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ENI e le altre Big Oil hanno corso molto meno del petrolio, i motivi di questo spread e perché potrebbe essere il momento di inserirle in portafoglio

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La riapertura delle economie e la conseguente ripresa della domanda aggregata hanno causato notevoli pressioni sui prezzi di tutte le materie prime. Il rame, il legname, le commodities alimentari hanno tutti quasi raddoppiato i prezzi dai minimi della pandemia. Il WTI dopo il minimo del 20 aprile del 2020, quando ha toccato valori negativi, è salito vertiginosamente fino ai 70 dollari di questi giorni mentre la variazione dei corsi azionari delle aziende operanti nel settore petrolifero ha sottoperformato l’andamento della materia prima di riferimento.

Lo spread tra oro nero e titolo oil

Analizzando l’andamento degli ultimi sei mesi, il petrolio Wti è balzato del 54%, mentre ENI di solo il 18%, sostanzialmente in linea con quello che è stato l’andamento del Ftse Mib. A un anno la differenza è ancora più macroscopica: +84% circa il WTI e solo +7,6% ENI (nello stesso periodo il Ftse Mib segna +28%).
Discorso analogo se si guarda all’intero settore. L’EURO STOXX Oil & Gas segna +12,2% negli ultimi 12 mesi e +10% Ytd, sottoperformando rispetto ai mercati.
Un vero e proprio spread tra l’oro nero e le big oil. Ciò è avvenuto perché se, da un lato, il mercato delle materie prime è un mercato “fisico”, molto sensibile alle variazioni di domanda e offerta, che, con il cessare delle restrizioni e la riapertura delle economie, ha visto aumentare esponenzialmente la richiesta di petrolio; dall’altro si parla sempre più spesso di transizione energetica: una quota sempre maggiore di investimenti in ambito energetico verrà destinata alle energie rinnovabili, alla cattura della CO2 e all’idrogeno.
L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), per voce del suo direttore Fatih Birol, ha addirittura proposto di fermare la ricerca di nuovi giacimenti già da quest’anno. Molti gestori sono infatti ancora sottopesati sul settore energetico, che però sta vedendo, in questi ultimi mesi una ripartenza degli utili che potrebbero aver già toccato il punto più basso prima di ripartire. Infatti le attività delle imprese dell’oil sono ad alto contenuto di capitale per cui il leverage operativo è ancora maggiore e in un contesto di ripartenza dell’inflazione dovrebbero essere maggiormente redditizie.

ENI lancia il primo sustainability bond

ENI è una delle società del settore petrolifero che stanno investendo nella transizione energetica. Il gruppo guidato da Claudio Desclazi ha lanciato con successo la prima emissione obbligazionaria sustainability-linked del proprio settore per un valore nominale complessivo di un miliardo di euro che verrà utilizzato per i fabbisogni ordinari. L’emissione segue l’adozione da parte di Eni del “Sustainability-Linked Financing Framework” e paga una cedola annua dello 0,375% che rimarrà invariata sino a scadenza se verranno raggiunti gli obiettivi di sostenibilità relativi a Net Carbon Footprint Upstream (Scope 1 e 2) e capacità installata per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, come indicati nei termini e condizioni dell’emissione. Nel dettaglio il primo obiettivo riguarda il dimezzamento, per fine 2024, delle emissioni derivanti dall’attività di Estrazione e produzione di idrocarburi. Il secondo stima di raggiungere i 5 Gwh di capacità installata per produrre energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2025, e oggi pari a circa 1 Gwh.

Il quadro grafico di ENI

Riportiamo di seguito il grafico di ENI che, seppure abbia recuperato circa il 60% dai minimi di marzo del 2020 rimane ancora lontana dai massimi prepandemici. Dopo aver testato due volte la media mobile a 200 periodi, il titolo ENI ha dato il via a un rally fino a 10,6 euro. Adesso si trova in un rettangolo di lateralizzazione in prossimità della resistenza precedente, alla rottura della quale potrebbe approdare a 11,05 prima e 11,5 poi. Il target finale del movimento al rialzo sarebbe la chiusura del gap intorno ai 13 euro.
Al ribasso, rotta la base del rettangolo a 10,1 abbiamo due supporti a 9,6 prima e 9,03 dopo. Quest’ultimo livello è il massimo del movimento partito a inizio a novembre quando è cominciata la rotazione settoriale verso i titoli più ciclici. Considerato il contesto economico sembra molto poco probabile che si possa raggiungere e violare questo livello.