Emirati fuori dall’OPEC: svolta strategica e nuovi equilibri nel mercato globale del petrolio
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Gli Emirati Arabi Uniti rompono con l’OPEC. Dal 1° maggio il Paese uscirà sia dall’organizzazione dei produttori sia dall’alleanza OPEC+, una scelta motivata da Abu Dhabi con il proprio piano strategico ed economico di lungo periodo.
Secondo quanto riportato dall’agenzia statale WAM, gli Emirati intendono continuare ad agire in modo “responsabile”, aumentando la produzione gradualmente e in linea con domanda e condizioni di mercato. La decisione, assunta dopo una revisione della politica produttiva e della capacità attuale e futura, punta a garantire maggiore flessibilità nella risposta alle esigenze del mercato energetico, in una fase già segnata da tensioni sull’offerta e forte volatilità dei prezzi del petrolio.
Gli Emirati lasciano l’OPEC: nuovo equilibrio nel mercato del petrolio
Gli Emirati Arabi Uniti si preparano a lasciare l’OPEC e l’alleanza OPEC+ dal 1° maggio, dopo circa sessant’anni di appartenenza al cartello. La decisione rappresenta un colpo politico ed economico per il gruppo guidato dall’Arabia Saudita, che negli ultimi anni ha cercato di sostenere i prezzi attraverso una disciplina condivisa sulla produzione di greggio. La scelta di Abu Dhabi arriva in una fase già segnata dalle tensioni legate alla guerra con l’Iran, e dalle difficoltà nei flussi dal Golfo Persico che stanno alimentando la volatilità del petrolio, con i contratti sul Brent con consegna a giugno scambiati vicino a 111 dollari al barile a Londra.
Il ministro dell’Energia emiratino Suhail Al Mazrouei ha spiegato che l’uscita è il risultato di una revisione approfondita della strategia energetica nazionale e arriva, secondo Abu Dhabi, in un momento in cui il mercato resta in deficit di offerta. Gli Emirati puntano così a recuperare maggiore autonomia nella politica produttiva, senza i vincoli del processo decisionale collettivo dell’OPEC+, anche alla luce degli investimenti effettuati per aumentare la capacità di estrazione.
La rottura riflette tensioni maturate da tempo con l’Arabia Saudita, sia sulla definizione delle quote di produzione sia sulla competizione per il peso politico nella regione. In passato Abu Dhabi aveva già minacciato l’uscita dal cartello, ma senza arrivare alla decisione finale. Nel breve periodo gli effetti sul mercato potrebbero restare contenuti, perché le interruzioni causate dal conflitto stanno costringendo diversi produttori del Golfo a ridurre l’export. Nel medio termine, però, la mossa degli Emirati può indebolire la capacità dell’OPEC+ di coordinare l’offerta e aprire una fase più incerta per gli equilibri globali del greggio.
Una rottura storica
L’annuncio a sorpresa arrivato martedì matura in un contesto di forte tensione regionale. Per settimane gli Emirati Arabi Uniti sono stati bersaglio di attacchi missilistici e con droni da parte dell’Iran, a sua volta membro dell’OPEC, mentre le azioni di Teheran contro le navi in transito nello Stretto di Hormuz hanno ridotto in modo pesante la capacità di Abu Dhabi di esportare greggio. Una pressione diretta su una delle arterie energetiche più sensibili al mondo e, soprattutto, sulle basi economiche di un Paese che ha costruito una parte rilevante della propria forza finanziaria sull’industria petrolifera.
Entrato nell’organizzazione nel 1967, sette anni dopo la sua fondazione, gli Emirati erano a febbraio il terzo produttore del gruppo dopo Arabia Saudita e Iraq. Negli ultimi trimestri la produzione emiratina si è attestata poco sopra i 3 milioni di barili al giorno: un volume che rende la sua uscita una perdita rilevante per la capacità dell’OPEC di coordinare l’offerta e far rispettare le quote, proprio mentre il mercato è attraversato da forti rischi geopolitici.