Inflazione USA accelera spinta dall’energia. Fed sotto pressione
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L’inflazione statunitense ha registrato a marzo l’aumento più marcato degli ultimi quasi quattro anni, spinta dal balzo dei prezzi della benzina in seguito al conflitto con l’Iran. Lo scenario resta così influenzato fortemente dall’andamento delle quotazioni petrolifere.
A spingere l’indice è soprattutto il balzo dei carburanti, che da solo ha inciso per circa tre quarti sull’aumento mensile complessivo, mentre le pressioni di fondo restano più contenute: la componente core, al netto di alimentari ed energia, mostra infatti una crescita più moderata, pari allo 0,2%.
CPI in rialzo e in linea con le attese
Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics pubblicati oggi, l‘indice dei prezzi al consumo (CPI) negli Stati Uniti ha registrato a marzo un aumento dello 0,9% su base mensile, in netto rialzo rispetto al +0,3% di febbraio e in linea con le attese degli analisti. Mentre su base annua l’inflazione ha raggiunto il 3,3%, il livello più elevato dal 2024 e leggermente al di sotto del consenso che indicava il 3,4%. Segnali più contenuti arrivano dall’inflazione core, versione che esclude le componenti più volatili: il CPI al netto di alimentari ed energia è cresciuto dello 0,2% su base mensile, sotto le previsioni (+0,3%), mentre su base annua si è fermato al 2,6% contro attese al 2,7%. A sostenere il dato complessivo è stato soprattutto il comparto energetico, che ha segnato un balzo del 10,9% nel mese, dopo il modesto +0,6% registrato a febbraio.
Mercati resilienti, ma cresce la pressione sui consumi
I mercati hanno reagito senza scossoni, con i futures sull’S&P 500 in territorio positivo e il dollaro in flessione. Il dato sull’inflazione conferma però come le tensioni in Medio Oriente stiano già trasferendosi all’economia reale statunitense, incidendo sul potere d’acquisto delle famiglie. I rincari dei carburanti si stanno facendo sentire in modo immediato, mentre diversi operatori, dalle compagnie aeree ai servizi postali, iniziano a segnalare possibili aumenti dei prezzi nelle prossime settimane.
Anche in presenza di una tregua tra Stati Uniti e Iran, il quadro sui prezzi resta orientato al rialzo nel breve periodo. I tempi necessari per riportare a regime la produzione petrolifera lasciano infatti prevedere una persistenza delle tensioni sui costi energetici. A questo si aggiungono ulteriori fattori di pressione: le difficoltà nella catena di approvvigionamento dei fertilizzanti potrebbero riflettersi sui prezzi alimentari nei prossimi mesi, mentre l’aumento dei costi di trasporto rischia di trasmettersi progressivamente a un ampio spettro di beni di consumo.
Pressioni contenute fuori dall’energia, ma la Fed resta vigile
Al di fuori della componente energetica, la dinamica dei prezzi appare più moderata. I beni core registrano un incremento dello 0,1% per il secondo mese consecutivo, mentre i prezzi delle auto usate continuano a scendere, segnando il quarto calo mensile di fila. Anche i generi alimentari mostrano una flessione dello 0,2%, sostenuta dal ribasso di carne, latticini e uova, sebbene gli effetti dei rincari dei fertilizzanti possano emergere con ritardo nei prossimi trimestri.
Sul fronte dei servizi, i prezzi al netto dell’energia crescono dello 0,2%, con un aumento più marcato per i biglietti aerei (+2,7%).
Anche l’indicatore seguito con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, che esclude abitazione ed energia, segna anch’esso un +0,2%, il ritmo più contenuto dall’inizio dell’anno. I costi per l’abitazione, che rappresentano la componente più rilevante dell’indice, salgono dello 0,3%. In questo contesto, la Fed continua a monitorare con attenzione gli effetti dello shock energetico e delle tensioni geopolitiche. I mercati scontano una probabilità limitata di nuovi tagli dei tassi nel 2026, pur lasciando aperta la possibilità di interventi più avanti nel corso dell’anno.