Cosa cambia con il nuovo TFR

Cosa cambia con il nuovo TFR

La riforma del Tfr ha evidenti risvolti economici sulle tasche degli italiani. Ma capire, in soldoni, quanto questa rivoluzione incida sui conti della futura pensione non è affatto semplice. A fronte del grande numero di casistiche che si possono presentare, una risposta generalizzata ed esaustiva a questa domanda non può essere data. Per comprendere meglio il nuovo meccanismo però si possono prendere alcuni esempi campione, facendo così un confronto tra tre diverse situazioni base: il lavoratore dipendente al primo impiego, il dipendente 35enne e il dipendente ormai prossimo alla pensione. Per effettuare le valutazioni si può ipotizzare una rivalutazione dello stipendio del 3,5% annuo per il dipendente al primo impiego, del 5,2% nei primi dieci anni di impiego e del 2% nei successivi per il dipendente 35enne e del 2% per il dipendente prossimo alla pensione. Nel calcolo del Tfr è stata impiegata un’ipotesi di rivalutazione al 3,5% annuo. Si è considerato inoltre il versamento di un contributo minimo da parte del lavoratore dipendente pari all’1,2% della retribuzione annuale lorda e di un contributo di pari entità da parte del datore di lavoro ai fondi di categoria negoziali, possibilità non prevista nel caso venga scelto un fondo pensione aperto. Infine sono state ipotizzate due tipologie di investimento da parte dei fondi, una più difensiva e l’altra più aggressiva con rendimenti rispettivamente del 2% e del 5% per i fondi di categoria e del 2% e del 5,5% per i fondi pensione aperti. La differenza è dovuta alle maggiori performance evidenziate dai fondi aperti negli ultimi anni. 

Dipendente al primo impiego

Il giovane neo-assunto avrà una pensione Inps calcolata con il nuovo metodo contributivo. La rendita che riceverà al momento del pensionamento sarà dunque proporzionale ai versamenti effettuati durante la carriera e riceverà una somma pari ad appena il 44% del suo ultimo stipendio, stimato in circa 53.300 euro lordi all’anno. Mantenendo il Tfr in azienda, a fine carriera egli avrebbe disponibile un cumulo di circa 132.500 euro lordi, sottoposti a una tassazione in media di 20 punti percentuali. La disponibilità netta del Tfr a fine carriera scenderebbe quindi a 106.000 euro. Scegliendo invece di destinare il Tfr alla previdenza integrativa, si possono ipotizzare due scenari.
Nel primo (fondi negoziali di categoria) al momento del pensionamento, il montante sarà compreso tra circa 135.000 e 210.000 euro lordi, a seconda che il Tfr sia investito su una linea prudente (monetaria) o aggressiva (azionaria). Nel secondo scenario (fondi pensione aperti), il montante disponibile a fine carriera sarà pari rispettivamente a 100.300 nell’ipotesi monetaria e 169.100 euro lordi in quella azionaria. La differenza tra i due scenari è riconducibile ai maggiori contributi disponibili per la prima forma previdenziale. Oltre al versamento del Tfr (6,91% dello stipendio lordo all’anno), si aggiunge un contributo dell’1,2% da parte del datore di lavoro e uno minimo dell’1,2% del lavoratore stesso, versamenti che usufruiscono tra l’altro di un vantaggio fiscale: il lavoratore può detrarre dalle tasse un massimo di 5.164,57 euro all’anno.
Il montante sarà disponibile al momento del pensionamento in due forme: 50% in unica soluzione e il resto in rendita pensionistica mensile, oppure totalmente sotto forma di rendita pensionistica mensile.
Ipotizzando un pensionamento all’età di 60 anni la rendita pensionistica erogata dal fondo in base agli attuali coefficienti di trasformazione Inps corrispondenti all’età effettiva di pensionamento, sarebbe compresa tra 7.455 euro lordi annui nell’ipotesi prudenziale e 11.605 in quella aggressiva, rispettivamente il 14,47% e il 22,52% dell’ultimo stipendio percepito. Il fondo pensione aperto garantirebbe invece 5.131 euro lordi annui (10,73% di copertura aggiuntiva) se di tipo monetario e 9.323 (18,1%) se di tipo azionario. Tali importi saranno sottoposti a una tassazione del 15%, destinata a ridursi con il tempo fino a un minimo del 9%. Sommando la pensione Inps a quella alternativa, lacopertura totale ottenuta dal lavoratore neoassunto risulterebbe pari a circa il 67% dell’ultimo stipendio nell’ipotesi più ottimistica e dunque ancora inferiore a quanto veniva garantito dal vecchio metodo retributivo (75% circa).

Dipendente trentacinquenne

In questa ipotesi il lavoratore ha già versato, al primo gennaio 2007, 10 anni di contributi all’Inps e 10 al suo Tfr. Questa liquidazione accantonata non verrà toccata e sarà restituita al termine della carriera lavorativa per un ammontare pari 49.600 euro lordi (39.680 euro netti) mentre dall’Inps egli riceverà una rendita pensionistica pari al 43% dell’ultimo stipendio percepito. Il Tfr maturando potrà invece essere mantenuto in azienda o versato alla previdenza integrativa. Nel primo caso a fine carriera avrebbe disponibile un montante di circa 157.000 euro lordi (compresi i 49.600 di cui sopra) che verranno sottoposti a una tassazione media di circa il 20%. Versando invece il Tfr maturando a un fondo pensione negoziale prudenziale (monetario), al pensionamento il lavoratore disporrebbe di un montante di circa 122.000 euro lordi che, dopo applicazione del coefficiente di trasformazione Inps, gli garantirà una rendita lorda annua di 5.960 euro circa, l’11% del suo ultimo stipendio. Scegliendo un fondo negoziale azionario il montante sarà di 171.500 euro per una rendita annua lorda di 8.241 euro, il 15,8% del suo ultimo stipendio. Nel caso il lavoratore decidesse di destinare il Tfr maturando a un fondo pensione aperto, nei due scenari prudenziale e aggressivo otterrebbe rispettivamente una rendita previdenziale alternativa di 1.172 euro nel primo caso (2,5% dell’ultimo stipendio) e di 1.324 euro nel secondo (2,54%). La tassazione a cui sono sottoposti questi importi è pari al massimo al 15% ed è destinata a ridursi con il tempo fino ad un minimo del 9%. Sommando la pensione Inps a quella alternativa, la copertura totale ottenuta dal lavoratore 35enne risulterà pari a circa il 58,8% dell’ultimo stipendio nell’ipotesi più ottimistica. Il vuoto da colmare è elevato, ma occorre ricordare nella scelta da effettuare, dei numerosi vantaggi fiscali previsti dalla nuova normativa previdenziale.

Cosa succede a chi è vicino alla pensione?

Nel caso del dipendente 55enne prossimo alla pensione, e per tutti coloro che al 31 dicembre 1995 erano in possesso di un’anzianità retributiva di almeno 18 anni, il sistema di calcolo della pensione rimane quello retributivo. In base alle nostre ipotesi, al momento del pensionamento il dipendente in esame avrà a disposizione un Tfr pari a 139.000 euro lordi. La sua pensione Inps gli garantirà invece una copertura pari a circa il 75% del suo ultimo stipendio. In questo caso naturalmente la convenienza a versare il Tfr maturando alla previdenza integrativa è limitato, si tratterebbe di soli cinque anni di contributi. Ma anche questa categoria di dipendenti potrebbe decidere di voler beneficiare, con questa scelta, degli sgravi fiscali, della tassazione di favore e dei contributi aggiuntivi del datore di lavoro, ai quali altrimenti dovrebbe rinunciare. Dai calcoli effettuati il Tfr accumulato all’1 gennaio 2007 ammonterebbe a 100.000 euro (139.000 euro al momento del pensionamento). Se il Tfr maturando nei prossimi cinque anni prima del pensionamento, venisse versato a un fondo di categoria o a un fondo pensione aperto aventi caratteristiche difensive, con un rendimento pari al 2%, il dipendente in questione si ritroverà al momento del pensionamento con il suo Tfr di 119.000 euro lordi (100.000 euro rivalutati) e con un montante aggiuntivo di 31.000 euro nel caso in cui abbia scelto un fondo negoziale e di 23.000 euro nel caso in cui sia stato scelto un fondo pensione aperto. Più di quanto si otterrebbe lasciando il Tfr maturando in azienda. Bisogna però tenere presente che tali importi non saranno disponibili in un’unica soluzione ma potranno essere ricevuti dal pensionato o sotto forma di piccola rendita mensile oppure, per il 50% in unica soluzione e per il rimanente come rendita mensile. La tassazione a cui saranno sottoposti tali importi sarà quella maggiormente favorevole prevista dalla riforma e pari al 15% massimo invece di un aliquota media di circa 20 punti percentuali.

Nuove incertezze dalle prossime riforme

Le prospettive per i futuri pensionati non sembrano rosee, con una copertura totale che, nella migliore delle ipotesi, non raggiungerà il 70% rispetto all’ultimo stipendio del dipendente, a cui si associa naturalmente la perdita del Tfr. Un sensibile abbassamento del tenore di vita a cui si potrà forse porre rimedio mediante ulteriori coperture. Per chi se lo potrà concedere e andamento dei mercati finanziari permettendo. Non bisogna infatti dimenticarsi che il tutto è basato su una “scommessa” su quale sarà il futuro andamento dei mercati finanziari sui quali si muove il fondo al quale si decide di destinare il proprio Tfr. E se, per fare un esempio, i mercati azionari hanno dato molte soddisfazioni a partire dal 2003, i livelli attuali sono ancora poco dissimili da quelli raggiunti nel corso della bolla speculativa di inizio millennio. In ogni caso potrebbe andar peggio, soprattutto dopo gli allarmi lanciati da più istituzioni (l’ultimo il presidente della Corte dei conti Francesco Staderini) sul possibile collasso del sistema pensionistico italiano in assenza di interventi rispetto alla situazione attuale. I correttivi di cui si discute, peraltro già prospettati da precedenti provvedimenti legislativi (legge Dini e riforma Maroni) sono la revisione dei coefficienti di trasformazione applicati sul montante dei versamenti all’Inps per il calcolo della rendita pensionistica e il cosiddetto “scalone”. La revisione dei coefficienti porterà a un ulteriore abbassamento della rendita pensionistica Inps che, nei casi presi in esame dall’Ufficio studi di Finanza.com, non potrà più quindi essere pari a circa il 44% dell’ultimo stipendio. Lo scalone prevede invece il passaggio automatico dell’età pensionabile da 57 a 60 anni per tutti i lavoratori dipendenti a partire dall’1 gennaio 2008.

 

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