Notizie Notizie Mondo Tassi, inflazione, PIL e dazi: cosa c’è nel nuovo bollettino economico della Bce

Tassi, inflazione, PIL e dazi: cosa c’è nel nuovo bollettino economico della Bce

2 Aprile 2026 10:33

Il nuovo Bollettino economico della Banca centrale europea (Bce) evidenzia un quadro complesso: inflazione temporaneamente elevata, crescita rallentata e mercati finanziari instabili. Il consiglio direttivo opta al momento per mantenere una posizione di cautela, pronto ad adattare tutti gli strumenti disponibili per garantire la stabilità dei prezzi e l’ordinato funzionamento della politica monetaria.

Ecco un focus sui principali punti analizzati dal Bollettino della Banca centrale europea.

Tassi di interesse: approccio guidato dai dati

Partendo dai tassi, l’istituto centrale guidato da Christine Lagarde sottolinea come nell’ultima riunione, del 19 marzo scorso, il Consiglio direttivo ha deciso di mantenere invariati i tre tassi di interesse di riferimento. In particolare, il tasso sui depositi resta al 2,00%, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,15% e il tasso marginale di rifinanziamento al 2,40%. La decisione riflette la volontà della Bce di garantire la stabilità dei prezzi, con l’obiettivo di mantenere l’inflazione al 2% nel medio termine, nonostante il contesto globale particolarmente incerto.

Le tensioni internazionali, in particolare il conflitto in Medio Oriente, hanno introdotto rischi significativi sia sul fronte della crescita economica che su quello dei prezzi. Perciò, dice la BCE, “per definire l’orientamento di politica monetaria adeguato, il Consiglio direttivo seguirà un approccio guidato dai dati secondo il quale le decisioni vengono adottate di volta in volta a ogni riunione”. In particolare, le decisioni sui tassi di interesse saranno basate sulla valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria“.

Crescita PIL rivista al ribasso nel triennio

Soffermandoci sull’economia dell’area euro, nel quarto trimestre del 2025 è cresciuta dello 0,2%, trainata dalla domanda interna. Le famiglie hanno aumentato la spesa grazie al miglioramento dei redditi reali e al mantenimento del tasso di disoccupazione vicino ai minimi storici. I consumi privati restano il principale motore della crescita nel medio periodo, mentre gli investimenti continueranno a beneficiare della spesa pubblica per infrastrutture e difesa e della crescente digitalizzazione delle imprese. Tuttavia, dice la Bce “le incertezze esterne, tra cui le politiche commerciali mondiali e i mercati energetici instabili, pesano sul quadro complessivo”.

Numeri alla mano, “lo scenario di base prevede una crescita annua del PIL dello 0,9% nel 2026, dell’1,3% nel 2027 e dell’1,4% nel 2028, con revisioni al ribasso rispettivamente di 0,3 e 0,1 punti percentuali rispetto alle stime di dicembre 2025”. Ma non mancano le soluzioni prospettate dallo stesso Consiglio direttivo della Bce. In primis, “l’urgente necessità di rafforzare l’economia dell’area dell’euro, preservando al tempo stesso la solidità delle finanze pubbliche.

Qualsiasi manovra di bilancio in risposta allo shock sui prezzi dei beni energetici dovrebbe essere temporanea, mirata e modulata. L’attuale crisi energetica rende evidente la necessità di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili”. Ma non solo anche i risparmi sono una risposta alla crisi in corso. “Il completamento dell’unione dei risparmi e degli investimenti è d’importanza cruciale per finanziare l’innovazione e sostenere le transizioni ecologica e digitale. L’euro digitale e la tokenizzazione della moneta di banca centrale all’ingrosso accresceranno l’autonomia strategica, la competitività e l’integrazione finanziaria in Europa, promuovendo inoltre l’innovazione nei pagamenti” si legge nel Bollettino.

Inflazione e pressioni sui prezzi

Capitolo prezzi al consumo, la Bce sottolinea come a febbraio 2026, l’inflazione armonizzata (IAPC) nell’area dell’euro è aumentata all’1,9% dall’1,7% di gennaio. I prezzi dei beni energetici hanno registrato un calo del 3,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, dopo una diminuzione del 4,0% a gennaio. Ma non finisce qui. Il Consiglio direttivo prevede un’impennata temporanea dell’inflazione al 3,1% nel secondo trimestre del 2026, dovuta all’aumento dei prezzi energetici causato dal conflitto. Nel complesso, l’inflazione complessiva è prevista al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. Nonostante le pressioni energetiche, le aspettative di inflazione a lungo termine rimangono ancorate intorno al 2%, confermando la stabilità del quadro di medio termine.

“Sebbene la riduzione dei dazi statunitensi a seguito di una sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti abbia fornito un certo sostegno alla crescita, l’incertezza sulle politiche commerciali rimane elevata (…) L’inflazione complessiva misurata sull’indice dei prezzi al consumo (IPC) a livello mondiale è stata rivista al rialzo nei prossimi due anni, per effetto dello shock sui prezzi dei beni energetici. Nei primi pochi mesi di quest’anno l’impatto inflazionistico dei rincari dell’energia è stato parzialmente compensato dai dati sull’inflazione inferiori alle attese e dagli effetti derivanti da dazi più bassi”.

Le incertezze legate al conflitto – si legge ancora nel Bollettino – hanno spostato verso il basso il quadro complessivo dei rischi per la crescita mondiale, con i rischi di inflazione orientati invece verso l’alto. “I rischi associati alla guerra in Medio Oriente sembrano essere notevolmente asimmetrici, con una maggiore probabilità di effetti aggravati anziché più lievi. Al contrario, altri rischi macroeconomici e finanziari fondamentali, quali i dazi, gli andamenti connessi all’IA e gli effetti delle politiche economiche, restano simmetrici ed equilibrati, come nelle proiezioni precedenti”.

Unica nota positiva la “solidità dei bilanci e l’elevato livello dei risparmi dovrebbero contribuire ad attenuare l’impatto dello shock sulle famiglie”.

I costi dei dazi statunitensi: l’analisi della Bce

Infine, il bollettino della Bce fornisce un focus sui costi dei dazi imposti dagli Stati Uniti. In particolare, l’aumento dei dazi statunitensi sta ridisegnando in maniera significativa le relazioni commerciali globali, con effetti particolarmente evidenti nel settore automobilistico.

Gli esportatori verso gli Stati Uniti stanno assorbendo solo una parte dei maggiori costi, mentre gran parte dell’onere ricade sugli importatori e sui consumatori americani. Analizzando il settore auto, difatti emerge un chiaro spostamento delle forniture da Cina e UE verso Canada e Messico, evidenziando come i dazi abbiano spinto le imprese a ristrutturare le catene di approvvigionamento regionali. Per UE e Giappone, invece, i dazi hanno comportato sia una contrazione del valore unitario delle autovetture esportate sia un calo dei volumi inviati negli Stati Uniti.

In linea generale, attualmente, circa un terzo dei costi aggiuntivi derivanti dai dazi grava sui consumatori, ma le indagini presso le imprese statunitensi indicano che questa quota potrebbe salire fino a oltre la metà nel lungo periodo, man mano che le aziende esauriscono la capacità di assorbire i costi. Complessivamente, il fenomeno mostra come i dazi non solo influenzino i flussi commerciali, ma trasferiscano progressivamente il peso economico lungo l’intera catena di produzione e vendita.