Notizie Notizie Italia Tempesta sui Btp e impennata spread. Così Trump fa sanguinare la Meloni strategy

Tempesta sui Btp e impennata spread. Così Trump fa sanguinare la Meloni strategy

13 Marzo 2026 08:13

Settimana prossima doppio appuntamento con Bce e Fed, con nessuna novità in arrivo. Ma sul mercato negli ultimi giorni cresce il fermento su quelli che concretamente saranno gli effetti sulle mosse di politica monetaria di un prolungato shock energetico.

Shock energetico e bond

Con il petrolio tornato nei dintorni di area 100 dollari al barile, sui mercati obbligazionari cresce l’aspettativa che l’aumento dei prezzi dell’energia porti in dote molto presto delle ripercussioni sull’inflazione. L’incertezza legata al conflitto in Iran rischia pertanto di spingere le banche centrali a sospendere la riduzione dei tassi per un periodo prolungato, se non addirittura invertire la rotta con rialzi.

“Un conflitto limitato che consente al traffico di petrolio e gas di proseguire senza grossi problemi potrebbe produrre uno shock inflazionistico temporaneo su cui le autorità monetarie possono sorvolare – asseriscono gli esperti di JP Morgan Asset Management – mentre un’interruzione prolungata del transito di petrolio e gas naturale liquefatto aumenta la probabilità che lo shock sui prezzi dell’energia persista abbastanza a lungo da influenzare i dati sull’inflazione, rendendo più complesso il percorso disinflazionistico su cui le banche centrali hanno fatto affidamento”.

Bce in pre-allerta

Sui mercati si inizia a guardare con crescente apprensione a questo secondo scenario e tanti iniziano a paventare lo scenario di stagflazione. “La stagflazione non arriva per caso – ha detto nei giorni scorsi Christine Lagarde – . Si verifica quando le misure adottate dai banchieri centrali sono sbagliate”. La presidente della Bce ha aggiunto come l’istituto centrale europeo prenderà “le misure necessarie per mantenere l’inflazione sotto controllo”.

C’è chi è stato più esplicito, come il numero uno della Bundesbank, Joachim Nagel: “Se dovesse emergere che l’attuale aumento dei prezzi dell’energia si tradurrà in un’inflazione più ampia per i consumatori nel medio termine, il Consiglio direttivo della Bce agirà in modo deciso e tempestivo”.

Spread Btp-Bund si allarga

Ieri intanto è andato in scena un nuovo sell-off sui titoli di Stato con i rendimenti dei Bund tedeschi balzati ai massimi dall’ottobre 2023, in particolare il decennale tedesco si è avvicinato pericolosamente al muro del 3% (toccato un picco al 2,95%), superando il picco toccato nel marzo 2025 in coincidenza con l’annuncio del bazooka fiscale da parte di Berlino.

Ancora più ampio il movimento dei Btp con il decennale tricolore che adesso rende 3,74%, sui massimi a circa un anno. Di conseguenza lo spread Btp-Bund si è ulteriormente allargato a 79 punti base, sui massimi dallo scorso ottobre. Movimenti che se confermati nel tempo andranno a vanificare il percorso di riduzione del costo dell’indebitamento dell’Italia.

Dall’inizio del conflitto in Iran, il rendimento del Btp decennale segna un aumento di 44 punti base, 20 in più rispetto al Bund, che in queste settimane ha sovrapperformato rispetto a tutti gli altri bond governativi Ue giovandosi del suo classico status di bene rifugio nei momenti di risk off sui mercati.

Bund flirta con soglia del 3%

Sul mercato monetario oramai da diversi giorni si è iniziato a scommettere su possibili rialzi dei tassi da parte della Bce. Una stretta già il mese prossimo è prezzata al momento al 35%, mentre ad oggi è dato quasi per scontato un primo rialzo dei tassi a giugno, che potrebbe essere accompagnato da una seconda stretta nella seconda parte dell’anno se l’inflazione si confermerà in accelerazione.

I timori sulle ricadute inflattive della guerra in Iran spingono quindi gli investitori a ritenere possibili due rialzi dei tassi nel 2026. E il rendimento del Bund decennale vicino al 3% è un segnale non trascurabile, anche se rispetto al 2023 la componente inflazionistica delle aspettative è più contenuta e i rendimenti reali sono più alti.

“Se la continuazione della guerra farà lievitare la pressione inflazionistica, portando la Bce a inasprire la politica monetaria, almeno temporaneamente, un rendimento del Bund sopra il 3% è probabile”, è la view degli esperti di Unicredit in un report intitolato “10Y Bund yield: the 3% level is no Rubicon”.

Cosa sta facendo salire i rendimenti

Da inizio mese il rendimento del Bund a 10 anni è aumentato di circa 30 punti base. Una dinamica guidata quasi interamente da uno spostamento al rialzo delle aspettative di inflazione, coerente con l’impulso inflazionistico generato dal conflitto in Iran.

I rendimenti reali dei Bund a dieci anni sono invece intorno allo 0,70-0,80%, in linea generale con i livelli visti a marzo 2025. “Vediamo un margine limitato per un aumento dei rendimenti reali nel breve termine, soprattutto considerando che uno shock dei costi energetici guidato dall’offerta aumenta il rischio di una crescita più debole”, asseriscono Luca Cazzulani e Francesco Maria Di Bella, fixed income strategist di Unicredit.

I precedenti

L’ultima volta che il Bund a 10 anni ha raggiunto il 3% è stato quasi tre lustri fa, per l’esattezza a giugno 2011, mentre a settembre 2023 ci è andato molto vicino. Nel 2011, la combinazione di rendimenti reali e aspettative di inflazione era simile a quella attuale. “Una posizione fiscale più proattiva in Germania potrebbe, e probabilmente dovrebbe, sostenere la crescita, mantenendo i rendimenti reali almeno nell’intervallo 0,80-1%”, spiegano da Unicredit. Mentre l’effetto dell’IA appare misto: una produttività più forte potrebbe far salire il tasso naturale, spingendo i rendimenti reali verso l’alto, mentre una possibile interruzione del mercato del lavoro e l’aumento della disuguaglianza potrebbero deprimerlo.
“L’episodio del 2023 fornisce un utile riferimento per uno scenario stagflazionistico – aggiungono Cazzulani e Di Bella – caratterizzato da aspettative di inflazione ferme e una crescita più debole. In un tale contesto, i rendimenti nominali potrebbero rimanere vicini ai livelli attuali, con un’inflazione attesa più elevata compensata da rendimenti reali più deboli”.