la fine del Totocalcio
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  1. #1
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    la fine del Totocalcio

    L’efficienza privata ha portato alla fine del Totocalcio ed alla devastazione dei giochi d’azzardo.



    Il governo giallo-verde ha chiuso il Totocalcio, consegnandolo alla storia. Ma nessun libro di storia potrà mai cogliere l’essenza del Totocalcio, a meno che non sia scritto da un poeta.
    Immaginate un mondo senza telefoni, Internet, calcolatori: una vita fatta solo da relazioni personali. A una certa ora della Domenica parte la tromba di Herb Alpert, “A taste of honey”, e improvvisamente l’Italia si connette.
    E’ la sigla di “Tutto il calcio minuto per minuto”: partite domenicali in contemporanea via radio e schedina Totocalcio in mano. Due colonne per tentare la sorte, o un sistema, per chi poteva permettersi perdite abbondanti.
    Gli amanuensi che sapevano scrivere i sistemi Totocalcio venivano visti non come “tecnici”, ma come “maghi”. E i “maghi” ne approfittavano, creando pubblicità mirabolanti sui giornali specializzati.
    Mio padre Aronne era un anti-mago: scriveva testi che insegnavano «a giocare senza la pretesa di insegnare a vincere».
    Grossi giocatori facevano molti chilometri per prendere lezioni da Aronne ed educarsi a perdere con stile: imparavano che un pronostico non è una lotteria, che nel Totocalcio la Legge Empirica del Caso non vale, che la statistica è importante, che non c’è paragone tra 10 giocatori solitari e gli stessi 10 che giocano un sistema collettivo.
    Uscivano dall’ignoranza. Si lasciavano alle spalle le nebbie dei “maghi” e capivano che il Totocalcio è una scienza.

    ***

    L’economia è nebbia ammantata di magia, non è una scienza. Davanti agli stessi dati, economisti di tendenze diverse disegneranno scenari diversi.
    Nessun economista è stato in grado e mai sarà in grado di prevedere i grandi sconvolgimenti e le grandi crisi. Eppure l’aura di magia sull’economia rimane intatta: la persona comune spara sciocchezze in libertà su bioetica, diritto, storia, religione,… ma davanti all’economia si ritira «Di economia non ho mai capito niente».

    L’economia dovrebbe essere come l’ingegneria nei confronti della fisica. O come la fisica nei confronti della geometria. Invece l’economia un’entità che si muove senza condizioni al contorno, producendo sistemi mostruosi e devastazione di popoli.

    Per questo il nOmismatico [si veda questo articolo per capire il significato] del film “El concursante” dice «Non parlo con gli economisti. Mai. E’ una perdita di tempo. Farò un’eccezione con lei perché mi sembra un cattivo economista».
    E’ solo il non-economista che può capire, oppure il “cattivo economista”, quello che ha intuito che c’è una scienza perduta, la nOmismatica, da riscoprire.
    La nOmismatica, al contrario dell’economia, la possono capire quasi tutti. Ma, per capire, a un certo punto devi fidarti: i giocatori si fidavano di Aronne, anche se era l’unico a parlare in quel modo.
    Per questo posso dire: non sarò io a cambiare il mondo, ma almeno ho raccolto un’insolita eredità da mio padre.

    ***

    Sento già la voce dell’amico Roberto: «Siamo alle solite! Prima delle elezioni politiche stronchi i programmi di tutti i partiti tranne Popolo della Famiglia e Fratelli d’Italia. Poi, passate le elezioni, ti metti a trafficare con tutti!»
    Caro Roberto, Guareschi direbbe: «Solo le montagne e i comunisti stanno fermi dove sono piantati. Gli uomini camminano». Se uno cammina verso di me da Foligno, perché non dovrei camminare verso di lui?
    Ma non è vero che traffico con tutti. Non traffico con quelli che «stanno fermi dove sono piantati».
    I nuovi comunisti sono i sacerdoti dei «conti in ordine», gente disposta a far morire un popolo purché le entrate siano uguali alle uscite. E purché, beninteso, nelle uscite ci siano gli interessi passivi, la tassa che tutti i popoli pagano agli usurai.

    ***

    Ma ritorniamo al Totocalcio. Non si trattava di un reale gioco d’azzardo.
    “Il gioco è riservato ai maggiorenni e può creare dipendenza patologica”. La gente si sarebbe messa a ridere negli anni ’60 del secolo scorso. Non so se fosse legale, ma certamente al Totocalcio giocavano anche i bambini di quinta elementare. Avevi la “paghetta” e potevi spenderla per un giornalino, per le bustine, per il gelato, per il cinema. E, perché no?, anche per qualche colonna del Totocalcio.

    Del resto la schedina firmata “Mamma e io” che vinse 233 milioni a Bologna nei primi tempi del Totocalcio, probabilmente l’aveva compilata un bambino.
    Perché nessuno aveva paura del “gioco d’azzardo” del Totocalcio?
    Perché il gioco aveva 7 caratteristiche che ne facevano l’emblema del “gioco d’azzardo non patologico”.
    1) La cadenza settimanale. Hai perso? Se ne riparla Domenica prossima. Nessuna possibilità della reiterazione compulsiva per “rifarsi subito” delle perdite. E se vuoi fare 20 anni da giocatore, avrai a disposizione 800 giocate circa, non di più.
    2) L’impossibilità di alzare la posta. Il giocatore da 2 colonne poteva diventare giocatore da 4 colonne o da 8 colonne, ma percepiva subito che il metodo delle colonne casuali non poteva andare oltre. E il sistemista da 100.000 lire settimanali, per alzare la posta doveva aggiungere una doppia al sistema, raddoppiando di botto la spesa, cosa che non avveniva. Anzi, avveniva il contrario: quando lo Stato aumentava il costo della singola colonna, il sistemista normalmente toglieva una doppia per poter rientrare nei suoi limiti di spesa. Solo dopo un po’ di settimane, “digerito” l’aumento, il giocatore rimetteva la doppia nel suo sistema.
    3) La possibilità di essere delusi dalla vincita. Fare “13” non necessariamente corrispondeva a una vincita alta.
    Questo predisponeva i giocatori al piacere della vincita, senza l’automatica situazione di diventare ricchi.
    4) La fatica del giocare. Le colonne andavano scritte 3 volte (matrice, spoglio, figlia) ricopiando con attenzione: per un sistemista era un vero “lavoro”.
    5) La chiarezza sul fatto che l’insieme dei giocatori era l’insieme dei perdenti. Se nel lotto c’è la possibilità teorica di vincere tutti e far “saltare il banco”, col Totocalcio tutti sapevano che una quota andava allo Stato, una quota al ricevitore, una quota al CONI, e quindi solo una parte delle giocate tornava agli scommettitori.
    6) Lo spettacolo dell’attesa dei risultati. Se un’estrazione del lotto si brucia in due minuti, il seguire l’esito di una schedina durava un’ora, e, in tempi più recenti, due ore. L’attesa dei risultati era spettacolo essa stessa.
    7) L’impossibilità di invocare la fortuna. Era un concorso pronostici, non una lotteria. Se Modena-Juventus del 22 settembre 1963 finiva 1-0, era un risultato difficile da pronosticare, ma la sfortuna non c’entrava.
    Il lotto, ad esempio, aveva solo la prima caratteristica, quella della cadenza settimanale. Nel complesso comunque l’insieme dei giochi legalizzati dallo Stato (Totocalcio, Totip, Enalotto, Lotto, Lotteria Italia e lotterie minori) costituivano una proposta globale non patologica. Chi voleva rovinarsi col gioco doveva fare trasferte per la roulette, oppure riunirsi nei gruppi di “amici” col poker, oppure inserirsi nei giri delle scommesse clandestine.

    ***

    Ma arriva la Seconda Repubblica, arriva l’ottica delle “privatizzazioni”, arriva la convinzione che lo Stato è inefficiente, mentre il privato è efficiente. E anche nei giochi d’azzardo c’è la concessione generalizzata ai privati.
    Non c’è dubbio che Sisal, Lottomatica e gestori vari di scommesse, siano stati efficientissimi nello spremere dagli italiani ben più di quel che riusciva a spremere lo Stato. Tra Superenalotto, estrazioni del lotto moltiplicate, introduzione della “ruota Nazionale”, Gratta e Vinci, 10eLotto con estrazioni ogni 5 minuti, scommesse sportive libere, macchinette, il boom del gioco d’azzardo è sotto gli occhi di tutti.

    Quale è la contropartita? Che il gioco è diventato patologia, e i costi della patologia non li paga il privato “efficiente”, ma li paga il denaro pubblico. Senza contare che (indagine dell’agosto 2014) il 55% dei giocatori d’azzardo è nullatenente e un ulteriore 29% guadagna meno di 10.000 euro l’anno.

    ***

    L’elogio del Totocalcio è quindi l’elogio del gioco d’azzardo non patologico, dove gioca forte chi ha i soldi, e dove tenta la sorte con pochi spiccioli chi i soldi non li ha. E’ l’elogio di uno Stato che, invece di invitare a “giocare responsabilmente e con moderazione”, impostava i parametri in modo che esistesse solo il gioco responsabile e moderato.

    Nel gioco d’azzardo è certo che la cosiddetta “efficienza privata” ha portato a una devastazione pubblica.
    Ma questo accade solo nel gioco d’azzardo? No, purtroppo. Accade in infinite situazioni. Ne parleremo, a Dio piacendo, la prossima volta.

    Giovanni Lazzaretti

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  2. #2
    L'avatar di Sardonicus
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  3. #3
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  4. #4
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    Ma l'hai sentito o sei tu per caso
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  5. #5
    L'avatar di HotBrain
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    che tristezza

  6. #6

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    La maggior parte dei giocatori non capiva una mazza sulle varie probabilità. E cioè, pensavano che fare 0 avesse la stessa probabilità di fare 13.

  7. #7

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    Un mondo che se né andato.

    Adesso sarebbe quasi impossibile giocare,partite dal venerdì al lunedì agli orari più incomprensibili.
    Pure alle 12 e mezza di domenica
    Devi rinunciare al pranzo per andare allo stadio.

  8. #8

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    Del resto la schedina firmata “Mamma e io” che vinse 233 milioni a Bologna nei primi tempi del Totocalcio, probabilmente l’aveva compilata un bambino.
    Perché nessuno aveva paura del “gioco d’azzardo” del Totocalcio?

    Questa cosa mi ha fatto ricordare che anche io da bambino giocavo le mie due colonne e non sapendo come riscuotere i soldi di una eventuale vincita dietro la schedina scrivevo sempre nome, cognome ed indirizzo negli appositi spazi.
    Verissimo che il totocalcio era un gioco quasi magico per atmosfera nei bar o nell'ascoltare le partite in radio tutte alla stessa ora, ma ti accorgi che aveva successo perchè non c'era molto altro da giocare...

  9. #9
    L'avatar di Balabiott78
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  10. #10
    L'avatar di Balabiott78
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    Io giocavo sempre 6 doppie ridotte.
    Che tempi

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