L’illusione spread e la montagna di Btp da rifinanziare: la verità su calo costo debito con governo Meloni
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Pronti via. Il Tesoro apre l’anno senza indugi vista la prospettiva di dover rifinanziare durante il 2026 titoli di Stato in scadenza per quasi 385 miliardi. Il Mef prepara la prima doppia emissione sindacata dell’anno nell’intento di replicare l’accoglienza record per le sei emissioni sindacate del 2025 con gli investitori esteri che dovrebbero continuare ad apprezzare il percorso virtuoso dell’Italia in termini di conti pubblici, abbinato a rendimenti che sono ancora i più allettanti dell’Eurozona.
Btp Green 2046 e nuovo Btp settennale
Il Mef ha così annunciato una doppia emissione di debito, dando mandato a un pool di banche di gestire mediante sindacato di un nuovo benchmark BTp a 7 anni, scadenza 15 marzo 2033, e di una riapertura per un importo non superiore a 5 miliardi di euro del Btp Green con cedola 4,10% e scadenza 30 aprile 2046. Nel dettaglio il collocamento – che con ogni probabilità sarà effettuato oggi – sarà affidato a Banca Mps, Barclays Bank, Bnp Paribas, Crédit Agricole, Morgan Stanley e NatWest Markets.
I Btp Green sono titoli di Stato italiani i cui proventi sono destinati al finanziamento di iniziative del bilancio dello Stato con ricadute ambientalmente sostenibili. Il Tesoro spiega come con il nuovo “Quadro di riferimento per l’emissione dei titoli di Stato Green”, pubblicato il 4 dicembre 2025, sono stati aggiornati i criteri di individuazione e rendicontazione ai sensi dei Green Bond Principles ICMA (International Capital Market Association) delle spese ambientali sostenibili presenti nel bilancio dello Stato, con l’obiettivo di rendere più ampio e strutturale l’allineamento ai criteri della Tassonomia UE e alla loro evoluzione degli ultimi anni. Barclays, Crédit Agricole CIB e NatWest hanno operato come “Sustainability Coordinators” dell’aggiornamento del nuovo Quadro di riferimento per l’emissione dei titoli di Stato Green.
I retail il Btp Valore
Unicredit ritiene che il Mef nei prossimi 12 mesi proverà a limitare l’offerta sia nella parte breve che in quella extra-lunga della curva, mentre nella parte centrale della curva l’attenzione si dovrebbe spostare dai titoli a 5 anni a quelli a 7-10 anni. La sfida è sopperire al calo dei titoli italiani in mano alla Bce con una robusta domanda da parte degli investitori esteri, mentre i retail sono attesi mantenere un’esposizione stabile. “Gli investitori al dettaglio sono più selettivi con un interesse maggiore per gli strumenti dedicati”, spiegano gli strategist FI di Unicredit, che quindi vedono i piccoli investitori continuare ad avere una predilezione per il Btp Valore, di cui il Tesoro prevede quest’anno una o più emissioni.
Spread Btp-Bund, un tesoretto per l’Italia
Come accennato, l’Italia è chiamata a rifinanziare una quota consistente di debito nei prossimi 12 mesi. Da un report del Centro studi di Unimpresa emerge che complessivamente le scadenze dei titoli di Stato ammontano a 2.545,6 miliardi di euro, concentrate in larga parte nel prossimo decennio. Tra il 2026 e il 2035 scadono infatti 2.007,3 miliardi, pari al 78,9% del totale.
Un assist importante arriva sicuramente dal calo dello spread Btp-Bund, stabilizzatosi già a fine 2025 in area 70 punti base, sui minimi dal 2009 grazie alla maggiore fiducia dei mercati nella solidità dei conti pubblici italiani con le agenzie di rating che in coro nel 2025 hanno promosso l’Italia e il deficit atteso scendere sotto la soglia del 3% con un anno di anticipo rispetto a quanto pattuito con Bruxelles.
Unimpresa stima che l’effetto spread sta già producendo un alleggerimento del costo medio del debito, destinato a riflettersi in modo più evidente nei prossimi e tale dinamica potrebbe generare un margine finanziario cumulato – un vero e proprio “tesoretto” – di 7-8 miliardi di euro solo nel 2026, grazie alla riduzione della spesa per interessi sulle nuove emissioni e sul rifinanziamento del debito in scadenza.
Meno spread non equivale per forza a costo più basso del debito
Il calo del differenziale di rendimento tra Btp e Bund durante l’attuale governo – con valori ridotti di oltre due terzi rispetto a quelli a cui viaggiava all’insediamento del governo Meloni nell’autunno 2022 – non significa necessariamente un calo del costo del debito di pari entità.
Nel 2025 c’è stata in effetti una riduzione del costo medio all’emissione dei titoli di Stato italiani al 2,75% rispetto al 3,41% di dodici mesi prima.
Non è però tutto oro ciò che luccica. Le dinamiche degli ultimi 12 mesi hanno visto sì i Btp fare meglio degli altri titoli di Stato dell’Eurozona, ma a livello di rendimenti oggi il Btp a 10 anni viaggia in area 3,51%, superiore rispetto ai minimi a 3,18% toccati a fine 2024. Se il rendimento sale, vuol dire che lo Stato deve offrire interessi più alti per convincere gli investitori a comprare i suoi titoli.
I rendimenti del Btp 10 anni nel 2025

E nel 2022

Tradotto in soldoni: il costo del debito pubblico per lo Stato italiano è sceso ma non quanto il calo dello spread faccia immaginare. In media negli ultimi 12 mesi il rendimento del Btp a 10 anni si è attestato al 3,56%, non molto sotto la media del 3,7% che aveva caratterizzato il 2024. Andando più indietro nel tempo nel 2022 la media era stata del 3,11%, quindi ben sotto quella dell’ultimo anno. In quell’anno pesò da un lato la politica monetaria restrittiva della Bce che alzò i tassi per contrastare l’inflazione, ma anche il timore dei mercati per una possibile affermazione della coalizione di centro-destra a guida Meloni che portò lo spread ad allargarsi notevolmente in quanto si temeva potesse portare avanti una politica fiscale “allegra”. Timori che poi si sono dissolti alla luce dell’operato molto prudente del Mef volto a tenere in ordine i conti pubblici.