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Il dollaro ostaggio dell’Asia, la diversificazione delle valute fa paura

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E’ bastata una sola frase, annegata in mezzo a 32 pagine di una relazione della Banca di Corea al Parlamento di Seul, per affondare il dollaro in pochi minuti e creare un’ondata di paura sui mercati mondiali. Tutto è avvenuto martedì scorso, e le successive smentite dei governi sudcoreano e giapponese hanno tamponato per ora la crisi. Ma è stato un episodio rilevatore sulla situazione che regge i mercati valutari del mondo: un equilibrio precario in cui il dollaro può precipitare in una caduta incontrollata, se si riduce il sostegno delle nazioni asiatiche che ne sono diventate le vere padrone. La frase che ha movimentato la settimana conteneva l’annuncio che la banca centrale della Corea del Sud intende “diversificare le monete in cui investe”. All’istante è partito il ribasso sui mercati mondiali, segnando la peggiore caduta degli ultimi quattro mesi, arginata solo quando Seul e Tokio hanno negato le vendite di dollari. La Corea del Sud detiene riserve valutarie del valore di 200 miliardi, per il 70% investite in titoli americani. L’annuncio di una futura diversificazione ha evocato ciò che i mercati temono: un disimpegno di quelle banche centrali asiatiche che sono rimaste le uniche istituzioni a comprare dollari in quantità tali da sostenere il corso della moneta Usa o quanto meno frenarne la caduta. Giappone, Corea e Cina finanziano infatti il deficit Usa. Dopo il crollo di martedì la banche centrali di Tokio, Pechino e Seul concertano il disimpegno morbido della valuta Usa.