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Borsa Tokyo chiude piatta, si guarda a piano stimoli Usa, boom euro oltre $1,21 e decisione Opec+

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Azionario asiatico contrastato, dopo la chiusura incerta di Wall Street. L’indice Nikkei 225 della borsa di Tokyo ha chiuso praticamente piatto, con una variazione al rialzo di +0,03% a 26.809,37 punti. La borsa di Shanghai è in ribasso dello 0,21%, Hong Kong solida con +0,71%, Sidney +0,38%, Seoul +0,61%.

Nella sessione della vigilia, l’indice S&P 500 è salito dello 0,2% a 3.669,01, riportando un valore di chiusura record per la seconda sessione consecutiva; il Dow Jones Industrial Average ha messo a segno un rialzo di 59,87 punti, a 29.883,79, mentre il Nasdaq Composite ha segnato un calo dello 0,1% a 12.349,37. Gli investitori continuano a sperare nel varo di un piano di stimoli economici Usa anti-Covid-19. La Speaker democratica della Camera Nancy Pelosi e il rappresentante della minoranza democratica alla Camera Chuck Schumer hanno lanciato un appello al leader della maggioranza repubblicana al Senato Mitch McConnell affinché approvi il pacchetto bipartisan di stimoli, per un valore di $908 miliardi.

Positivi i numeri arrivati dal fronte macro di Australia e Cina, mentre quelli del Giappone hanno confermato le difficoltà in cui l’economia del paese continua a imbattersi a causa della crisi innescata dalla pandemia del coronavirus.

Nel mese di novembre, l’indice Pmi dei servizi della Cina stilato da Caixin-Markit è balzato a 57,8 punti, stracciando le stime di 56,4 punti, rispetto ai 56,8 punti precedenti.

Il valore conferma la fase di espansione dell’economia cinese, in quanto (ampiamente) superiore a quota 50 punti, linea di demarcazione tra fase di contrazione – valori al di sotto della soglia – e di espansione dell’attività economica -valori al di sopra.

Focus su alcune componenti dell’indice Pmi dei servizi, come quella dell’occupazione, che è salita al ritmo più forte dall’ottobre del 2010.

Molto bene anche il Pmi Composite di novembre, balzato a 57,5 punti dai 55,7 punti di ottobre, che ha messo a segno il rialzo più sostenuto dal marzo del 2010, dunque degli ultimi 10 anni.

Sempre a novembre, l’indice Pmi dei servizi dell’Australia è balzato a 55,4 punti, rispetto ai 54,9 punti della lettura preliminare del dato, e ai 53,7 punti di ottobre. Miglioramento anche per l’indice Pmi Composite, salito a 54,9 dai precedenti 54,7 punti.

Nello stesso mese, il Pmi dei servizi del Giappone elaborato da Jibun-Markit è rimasto invece in fase di contrazione. E’ quanto emerge dalla lettura finale del dato, che si attesta a quota 47,8. L’indice,rivisto al rialzo rispetto ai 46,7 punti della lettura preliminare, è pressoché invariato rispetto ai 47,7 di ottobre. Si conferma in contrazione anche il PMI Composite, a 48,1 punti, rivisto al rialzo rispetto ai 47 punti riportati nella lettura preliminare, e allo stesso livello di ottobre.

Sul mercato del forex, si mette in evidenza la forza dell’euro, che agguanta anche la soglia di $1,21, beneficiando della debolezza del dollaro. La propensione al rischio alimentata dalle novità sugli sviluppi dei vaccini anti-Covid-19 ha fatto allontare gli investitori dalla valuta Usa, a vantaggio di altre monete considerate più rischiose come, per l’appunto, l’euro.

E’ attesa per la giornata di oggi la decisione dell’Opec+ di la decisione sull’offerta di petrolio crude del 2021. I negoziati sono stati posticipati a oggi dall’inizio della settimana. L’Opec +, alleanza tra paesi facenti parte del cartello Opec, e paesi non Opec come la Russia, avrebbe dovuto, secondo i piani originali, ridurre il taglio attuale dell’offerta, liberando 2 milioni di barili al giorno sui mercati, a partire dal mese di gennaio. Tuttavia, la debolezza della domanda ha portato alcuni paesi a proporre l’opzione di estendere i tagli attuali ai primi mesi dell’anno. Questa posizione è appoggiata soprattutto dall’Arabia Saudita. Da un lato, la debolezza della domanda rimane un problema, dall’altro lato, il lancio dei vaccini anti-Covid potrebbe tradursi in uno scatto della domanda stessa. I prezzi del petrolio sono sotto pressione, con quelli sul WTI che cedono mezzo punto percentuale, a $45 al barile, e quelli sul Brent che arretrano dello 0,41% a $48,05.