Notizie Notizie Italia Alert UPB, economia italiana in stagnazione nel III trimestre dell’anno

Alert UPB, economia italiana in stagnazione nel III trimestre dell’anno

24 Ottobre 2025 16:15

L’Italia entra nell’ultimo trimestre dell’anno con un’economia che fatica a ritrovare vigore. Secondo la nuova “Nota congiunturale” di ottobre pubblicata dall’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), dopo un’accelerazione in inverno, il PIL italiano ha registrato una flessione dello 0,1% nel secondo trimestre per la prima volta da quasi tre anni e si avvia verso una sostanziale stagnazione nei mesi estivi.

Il quadro che emerge è quello di un Paese sospeso tra la prudenza dei consumatori, la debolezza dell’export e un clima di fiducia ancora fragile.

Italia: crescita ferma, export debole, fiducia in calo

Nel quadro interno, la Nota congiunturale dell’UPB descrive un’Italia ferma ai box. Dopo il rimbalzo dell’inverno, la produzione si è contratta in primavera e i dati disponibili indicano un terzo trimestre di stagnazione, con un PIL sostanzialmente invariato rispetto ai mesi precedenti.

Le cause sono molteplici. In primo luogo, l’export – da sempre motore della crescita italiana – ha subito una forte battuta d’arresto, scendendo del 1,9% nel secondo trimestre dopo il +2,2% dei primi mesi dell’anno. Particolarmente penalizzate le esportazioni verso gli Stati Uniti, dove i nuovi dazi e l’effetto cambio hanno inciso in modo sensibile.

Anche i consumi interni si sono fermati, frenati da un’elevata propensione al risparmio e da una fiducia delle famiglie ancora debole, nonostante un lieve miglioramento registrato durante l’estate. A tenere in piedi la domanda interna restano solo gli investimenti fissi lordi, sostenuti da condizioni creditizie ancora favorevoli e dal comparto dei beni strumentali.

Per l’intero 2025, l’UPB conferma una previsione di crescita del PIL intorno allo 0,5%, in linea con quanto indicato nel Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP). Tuttavia, le prospettive sono segnate da “rischi significativi”, soprattutto per la fragilità del contesto internazionale e per il permanere di una bassa fiducia di famiglie e imprese.

Settori produttivi e fiducia: segnali di debolezza diffusa

Dal lato dell’offerta, la fotografia è altrettanto sfumata. Nel settore terziario, l’attività è rimasta pressoché stabile, senza mostrare segnali di ripresa. L’industria, invece, dopo il recupero temporaneo registrato in inverno, ha subito un nuovo ridimensionamento.

Le indagini condotte dall’Istat e analizzate dall’UPB mettono in evidenza crescenti preoccupazioni tra le imprese manifatturiere, in particolare nei settori legati al Made in Italy – come abbigliamento, bevande e prodotti di design – più esposti agli effetti dei dazi e alla concorrenza estera. La percezione di ostacoli all’export è particolarmente marcata nel Nord-Est, dove la vocazione internazionale dell’economia regionale amplifica l’impatto delle barriere commerciali.

La fiducia delle imprese resta su livelli bassi, e quella delle famiglie, pur migliorata leggermente, non basta a invertire il trend. L’indice dell’incertezza economica elaborato dall’UPB si mantiene su valori prossimi ai massimi storici (escludendo il periodo pandemico), segno di un tessuto produttivo ancora cauto e attendista.

Inflazione sotto controllo ma salari reali ancora depressi

Sul fronte dei prezzi, l’inflazione italiana (indice NIC) è stabile all’1,6% a settembre, inferiore alla media dell’area euro. Un dato che conferma la tendenza alla moderazione dei prezzi, ma che non basta a migliorare il potere d’acquisto delle famiglie, ancora frenato dal forte calo dei salari reali.

Nel mercato del lavoro, l’occupazione ha mostrato una sostanziale tenuta, grazie all’aumento dei lavoratori autonomi che ha compensato la lieve riduzione dei dipendenti. Cresce la componente più anziana (50-64 anni), mentre cala quella giovanile e si amplia la platea degli inattivi. Nel terzo trimestre l’occupazione è cresciuta solo dello 0,1%, segno di un mercato ancora fragile.

Le retribuzioni contrattuali hanno rallentato la corsa, con un incremento medio del 3,2% su base annua, ma la crescita resta insufficiente a recuperare il terreno perso durante la crisi pandemica e l’ondata inflazionistica successiva. Ad oggi, secondo l’UPB, i salari reali sono ancora inferiori dell’8,8% rispetto ai livelli del 2020.

Un contesto internazionale instabile e sempre più complesso

Il rallentamento italiano si inserisce in uno scenario globale segnato da forti tensioni commerciali e da un equilibrio economico internazionale sempre più precario. A livello mondiale, il commercio resta resiliente ma rallenta: nel secondo trimestre del 2025 gli scambi hanno subito una brusca frenata, dopo un avvio d’anno sostenuto dalle importazioni statunitensi.

L’effetto dei nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti non si è ancora pienamente manifestato sui prezzi, ma secondo l’UPB l’inasprimento tariffario dispiegherà gradualmente i suoi effetti nei prossimi mesi. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di criticità per le imprese europee: l’apprezzamento dell’euro sul dollaro, pari al 13% dall’inizio dell’anno, che erode la competitività delle esportazioni. Il risultato è un netto calo dei flussi commerciali dell’area euro verso i due principali partner globali, Stati Uniti (-22,2%) e Cina (-11,3%).

L’FMI, da parte sua, ha leggermente migliorato le stime di crescita per il 2025, ma ha corretto al ribasso quelle per il 2026, segnalando come la volatilità dei prezzi energetici e l’incertezza geopolitica restino elementi di rischio elevato. Le banche centrali, intanto, mantengono una linea di cautela: la BCE e la FED non hanno ancora avviato un deciso allentamento monetario, preferendo osservare l’evoluzione dell’inflazione, che in Europa si sta gradualmente riportando verso l’obiettivo del 2%, ma con differenze significative tra Paesi.