Cina, un gigante con i piedi di argilla? (fondionline.it)
Non c'è alcun dubbio sull'emergenza rappresentata da un nuovo gigante economico su scala planetaria che, stando ai calcoli del governo di Pechino, aspira a conquistare -entro il 2015- la leadership mondiale detenuta dagli Stati Uniti. Quest'economia pianificata, frutto di un miscuglio tra capitalismo selvaggio e dirigismo politico, ha dimostrato di essere capace di crescere a ritmi sostenuti (tassi a due cifre) nell'ultimo decennio. Gli ultimi dati diffusi dalla Banca Centrale del paese dimostrano che il Pil dovrebbe chiudere il 2006 in crescita del 10,5% (al di sopra delle previsioni iniziali che fissavano il tasso di crescita al 10%).
Tuttavia, le grandi possibilità del gigante asiatico non sono esenti da enormi rischi che, nel corso della sua corsa sfrenata, stanno assumendo un'importanza crescente. Il primo e più importante dei rischi è quello legato alla crescita disordinata. Il potenziale di influenza del gigante asiatico sui mercati mondiali delle materie prime (petrolio, ferro, zinco, acciaio e rame) sta provocando importanti perturbazioni tra domanda e offerta, generando un'inflazione da costi che potrebbe essere esportata al resto delle economie che, sviluppate o non, si nutrono anch'esse delle medesime fonti.
Gli squilibri non si limitano al mercato delle materie prime. Settori che sono stati liberalizzati parzialmente o totalmente al commercio mondiale (tessile, calzature e ceramiche) sono nell'occhio del ciclone. Le pressioni esercitate dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea affinché la Cina opti per un incremento dei dazi che riporti la sua economia sui binari della correttezza, stanno dando risultati parziali. Un esempio è la recente riduzione dal 13% all'11% della devoluzione fiscale che ricevono gli esportatori tessili. Da un lato, questo taglio non sembra essere sufficiente per influire sul trend in corso. Per altro verso, il provvedimento sta cominciando a danneggiare gli imprenditori cinesi che perderanno circa 1.000 milioni di dollari a causa dei minori aiuti fiscali.
Il disordine derivante dalla difficile gestione dell'accelerazione economica sta facendo sentire i suoi primi effetti anche sul mercato del lavoro: c'è un eccesso di diplomati e laureati che -in alcuni rami- non riesce ad essere assorbito dal mercato e, contemporaneamente, cominciano a scarseggiare alcune figure professionali.
La valuta domestica (lo yuan), ingabbiata in un rapporto di cambio eccessivamente rigido (fluttua in funzione dell'andamento di un paniere di valute da circa un anno), non sembra dare segnali di frizione. Il Fondo Monetario Internazionale chiede una rivalutazione della divisa cinese (il dollaro Usa viene scambiato a circa 7,9 yuan) che tarda ad arrivare.
Il rischio finanziario può essere individuato in alcune opere faraoniche, costruite per mandato politico e senza una definizione chiara del rapporto costi/benefici, come il caso del treno magnetico di Shanghai, e di imprese statali con un'insufficiente controllo contabile. In siffatto contesto, le multinazionali non frenano il processo di delocalizzazione dei propri stabilimenti verso l'area metropolitana di Shanghai o il delta dello Yangtze. A cura di www.fondionline.it
Tuttavia, le grandi possibilità del gigante asiatico non sono esenti da enormi rischi che, nel corso della sua corsa sfrenata, stanno assumendo un'importanza crescente. Il primo e più importante dei rischi è quello legato alla crescita disordinata. Il potenziale di influenza del gigante asiatico sui mercati mondiali delle materie prime (petrolio, ferro, zinco, acciaio e rame) sta provocando importanti perturbazioni tra domanda e offerta, generando un'inflazione da costi che potrebbe essere esportata al resto delle economie che, sviluppate o non, si nutrono anch'esse delle medesime fonti.
Gli squilibri non si limitano al mercato delle materie prime. Settori che sono stati liberalizzati parzialmente o totalmente al commercio mondiale (tessile, calzature e ceramiche) sono nell'occhio del ciclone. Le pressioni esercitate dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea affinché la Cina opti per un incremento dei dazi che riporti la sua economia sui binari della correttezza, stanno dando risultati parziali. Un esempio è la recente riduzione dal 13% all'11% della devoluzione fiscale che ricevono gli esportatori tessili. Da un lato, questo taglio non sembra essere sufficiente per influire sul trend in corso. Per altro verso, il provvedimento sta cominciando a danneggiare gli imprenditori cinesi che perderanno circa 1.000 milioni di dollari a causa dei minori aiuti fiscali.
Il disordine derivante dalla difficile gestione dell'accelerazione economica sta facendo sentire i suoi primi effetti anche sul mercato del lavoro: c'è un eccesso di diplomati e laureati che -in alcuni rami- non riesce ad essere assorbito dal mercato e, contemporaneamente, cominciano a scarseggiare alcune figure professionali.
La valuta domestica (lo yuan), ingabbiata in un rapporto di cambio eccessivamente rigido (fluttua in funzione dell'andamento di un paniere di valute da circa un anno), non sembra dare segnali di frizione. Il Fondo Monetario Internazionale chiede una rivalutazione della divisa cinese (il dollaro Usa viene scambiato a circa 7,9 yuan) che tarda ad arrivare.
Il rischio finanziario può essere individuato in alcune opere faraoniche, costruite per mandato politico e senza una definizione chiara del rapporto costi/benefici, come il caso del treno magnetico di Shanghai, e di imprese statali con un'insufficiente controllo contabile. In siffatto contesto, le multinazionali non frenano il processo di delocalizzazione dei propri stabilimenti verso l'area metropolitana di Shanghai o il delta dello Yangtze. A cura di www.fondionline.it