Riunione Fed: tassi fermi, Powell cauto. Inflazione al rialzo? Dato da monitorare
Nessuna sorpresa ieri della Federal Reserve (Fed), che ha mantenuto i tassi invariati nel range 3,5%-3,75% per la seconda riunione consecutiva. Un solo voto contrario, quello di Stephen Miran che ha votato per un taglio di 25 punti base. La banca centrale Usa continua, inoltre, a indicare due possibili tagli del costo del denaro di 25 punti base sia nel 2026 sia nel 2027, nel tentativo di calibrare la politica monetaria in un contesto reso più complesso dai rischi di rialzo legati ai prezzi dell’energia e da un mercato del lavoro che mostra segnali di rallentamento.
Come osserva David Pascucci di XTB, uno dei temi centrali della conferenza stampa è stato proprio il possibile impatto del rincaro energetico sull’inflazione. Su questo fronte, Jerome Powell ha scelto una linea prudente. Una cautela comprensibile: la Fed, spiega Pascucci, non può formulare previsioni che implichino una stima sull’andamento del petrolio, terreno che non rientra nel perimetro della banca centrale. Per questo motivo l’istituto preferisce attendere che siano i dati a chiarire quanto il rialzo dell’energia stia incidendo sull’inflazione, per poi eventualmente intervenire.
Sulla stessa linea anche gli economisti di ING, secondo cui la Fed appare disposta, almeno per ora, a guardare oltre un eventuale shock energetico di breve termine, nella convinzione che non si trasformi in una dinamica inflazionistica più ampia e persistente, tale da richiedere un intervento. Non a caso, nel comunicato diffuso al termine della riunione si legge che “l’incertezza sulle prospettive economiche rimane elevata” e che “le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia statunitense sono incerte”.
Sul fronte macroeconomico, le nuove proiezioni trimestrali della Fed mostrano un lieve miglioramento delle attese di crescita. La stima sul Pil del quarto trimestre 2026 è stata rivista al rialzo al 2,4% su base annua dal 2,3% precedente, mentre quella per il quarto trimestre 2027 sale al 2,3% dal 2%. Ritocchi verso l’alto anche per il 2028. Secondo ING, l’aspetto forse più rilevante riguarda però la revisione della crescita potenziale di lungo periodo, portata al 2% dall’1,8%. Un segnale che, secondo la banca, riflette una maggiore fiducia della Fed negli effetti positivi sulla produttività derivanti dagli investimenti in intelligenza artificiale e tecnologia.
Più contenuto, invece, l’aggiornamento sul fronte inflazione. Le stime per il 2026 sono state alzate solo marginalmente: il deflatore core PCE del quarto trimestre è ora visto al 2,7%, contro il 2,5% indicato in precedenza. Per il 2027 la previsione sale al 2,2%, appena 0,1 punti percentuali in più, mentre per il 2028 resta confermato il target del 2%.
Per Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners Sgr, dalla conferenza è emerso un Powell prudente nel valutare gli effetti del recente balzo del petrolio, ma anche molto chiaro su un punto: la reazione della Fed dipenderà dall’andamento delle aspettative di inflazione. Un passaggio tutt’altro che secondario, perché la possibilità di ignorare il rincaro dell’energia senza intervenire non può essere data per scontata. L’economia americana, osserva Sersale, continua nel complesso a tenere, ma il mercato del lavoro appare esposto a rischi di indebolimento. Inoltre, il rialzo del petrolio potrebbe riflettersi anche sulla componente core dell’inflazione. In questo scenario, al momento, sembra ancora necessaria una postura monetaria leggermente restrittiva.