Fed, Trump ha deciso: a breve svelerà il nuovo presidente, il cerchio si stringe su Warsh. Perché oro e argento vanno giù
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Dopo una corsa straordinaria, arriva la correzione. Giornata nera per i metalli preziosi sui mercati globali quella di oggi, con l’oro e l’argento che hanno registrato un brusco calo, innescando una diffusa ondata di vendite che ha colpito non solo le materie prime, ma anche azioni minerarie ed ETF collegati al settore.
Nelle prime ore di stamani, l’argento spot è crollato del 15%, scendendo sotto la soglia psicologica dei 100 dollari l’oncia e attestandosi intorno a 98,7 dollari. Pesante anche la performance dell’oro, che ha perso circa il 7%, scivolando a 5.009 dollari l’oncia. Le vendite non si sono fermate al mercato spot. Sui futures, il contratto sull’oro con scadenza ravvicinata a New York ha ceduto il 5,5%, mentre i futures sull’argento di febbraio hanno lasciato sul terreno oltre l’11%.
Effetto domino su tutto il comparto
Il ribasso ha coinvolto l’intero universo dei metalli preziosi. Il platino ha perso più del 14%, mentre il palladio è sceso di circa il 12%, confermando la portata sistemica del movimento.
Sui mercati azionari, l’impatto è stato immediato. In Europa, l’indice Stoxx 600 Basic Resources, che include i principali gruppi minerari del continente, ha registrato un calo di oltre il 3% nelle prime contrattazioni. A Londra, Fresnillo, il maggior produttore mondiale di argento, ha ceduto circa il 7%.
Negli Stati Uniti, nel pre-market, le perdite sono state ancora più accentuate: Endeavour Silver ha lasciato sul terreno quasi il 15%, mentre First Majestic Silver ha perso oltre il 14%. Forte pressione anche sugli ETF: il ProShares Ultra Silver è arrivato a cedere circa il 25%, mentre l’iShares Silver Trust ha segnato un ribasso superiore al 12%.
Il sell-off arriva dopo un rally eccezionale durato oltre un anno. Nel 2025, l’oro aveva messo a segno un rialzo del 65%, mentre l’argento aveva registrato un impressionante +150%. Anche nel 2026 la tendenza positiva sembrava proseguire, con l’argento in crescita del 37% e l’oro del 15% da inizio anno, prima dello scivolone di venerdì.
Fed, politica e incertezza: il contesto macro pesa sui prezzi
Sul fronte macro, resta centrale il ruolo della politica monetaria statunitense. Claudio Wewel, strategist di J. Safra Sarasin, parla di una vera e propria “tempesta perfetta” che ha sostenuto i metalli nei mesi scorsi: tensioni geopolitiche, instabilità globale e crescenti dubbi sull’indipendenza della Federal Reserve.
Negli ultimi giorni, però, l’attenzione del mercato si è concentrata sulla nomina del prossimo presidente della Fed. Il presidente Donald Trump ha annunciato che renderà noto il successore di Jerome Powell proprio oggi e i mercati stanno ricalibrando le aspettative dopo aver scommesso su un profilo particolarmente accomodante in termini di politica monetaria.
Tra i nomi più citati figura Kevin Warsh, ex governatore della Fed ed ex banchiere di Morgan Stanley. Warsh ha fatto parte del Consiglio dei governatori della Federal Reserve dal 2006 al 2011, ponendosi al centro della risposta della banca centrale alla crisi finanziaria del 2007-09. Durante il suo mandato, ha rappresentato la Fed al Gruppo dei Venti, ha ricoperto il ruolo di emissario presso le economie asiatiche e ha supervisionato le operazioni interne dell’istituzione in qualità di governatore amministrativo. Prima di entrare nella Fed, Warsh è stato consigliere economico senior del presidente George W. Bush e in precedenza ha costruito la sua carriera a Wall Street presso Morgan Stanley.
E proprio l’eventualità di una svolta meno “accomodante” rispetto alle attese alla guida della banca centrale americana ha contribuito a raffreddare l’entusiasmo sugli asset rifugio.
Tuttavia secondo gli esperti il sell-off delle ultime ore non è una sorpresa. “L’andamento dei prezzi dei metalli è stato impressionante, ma era prevedibile anche solo osservando la crescente tensione attraverso la lente dell’indice di volatilità dell’oro” sostiene Ipek Ozkardeskaya, analista senior Swissquote.
“Un forte picco ci ha rivelato molto sulla crescente tensione dietro un rally così impressionante, che ultimamente è stato guidato più dalla speculazione che dai fondamentali. Ciò significa che potremmo assistere a un significativo calo dell’8-10%, verso la fascia tra i 4.600 e i 4.800 dollari l’oncia, per alleviare parte di tale tensione” conclude l’esperto.