Notizie Notizie Italia Private equity al palo: deal a 173 miliardi il livello più basso dal 2023. La ricetta di Bain&Company per il rilancio

Private equity al palo: deal a 173 miliardi il livello più basso dal 2023. La ricetta di Bain&Company per il rilancio

10 Giugno 2026 11:14

Il private equity resta al palo. Secondo l’aggiornamento del Global Private Equity Report 2026di Bain and Company, la ripresa del mercato globale dei fondi è stata nuovamente rinviata da tre fattori. E il settore sta entrando in una fase più “industriale” e meno “finanziaria”: i rendimenti dipenderanno sempre meno dalle condizioni di mercato e sempre più dalla capacità dei fondi di migliorare concretamente le aziende in portafoglio. L’AI viene vista contemporaneamente come una minaccia alle valutazioni tradizionali e come la principale leva competitiva per il futuro.

I numeri

Il mercato globale dei buyout stenta a decollare: dopo il picco raggiunto nell’ultima parte dello scorso anno, il valore dei deal è sceso a 173 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno, con una stima di soli 145 miliardi per questo trimestre, il livello più basso dal 2023. Anche il numero di operazioni segue la stessa traiettoria discendente, attestandosi intorno a circa 700 deal nel secondo semestre 2026.

“La situazione italiana rispecchia la dinamica globale: molta attività nella fascia media, assenza di grandi operazioni, e un mercato guidato dalla selettività più che dalla propensione al rischio”, commenta Sergio Iardella, Senior Partner e responsabile italiano Private Equity di Bain & Company.

“La raccolta fondi è tipicamente l’ultimo ingranaggio del ciclo del capitale a ripartire: sono necessari 2-18 mesi di exit e distribuzioni sostenute prima che si registri un incremento significativo nelle nuove allocazioni. Nonostante nel primo semestre 2026 si siano concluse operazioni di rilievo, la raccolta complessiva rimane debole”, prosegue.

Le cause

A pesare sono tre fattori: il crollo dei titoli software legato all’intelligenza artificiale, lo stress da rimborso nel credito privato e l’impennata del prezzo del petrolio innescata dal conflitto in Iran. Tre elementi che, in rapida successione, hanno di nuovo congelato i mercati e rimandato la tanto attesa ripresa.

Il nodo investimenti

L’attività di investimento in buyout ha subìto una battuta d’arresto generalizzata, ma registrando dinamiche differenti tra i vari settori. La tecnologia si trova in una posizione intermedia: l’incertezza sulla valutazione delle aziende ha fatto crollare il valore dei deal tech del 70% tra il quarto trimestre 2025 e il primo trimestre 2026. Il panico sul comparto SaaS (Software as a Service), con una contrazione a febbraio di quasi il 30% nelle valutazioni sui mercati del software, ha seminato dubbi su asset che fino a poco prima sembravano intoccabili.

“Questo trend”, prosegue Iardella, “riflette la profonda incertezza generata dall’accelerazione dell’intelligenza artificiale, che sta rimettendo in discussione i modelli di valutazione e i fondamentali di molte aziende tecnologiche, rendendo gli investitori di private equity particolarmente cauti nell’impegnare capitali in un settore in rapida trasformazione”.

Le valutazioni del software nei portafogli di private equity sono scese di circa l’8% nel primo trimestre, con una correzione più contenuta in Europa (-4,2%) rispetto agli Stati Uniti (-8,9%). Nel frattempo, molti operatori stanno riorientando capitale e risorse verso business con componenti fisiche o ad alta intensità di lavoro, considerati meno vulnerabili all’automazione e meno esposti alla volatilità geopolitica.

La liquidità

Il nodo della liquidità rimane irrisolto. Le distribuzioni ai Limited Partner si mantengono su livelli contenuti da quattro anni consecutivi, mentre il ciclo medio del capitale si è allungato a sette anni – superiore alle medie storiche – riflettendo un mercato delle exit più selettivo e un contesto macroeconomico mutato.

Le operazioni di vendita continuano a concludersi positivamente nella grande maggioranza dei casi, a conferma della tenuta del settore. Al tempo stesso, gli asset di fascia intermedia richiedono oggi tempi e strutture più elaborate, e gli LP esercitano una due diligence più rigorosa anche sui continuation vehicle.

Gli asset buyout acquisiti nel 2021 o prima hanno attraversato un ciclo straordinariamente complesso – inflazione, rialzo dei tassi, turbolenze commerciali e accelerazione dell’AI – che ha reso le valutazioni di portafoglio più difficili da leggere e comunicare. Il settore è ora chiamato ad adattare modelli e aspettative a un nuovo equilibrio.

La ricetta

La conclusione del report è che il private equity non può più contare principalmente sull’espansione dei multipli o sulla leva finanziaria. Oggi, per ottenere rendimenti competitivi: serve una crescita dell’Ebitda intorno al 12%, contro il 5% del passato;  la creazione di valore operativo diventa centrale;  l’intelligenza artificiale deve essere integrata nelle strategie delle partecipate;  occorre essere molto più selettivi nella gestione del portafoglio.