Petrolio on fire anche oggi: i riflessi su Pil, inflazione e mosse Bce/Fed con greggio a 100 $
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Nuova esclation dei rischi di approvvigionamento in Medio Oriente e nuovo balzo dei prezzi del petrolio. Il presidente Usa, Donald Trump, ha minacciato ulteriori attacchi sull’isola di Kharg, in Iran, che gestisce circa il 90% delle esportazioni del paese.
Attacchi a Fujairah, Brent scatta a 106 dollari
La settimana si apre con prezzi del greggio ancora in salita in seguito al secondo attacco in tre giorni a Fujairah, un porto vitale negli Emirati Arabi Uniti situato appena fuori dallo Stretto di Hormuz. Fujairah, fuori dallo Stretto di Hormuz, è lo scarico per circa 1 milione di barili al giorno del petrolio greggio Murban degli Emirati Arabi Uniti – un volume pari a circa l’1% della domanda mondiale.
Stamattina il Brent si è spinto fino a massimi sopra i 106 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (Wti) si è attestato intorno ai 101 dollari; entrambi da inizio conflitto segnano balzi di oltre il 40% e viaggiano sui massimi dal 2022.
Shock energetico
L’attacco di Usa e Israele all’Iran ha spinto Teheran a interrompere il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz e si prevede che l’offerta globale di petrolio diminuirà di 8 milioni di barili al giorno a marzo a causa di interruzioni nelle navigazioni, mentre i produttori mediorientali hanno ridotto la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia che parla apertamente di “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”.
L’IEA ha accettato di rilasciare un record di 400 milioni di barili di petrolio da scorte strategiche detenute dai paesi membri per contrastare i picchi dei prezzi. Una mossa che però non ha sortito l’effetto di calmierare i prezzi.
Petrolio a 100 $, quali impatti su inflazione e Pil
Con i prezzi del petrolio superiori di oltre 25 dollari al barile rispetto a prima dell’inizio della guerra, Wall Street sta ora includendo l’aumento dei costi energetici nelle previsioni di inflazione, nei rendimenti obbligazionari e nella propensione al rischio.
A due settimane dall’inizio della guerra in Iran ed molta incertezza su quanto effettivamente durerà, gli analisti di Barclays hanno fatto il punto ipotizzando uno scenario in cui il prezzo medio del petrolio nel 2026 si mantenesse in area 100 dollari, come nel 2022, ma senza tensioni finanziarie. In tale scenario la crescita globale sarebbe inferiore di 0,2 punti percentuali e l’inflazione complessiva superiore di 0,7 punti percentuali.
Barclays sottolinea come l’area dell’euro, importatrice di energia, e il Regno Unito subirebbero l’impatto stagflazionistico più forte, poiché la loro crescita nel quarto trimestre del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente risulterebbe inferiore rispettivamente di 0,4 e 0,5 punti percentuali, mentre l’inflazione complessiva sarebbe superiore di 1,1 e 1,3 punti percentuali. La crescita negli Stati Uniti rimarrebbe invece pressoché invariata, con un calo di soli 0,1 punti percentuali circa, poiché le riduzioni della spesa dei consumatori sarebbero compensate dagli investimenti nella produzione petrolifera.
Le ripercussioni su mosse Fed, Bce e mercati
Gli analisti vedono profilarsi un cambio di direzione da parte delle banche centrali. “Un percorso di inflazione più elevato renderà più difficile per la Fed iniziare presto a tagliare i tassi”, ha affermato Goldman Sachs settimana scorsa posticipando il primo taglio previsto per la Fed da giugno a settembre, seguito da un secondo taglio a dicembre.
Nello scenario di petrolio in area 100 dollari in media nel 2026, secondo Barclays la Bce aumenterà i tassi due volte, mentre la Fed manterrebbe i tassi invariati.
Intanto i mercati azionari stanno alla finestra, senza vere e proprie ondate di panico. L’indice S&P 500 è calato di solo il 3% dall’inizio della guerra, il mercato non è quindi ancora entrato in una vera e propria correzione azionaria. Addirittura c’è chi come Tom Lee, strategist di Fundstrat, vede la possibilità di mercati in salita nelle prossime settimane rievocando il detto “sell the buildup, buy the war” con gli ultimi otto grandi conflitti che hanno visto le Borse non pagare dazio.