vennero azzerati dai cinque giganti Big Tech nell’ottobre del 2018.
Quasi tutte le azioni di cui si sta parlando fanno parte dell’acronimo FANG e FAANG, anche se esistono ormai diverse sigle che includono anche Microsoft, come FAMAG – di cui parla la nota di Schrorders – o come FANGMAN (acronimo che, tra gli altri, include anche Microsoft).

Schroders commenta strapotere dei FAMAG

Così Sean Markowicz, Strategist, Research and Analytics, di Schroders commenta l’altro acronomio, per l’appunto FAMAG, facendo riferimento espressamente alle principali aziende tech statunitensi – Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e Google (Alphabet) – note come “FAMAG”, “crollate all’inizio del mese, dopo aver sovralimentato il mercato azionario statunitense dalla fase più profonda della pandemia a marzo”.
“Queste aziende ‘superstar’ – ha spiegato Markowicz – hanno ampiamente beneficiato della crisi, dato che molte persone si sono affidate alla tecnologia per lavorare e fare acquisti da casa”.
“Tuttavia, il lorocrescente dominio sta sollevando preoccupazioni riguardo alla composizione del mercato azionario Usa e alla sostenibilità del rally del tech.

  1. Le Big Tech stanno sostenendo i rendimenti del mercato azionario. Con Apple che è diventata in poco tempo la prima azienda statunitense a essere valutata 2.000 miliardi di dollari, sempre più investitori stanno guardando con attenzione all’impatto del settore tecnologico sui rendimenti del mercato. Al 14 settembre, l’S&P 500 era in rialzo del 6% quest’anno, mentre le FAMAG nel complesso registravano un +42%. Escludendo le Big Tech, i rendimenti dell’indice crollano a -2%. In altre parole, l’azionario Usa avrebbe avuto performance dell’8% più basse quest’anno senza le FAMAG (o dell’11% se misurato nel momento di picco del 2 settembre). Ciò dimostra quanto siano diventate importanti queste aziende.
  2. Il mercato USA è sempre più concentrato. Tra i motivi per cui queste aziende sono diventate così influenti vi è il fatto che hanno un peso maggiore all’interno dell’indice. La corsa degli investitori verso il segmento tech di quest’anno ha spinto il peso delle FAMAG nell’indice S&P 500 al record del 25%, più del doppio rispetto a cinque anni fa. Ciò significa che le performance delle FAMAG impatteranno chiaramente sulle performance del mercato in generale, più di quanto farebbe un’azienda più piccola. Per esempio, ipotizziamo che le FAMAG perdano il 10% in aggregato. Ciò farebbe sì che le restanti 497 azioni dell’S&P 500 dovrebbero salire di almeno il 3,3% affinché il livello dell’indice resti al livello attuale.
  3.  Un dominio senza precedenti per un singolo settore. I cinque maggiori membri dell’S&P 500 sono oggi tutti esponenti del settore tech. L’ultima volta che il mercato azionario Usa è stato così concentrato è stato alla fine degli anni ’60. Non è inusuale che il mercato sia concentrato; a essere strano è il fatto che le cinque principali aziende siano parte dello stesso settore, quello tech. Questa mancanza di diversificazione non dovrebbe essere presa alla leggera. Qualsiasi cambiamento nel sentiment sul tech può avere un impatto spropositato sul mercato, come già successo.
  4. Il dominio delle Big Tech riflette i profitti delle aziende. Le valutazioni sui mercati azionari stanno quindi facendo suonare un campanello di allarme? È questa la domanda che si sono posti gli investitori alla vigilia della bolla delle dotcom nel 1999. Tuttavia, il paragone tra le dotcom e la situazione attuale è spesso troppo semplificato: si ignora il fatto che molte società di internet in rapida crescita nel 1999 non generavano profitti o flussi di cassa significativi. Al contrario, i giganti del tech oggi sono molto profittevoli, contando per il 15% degli utili dell’S&P 500 a 12 mesi e per una quota ancora più elevata degli utili previsti, ad esempio il 20% degli utili previsti per il 2023. Se soppesati con la loro capitalizzazione di mercato del 23%, che riflette gli utili futuri, le loro valutazioni non sembrano più così estreme
  5. Le Big Tech hanno aumentato la presenza politica per difendere i propri interessi. Davanti alla minaccia di un’azione normativa che limitasse il loro dominio sui mercati, Amazon, Facebook, Apple e Google (Alphabet) stanno spendendo milioni di dollari all’anno per cercare di influenzare le autorità e i politici su questioni di policy, dalla privacy dei dati, alle questioni fiscali. Per esempio, secondo il Centre for Responsive Politics, Amazon e Facebook hanno speso un record di 17 milioni di dollari ciascuno nel 2019, più di qualsiasi altra società statunitense, anche se tale fenomeno non riguarda soltanto il tech. In una recente intervista a Bloomberg, il Presidente dello US House Antitrust panel, che sta investigando su Amazon, Facebook, Apple e Google, ha affermato che queste aziende stavano abusando del loro potere di mercato per mantenere il loro dominio nell’industria. Il Presidente è stato critico nei confronti dei risultati ottenuti dal Governo nella lotta ai comportamenti anticoncorrenziali, come l’acquisizione di Instagram da parte di Facebook.