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Banche e investment banking, Ignazio Angeloni cita esempio Deutsche Bank-titoli spazzatura

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“Due modelli (di banche) si sono dimostrati particolarmente vulnerabili nell’esperienza recente”. Nell’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, “La messa in sicurezza delle banche passa da fusioni e diversificazione”, Ignazio Angeloni, ex membro della del Supervisory board della vigilanza bancaria della Bce, parla del ruolo delle banche, cercando di dare risposte a domande cruciali, tra cui “come usciranno i nostri istituti di credito dall’emergenza (pandemia Covid-19)? Cosa deve cambiare nel nostro sistema bancario? Quali modelli organizzativi e regolamentari devono prevalere in futuro?”.

Riguardo ai due modelli di banche che si sono mostrati vulnerabili, Angeloni scrive che “il primo è la banca universale sbilanciata verso l’investment banking, la cui redditività dipende dalla presenza sui mercati finanziari con esposizione in proprio e alta propensione al rischio”.

Citato a tal proposito il caso Deutsche Bank:

“Fra i tanti – si legge nell’articolo – l’esempio di Deutsche Bank illustra il caso. Il pilastro storico dell’industria tedesca entra negli anni 90 nel mercato dei capitali, sviluppando con acquisizioni e assunzione di personale specializzato un’intensa attività di trading e sviluppo di strumenti finanziari innovativi. La crescita sostenuta e stabile dell’economia in quegli anni, chiamata great moderation e che si riteneva fosse una condizione permanente, consentiva e favoriva questo modello di banca. Alle soglie della crisi finanziaria, Deutsche Bank è leader nello sviluppo, vendita e trading di prodotti strutturati sul settore immobiliare, i cosiddetti ‘titoli spazzatura’; l’obiettivo dichiarato è essere the last man standing, l’ultima banca a sopravvivere e regnare nella roulette russa della finanza speculativa. Accade il contrario. Oberata da perdite e sanzioni di vigilanza, nel 2016 rischia la bancarotta e inizia il purgatorio di un lento recupero, a tutt’oggi ben lontano dall’essere completato”.

“Il secondo modello in crisi – sottolinea Angeloni – è quello della banca tradizionale al dettaglio fondata sul binomio deposito-credito, che intrattiene rapporti stretti di clientela sul territorio basati su conoscenza personale e fiducia. Si tratta – in genere, ma non sempre – di banche piccole e non quotate. Storicamente diffuso in Italia, questo modello si scontra con due realtà. La prima è la riconversione tecnologica, che richiede investimenti incompatibili con la piccola scala. La seconda è la restrizione dei margini di intermediazione, che impone di ricercare la redditività sviluppando sinergie e diversificando i servizi offerti, altra cosa che mal si concilia con la scala ridotta. Questi fattori stanno determinando un declino del localismo bancario non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti. La riorganizzazione in gruppi realizzata in Italia, o altre forme di condivisione di costi e rischi esistenti in Europa (come gli institutional protection scheme diffusi nel consociativismo bancario tedesco) non hanno finora dato prova di risolvere i problemi di scala”.