Stellantis, le grane oltre l’elettrico. Il titolo ai minimi storici teme per il rating investment grade
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Credito stressato e recupero più breve del previsto. Stellantis giovedì ha aggiornato i minimi storici, crollando a Piazza Affari allo storico valore di 4,59 euro. Una doccia fredda per gli investitori che temono ora che i ribassi non siano finiti qui e vedevano nel corso Filosa la svolta, per ora mancata.
Oggi il titolo ha aperto in rialzo dell’1,7%.
Rating a rischio
Banca Akros ha rivisto il giudizio a neutral da buy, tagliando il target price a 5,50 euro da 9 euro. Gli analisti segnalano un peggioramento del profilo creditizio, con il rischio di un declassamento del rating da BBB- a BB+, che comporterebbe la perdita dello status di investment grade e possibili ricadute sui costi di finanziamento di Stellantis Financial Services. La banca ha inoltre ridotto le stime sugli utili per il 2026 e soprattutto per il 2027.
L’attenzione del mercato è ora rivolta ai risultati del secondo trimestre, attesi il 30 luglio.
Akros stima consegne per circa 1,52 milioni di veicoli, in crescita del 5% su base annua, ricavi pari a 41,2 miliardi e un margine adjusted operating income dell’1,9%, mentre il mercato attende segnali concreti sull’efficacia del piano di rilancio avviato dall’amministratore delegato Antonio Filosa.
Stabilimenti aperti
Alcuni analisti hanno messo in luce la necessità di chiudere parte della produzione per ritrovare reddittività. Ieri il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha tuttavia spiegato che “in Italia abbiamo concordato con Stellantis che gli stabilimenti rimarranno tutti attivi”, ricordando le stime europee che prevedono la chiusura di 25 stabilimenti automotive nei prossimi mesi, in particolare in Germania. “Per cambiare il piano industriale è dovuto innanzitutto cambiare leader, ha evidenziato Urso, riferendosi all’ad di Stellantis Antonio Filosa, succeduto a Carlos Tavares e sottolineando che i frutti del nuovo piano, “aperto ad altre tecnologie e non solo all’elettrico”, si vedono con una crescita della produzione italiana del 30% nella prima parte dell’anno rispetto al 2025.
Le cause all’origine
La crisi di Stellantis nasce da lontano, causata principalmente da un drastico crollo delle vendite, da una errata strategia sulla transizione elettrica, che ha causato enormi svalutazioni, e da una gestione fallimentare dei marchi in Nord America. La gestione dei marchi storici come Jeep, Dodge e Ram ha subito una forte frenata in Nord America. Il declino nelle consegne in quest’area è stato una delle ragioni principali che hanno portato alla fine dell’era dell’ex ceo Carlos Tavares. A questo si aggiungono la forte concorrenza cinese e, in Italia, gli elevati costi di produzione e un forte calo dei volumi negli stabilimenti nazionali
Il settore in crisi
D’altra parte, tutto il settore dell’auto sta vivendo una grave crisi in Europa con Vw, per esempio, che ha annunciato 50mila tagli. E la stampa tedesca parla di 100mila posti a livello globale.
Oggi, inoltre, l’ad Oliver Blume, ha lanciato quella che definisce la “più ampia riorganizzazione della storia del gruppo”, confermando l’intenzione di accelerare la trasformazione del costruttore per rafforzarne la competitività in un contesto globale sempre più complesso. Blume ha ribadito che il piano strategico punta a rendere Volkswagen “più solida e competitiva”, limitando i rischi, cogliendo nuove opportunità e rilanciando il ruolo industriale della Germania. Anche il direttore finanziario Arno Antlitz ha delineato le priorità del gruppo: continuare a investire nei veicoli elettrici e nelle più avanzate soluzioni software, mantenendo al tempo stesso competitivo la gamma con motori a combustione e rafforzando la presenza sui principali mercati mondiali. Per raggiungere questi obiettivi, Volkswagen dovrà ridurre in modo significativo i costi, sfruttare maggiormente le sinergie tra i marchi del gruppo, semplificare la struttura e migliorare la redditività. Tra le misure già illustrate dal management figura una profonda razionalizzazione dell’offerta: entro i prossimi anni la gamma di modelli sarà ridotta di circa il 50%, mentre le varianti di motorizzazione e allestimento diminuiranno fino al 75%, con l’obiettivo di ridurre la complessità e adattare sviluppo e produzione alle esigenze dei diversi mercati
Secondo Equita,”sommando il recente profit warning di Bmw si tratta di un ulteriore conferma della debolezza per l’intero settore che colpisce con diversa intensità tutti i player”.