Eni: il 25 luglio i conti del secondo trimestre. Equita stima utili in calo del 38%, le ragioni
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Nell’ultimo mese i titoli del comparto petrolifero di Piazza Affari si sono messi in luce in scia all’andamento ad alta volatilità delle quotazioni del greggio. Movimenti dettati dalle notizie in arrivo dal fronte in Medio Oriente: prima l’esplosione del conflitto dopo l’attacco di Israele all’Iran, con i timori legati soprattutto alla chiusura dello stretto di Hormuz (essenziale per il commercio globale) fino ad arrivare alla tregua. Di recente, poi, è arrivato anche l’annuncio dell’Opec+ che ha concordato un aumento della produzione per agosto.
In questo contesto, restano sotto osservazione anche le big oil del Ftse Mib come Eni. Per la società energetica guidata da Claudio Descalzi si avvicina anche l’appuntamento con i conti del secondo trimestre e della prima parte dell’anno (25 luglio).
Vediamo cosa si aspettano gli analisti dai numeri della big del petrolio italiano e su cosa si focalizzeranno.
Consensus Bloomberg sui conti di Eni
Il Consiglio di amministrazione di Eni si riunirà il prossimo 24 luglio per l’approvazione dei risultati del secondo trimestre 2025, con la presentazione ufficiale dei numeri il giorno successivo quindi il 25 luglio (solitamente prima dell’avvio delle contrattazioni in Europa).
Il consensus raccolto da Bloomberg indica ricavi per 19,91 miliardi di euro, mentre l’Ebitda è previsto a 3,88 miliardi e l’Ebit a 1,85 miliardi.
Equita taglia stime Eps 2025 per deprezzamento dollaro, “migliore visibilità su FCF e remunerazione grazie alle dismissioni”
I conti in arrivo il 25 luglio possono “rappresentare un catalyst moderatamente positivo per il titolo”. Sono di questa idea gli analisti di Equita Sim, secondo i quali il Cane a sei zampe può confermare le guidance per il 2025 di produzione (1,7 mln boe/g), CFFO (11 miliardi) e di remunerazione (dividendo 1,05 euro e buyback 1,5 miliardi).
Per quanto riguarda il secondo trimestre, Equita si attende, però, un calo dell’utile netto pari al 38% in scia allo “scenario meno favorevole dei prezzi degli idrocarburi, per il deprezzamento del dollaro, in parte compensata da una performance meno debole del business downstream (raffinazione e chimica) grazie al miglioramento dei margini di mercato”. E aggiungono: “in considerazione del deprezzamento del dollaro, modifichiamo le stime di forex a 1,15 nel secondo semestre e nel 2026 e riduciamo le stime Eps 2025-2026 del 4%”.
“Dopo la vendita ad ARES del 20% di Plenitude per 2 miliardi di euro, ci attendiamo Eni abbia maggiore visibilità per raggiungere, se non migliorare, la guidance di Net Capex e conseguentemente di FCF – ovvero di avere più spazio di manovra per acquisizioni”, segnalano ancora gli analisti che apprezzano il modello satellitare portato avanti da Eni. “Riteniamo che ci sia valore sul titolo e che il modello satellitare stia permettendo di farlo emergere“, precisano gli esperti che confermano la raccomandazione buy e il target price di 16 euro.
Eni: analisti posizionati più su hold
Per quanto riguarda la view degli analisti, Bloomberg evidenzia che di 30 analisti che seguono la società, 12 raccomandano il rating buy e 17 quello hold. Un solo analista consiglia di vendere. Il target price medio è 14,47 euro, con un rendimento potenziale del dell’1,2%.
Petrolio, la view di Mps Capital Services
In un recente report dedicato al petrolio, e in particolar modo al Brent, gli strategist di Mps Capital Services sottolineano come in prospettiva “la situazione è molto fluida e, nonostante la temporanea tregua, i rischi di nuove tensioni rimarranno elevati fino a quando non sarà raggiunta un’intesa USA-Iran sul nucleare” e citano anche la “maggiore offerta OPEC+, unita ad una maggiore produzione in arrivo ex-USA, che dovrebbe accentuare il surplus globale di produzione tra fine 2025 e inizio 2026”. Secondo gli esperti, su tale orizzonte temporale è maggiormente presente il rischio di un indebolimento delle quotazioni, mentre durante i prossimi 1-2 mesi la maggiore domanda USA ed il basso livello di scorte potrebbero limitare gli spazi di ribasso o, quantomeno, consentire un rapido rimbalzo in caso di temporanei shock sul prezzo.
Partendo da queste considerazioni e in base al modello basato sull’evoluzione delle scorte globali nei prossimi mesi, Mps Capital Services stima “un andamento laterale nel corso dell’estate nel range 63-73 dollari al barile. Prezzi stabilmente sotto i 60 dollari sarebbero giustificabili solo in caso di marcato rallentamento economico globale e, avrebbero come conseguenza, il rischio di tagli alla produzione USA (tra i 60 e 65 dollari di WTI si colloca il prezzo breakeven per l’avvio di nuove trivellazioni secondo il sondaggio della Fed di Dallas)”.
Allo stesso tempo, aggiungono, prezzi stabilmente oltre i 73 dollari sono al momento poco giustificabili in assenza di fattori esogeni straordinari, dato che non ci aspettiamo rafforzamenti significativi della domanda globale in un periodo dove gli effetti ritardati delle tensioni commerciali potrebbero manifestarsi sull’economia USA”.