Bond argentini, primi risarcimenti
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  1. #1
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    Bond argentini, primi risarcimenti

    Il Tribunale di Venezia impone alla Deutsche Bank di restituire 152 mila euro a una coppia: non ha informato in modo adeguato

    Bond argentini, primi risarcimenti


    L´Abi contro l´offerta di Buenos Aires: ma c´è libertà di adesione


    Banche invitate a pagare le spese legali a chi vorrà far causa al governo sudamericano

    BARBARA ARDU

    ROMA - Banche sempre meno tranquille sul fronte dei tango-bond. Arrivano i primi risarcimenti a favore dei risparmiatori rimasti scottati dall´investimento nei titoli di Buenos Aires. A Venezia un giudice ha imposto alla Deutsche Bank di restituire 152mila euro a una coppia di anziani che nel 1998 avevano investito ben 295 milioni delle vecchie lire nei titoli argentini. Pensionato lui, casalinga lei, i due hanno già incassato la somma. La sentenza ha riconosciuto che deve essere la banca a provare di aver fornito al cliente adeguate informazioni sull´investimento e non il contrario. E, ancora: spetta agli istituti di credito fornire una diligente informazione sui rischi degli investimenti. Più o meno le stesse motivazioni con cui la Banca agricola mantovana è stata condannata nell´aprile del 2004 a risarcire un cliente rimasto scottato dall´investimento in tango-bond. Che siano le banche a pagare per poi rivalersi sul governo argentino è poi quello che da tempo chiedono le associazioni dei consumatori. Richiesta che gli istituti di credito, per ora, rimandano al mittente.
    L´Abi, intanto, si schiera dalla parte di Nicola Stock, il presidente della Task force argentina che giudica «inaccettabile, iniqua e inammissibile» l´offerta di Buenos Aires. Ne ha spiegato i motivi non più di una settimana fa alla Commissione Finanze della Camera. E ieri è tornato a ripetere le sue ragioni ai banchieri: l´offerta prevede termini di durata estremamente lunghi, nessun riconoscimento degli interessi pregressi, l´incertezza sull´assegnazione del titolo scelto ("par bond" o "discount bond"). Non solo. Stock ha ricordato che aderendo all´offerta «gli obbligazionisti rinunceranno al diritto di promuovere azioni giudiziarie nei confronti della repubblica Argentina». L´esecutivo dell´Abi, a nome delle banche, ha approvato all´unanimità, ma si è guardato bene dal consigliare i risparmiatori coinvolti, i quali hanno «libertà di scelta». Ma fa una promessa sostanziale: saranno le banche a farsi carico delle eventuali spese legali sostenute da quei risparmiatori che vorranno fare causa al governo argentino.
    Le associazioni dei consumatori apprezzano. Il governo di Buenos Aires, invece, accusa. «Le banche italiane - ha dichiarato Victorio Targetti, ambasciatore argentino a Roma - scommettono sull´insuccesso della proposta argentina». Ma gli istituti di credito stanno già scendendo in campo contro l´offerta di scambio. In una lettera inviata dal Banco Popolare di Verona e Novara a uno dei risparmiatori coinvolti nel crac è scritto nero su bianco "non accettate l´offerta". http://www.assinews.it/rassegna/arti...p200105bo.html

    Venezia «condanna» Deutsche
    Tribunali in azione




    ROMA • Delusi dall'Offerta argentina, dubbiosi sulle concrete possibilità di una seconda proposta a condizioni migliori, incerti sull'efficacia delle azioni legali italiane ed americane per pignorare o sequestrare flussi finanziari e beni, i sottoscrittori di Tangobond iniziano a far causa alle banche. Alcuni cantano già vittoria: per ora a Venezia, Mantova, Bari e Firenze.
    Le sentenze di cui si è appresa notizia finora, a favore dei bondholder contro banche del calibro di Deutsche Bank, SanpaoloImi, UniCredit, si contano sulla punta delle dita: per rimborsi che totalmente non arrivano a 1 • milione di euro. Briciole rispetto ai 14 miliardi di Tango-bond in Italia. Se però si tiene conto dei lunghi tempi di maturazione di questo iter giudiziario, circa duetre anni, è possibile che molte decisioni dei giudici siano ancora pendenti. E che altre azioni stiano maturando.
    Agli atti dunque una manciata di casi. Alcuni in attesa di appelli e controappelli. Il 18 marzo del 2004, il Tribunale di Mantova nella sentenza n.614 ha riconosciuto a un investitore un rimborso parziale a carico della Banca agricola mantovana: su due operazioni di acquisto di Tangobond, rispettivamente da 501 e 502 milioni di lire, il giudice ha richiesto il risarcimento per una soltanto, pari a 258.729,70 euro, cui devono aggiungersi gli interessi al tasso legale dal 5 settembre 2001 sino al saldo definitivo. Il Tribunale ha stabilito che la banca non ha prestato servizi di investimento con diligenza e non ha adeguatamente informato il cliente, come stabilito dal Testo unico della Finanza e da regolamenti Consob.
    Sempre il Tribunale di Mantova, lo scorso 12 novembre ha condannato Unicredit Banca spa a corrispondere 44.000 euro a due pensionati in base a tre ordini di acquisto di titoli argentini eseguiti nell'aprile 2001, a pochi mesi dal default. Il Tribunale ha dichiarato la nullità degli ordini, richiamando i principi generali in tema di «correttezza, diligenza e trasparenza dei comportamenti negoziali imposti dalla normativa generale e speciale». Secondo il giudice, «deve ritenersi non adeguata l'operazione di acquisto di obbligazioni argentini in considerazione della dimensione (oltre la metà del patrimonio mobiliare dei clienti), della natura altamente rischiosa dei titoli, delle condizioni di mercato dei titoli (rating in declassamento), della circostanza che i clienti erano investitori non professionali e oltretutto ultrasettantenni».
    Una coppia di coniugi, un pensionato e una casalinga, hanno ottenuto lo scorso 22 novembre, questa volta dal Tribunale di Venezia, il diritto al risarcimento a 152mila euro investiti in Tango bond. L'acquisto in questo caso, effettuato nell'estate del 1998, riguardava un "Argentina cap protect" scadenza 2018 venduto da Deutsche Bank. La formula cap protect era stata intesa dagli investitori come garanzia di rimborso del capitale in caso di insolvenza dell'emittente. La banca, come ha stabilito il Tribunale, non li ha adeguatamente informati. Il Tribunale di Bari ha ingiunto San Paolo-Banco di Napoli a restituire 26mila euro a un sottoscrittore di Tango-bond. Almeno un caso analogo viene segnalato a Firenze.

  2. #2
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    Bond argentini, il Tribunale di Venezia condanna la Deutsche Bank a rimborsare l´intero investimento a due pensionati

    "Risparmiatori all´oscuro dei rischi la banca li deve risarcire al 100%"


    DAL NOSTRO INVIATO
    ROBERTO BIANCHIN



    VENEZIA - Due pensionati, che su suggerimento della propria banca avevano investito buona parte dei loro risparmi in obbligazioni argentine, e avevano perso tutto al momento della crisi finanziaria che ha colpito il paese sudamericano, sono stati risarciti per ordine del Tribunale. Il giudice ha infatti ritenuto la banca che aveva venduto i titoli colpevole di non aver informato i clienti che si trattava di un investimento ad alto rischio, ha annullato l´acquisto delle obbligazioni e ha condannato l´istituto a restituire la somma investita più gli interessi. Una sentenza che costituisce un importante precedente riguardo all´obbligo, da parte della banca, di comunicare ai propri clienti il contenuto del cosiddetto «prospetto informativo» legato all´emissione del prestito.
    Non avevano avuto sospetti D.P., pensionato, e sua moglie D.K., casalinga, veneziani, sessantenni, quando nel ?98 si erano lasciati convincere dai funzionari della filiale di Venezia della Deutsche Bank a investire due terzi dei loro risparmi, 300 milioni di lire, nell´acquisto di obbligazioni argentine emesse da un ente denominato «Argentina Cap Protect». Si erano preoccupati solo due anni fa, allo scoppio della crisi finanziaria argentina, quando avevano tentato di rientrare in possesso della somma investita, e di fronte ai problemi di insolvenza dello Stato argentino che aveva emesso le obbligazioni, avevano chiesto alla banca l´applicazione della clausola di garanzia che avrebbe consentito il rimborso del capitale investito. Ma si erano sentiti rispondere dalla banca che il rimborso sarebbe stato possibile solo alla scadenza del prestito, cioè nel 2018. Di questo, non erano mai stati informati. Di qui la decisione dei coniugi di ricorrere al tribunale.
    Nel corso della causa, il loro avvocato, Sergio Camerino, scopriva che i titoli acquistati dai due pensionati erano stati emessi da una società a responsabilità limitata, la «Argentina Capital Protected Investments Limited», che aveva emesso obbligazioni per cento miliardi di lire, con un capitale sociale di 50mila dollari. La società, che non risultava aver mai svolto alcuna attività operativa, ma era in realtà solo un «artificio giuridico», aveva sede nel paradiso fiscale delle isole Cayman, nello stesso studio, il «Maples e Calder», dov´era domiciliata la Parmalat. Secondo il legale, la banca avrebbe dovuto informare i clienti delle caratteristiche del prodotto offerto, e del rischio elevato che essi avrebbero corso acquistando questi titoli, quando la crisi finanziaria argentina si era già manifestata con dei segnali inequivocabili, e questi titoli venivano considerati «ad alto rischio di insolvenza» dalle più importanti agenzie internazionali.
    Il giudice unico del tribunale civile di Venezia, Maura Caprioli, ha dato ragione ai due pensionati. In una sentenza molto articolata, depositata ieri, in cui sostiene che la banca aveva l´obbligo di informare correttamente il cliente di tutte le condizioni degli investimenti proposti, ha dichiarato la «nullità» dell´ordine di acquisto delle obbligazioni argentine da parte dei due pensionati, e ha condannato la Deutsche Bank a rimborsare ai loro clienti la somma investita (152mila euro più gli interessi) e a pagare 8mila euro di spese processuali.

  3. #3
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    Tango-bond: banche nel mirino
    (20/01/2005)

    Le ultime sui Tango-bond dicono che l’Abi, l’associazione bancaria italiana, appoggia la linea della Task Force guidata da Nicola Stock, ma senza dare alcuna indicazione sul dilemma amletico che attanaglia i 450 mila risparmiatori italiani coinvolti per 14,5 miliardi di dollari nel crac dell’Argentina: aderire o meno all’offerta del 30% del capitale investito. Ovvia la motivazione: evitare qualsiasi tipo di responsabilità. Chi non aderisce, infatti, spera in un’offerta migliorativa dell’Argentina, ma se questa non dovesse arrivare correrebbe il rischio di trovarsi in mano dei titoli che non valgono più nulla.

    Tutto questo, mentre nelle ultime ore cresce il numero degli obbligazionisti che hanno provato con successo la strada legale contro le banche. Le prime avvisaglie in questo senso si erano avute con le sentenze del Tribunale di Mantova che aveva condannato uno dei maggiori istituti di credito italiani a restituire a due risparmiatori ultrasettantenni circa 44mila euro più gli interessi. Poi c’è stato il caso del primo rimborso integrale in seguito a un’inchiesta della procura di Sulmona (L’Aquila) per circa 40 mila euro e, notizia degli ultimi giorni, la sentenza contro un grosso istituto di credito internazionale presso il Tribunale di Venezia. Il rimborso questa volta è ben più cospicuo: circa 150 mila euro.

    Sergio Camerino è l’avvocato che ha difeso il pensionato e la casalinga che hanno riportato a casa i 295 milioni di lire investiti nel 1998.
    Avvocato lei sconsiglia l’adesione all’offerta dell’Argentina?
    ”Non sono io a dirlo. Lo dice anche Nicola Stock che è il rappresentante della Task Force che rappresenta la maggior parte degli investitori italiani in bond argentini”.
    Quindi lei è d’accordo con la posizione di Stock?
    ”Su questo punto sono d’accordo...”
    A proposito delle obbligazioni rimborsate, quando sono state emesse?
    ”Nel 1998. E si tratta di un elemento di fondamentale importanza. Più l’acquisto è in prossimità del default dell’Argentina (fine 2001) e maggiori sono le possibilità di successo. Da ricordare, infatti, che pochi mesi prima una nota agenzia di rating aveva abbassato il rating dell’Argentina. Era, insomma, risaputo che la situazione economica stesse precipitando”.
    A chi si sentirebbe di consigliare una causa contro le banche?
    Innanzitutto a tutti coloro che hanno un buon avvocato. Poi, a chi non è stato informato del rischio dell’operazione. Spetta, infatti, alla banca, in virtù dell’inversione dell’onere della prova, dimostrare di essersi comportata in buona fede.
    Ma qual è stato l’elemento decisivo nel caso della coppia veneziana?
    Il giudice ha ritenuto decisivo il fatto che la banca non avesse illustrato le caratteristiche del prospetto informativo. L’istituto di credito, infatti, non aveva l’obbligo di consegnare il prospetto, ma era tenuto a spiegare gli elementi essenziali dello stesso e a evidenziare i rischi impliciti in quel foglio.
    Lei è riuscito a consultare il prospetto?
    Si. Ne sono entrato in possesso appurando che c’erano molti elementi che la banca avrebbe dovuto illustrare al suo cliente.
    Per finire...Ha in ballo altre cause per i Tango-bond?
    Alcune, ma per quanto mi è possibile cerco di arrivare a una transazione...

    Tobia De Stefanohttp://www.miaeconomia.it/retrieval/home/articolo.aspx?idchannel=6&idcategory=85& idarticle=73503

  4. #4
    L'avatar di claudio123
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    Citazione Originariamente Scritto da FabioGalletti
    Tango-bond: banche nel mirino
    (20/01/2005)

    Alcune, ma per quanto mi è possibile cerco di arrivare a una transazione...

    Tobia De Stefanohttp://www.miaeconomia.it/retrieval/home/articolo.aspx?idchannel=6&idcategory=85& idarticle=73503
    Oltre a conoscere le sentenze chissa' se si riuscira' a conoscere anche le transazioni.

  5. #5
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    Argentina, a caccia dei propri soldi
    RISPARMI DA SALVARE /1 In banca, in piazza, in tribunale i risparmiatori sono alle prese con un
    maxi-recupero crediti Sui Tango-bond la perdita è del 70%. Conti correnti, ora si può risparmiare il 30%




    Recuperare il denaro perso, si dice, è quasi come guadagnare. Psicologicamente più difficile perchè sottintende un errore commesso in passato. Per avere investito in titoli troppo rischiosi o aver sottovalutato l'incidenza delle commissioni di gestione sui fondi o i costi sotterranei dei conti corrente bancari. Milioni di italiani, più che ai guadagni di Borsa, guardano a quella pratica meno affascinante del "recupero crediti" o del taglio delle spese.
    Con questo stato d'animo, circa 450mila possessori di bond argentini stanno inseguendo il sogno di un recupero dignitoso dei 14,5 miliardi di dollari investiti in passato. Come e quando sarà possibile non è chiaro. Certamente la soluzione non è l'adesione all'offerta lanciata in questi giorni dal Governo argentino e bocciata un po' da tutti come una "stangata epica". Lo stesso possono dire altri centinaia di migliaia di risparmiatori sparsi per tutto il mondo che stanno muovendosi per fare pressione sulle autorità argentine. Il caso è in verità molto italiano: il 38,4% è in Argentina ma subito dopo c'è l'Italia con il 15,6% e a seguire Svizzera (10,3)%, Usa (9,1%), Germania (5,1%), Giappone (3,1%) e altri con il 12,8%. I creditori istituzionali sono il 56,5% e i privati il 43,5%. In questi giorni è stata lanciata l'Offerta pubblica di scambio che andrà avanti fino al 25 febbraio e che per il momento (vedi anche pagina 2 del quotidiano) sta andando sostanzialmente deserta. I giochi si faranno nelle prossime settimane e ognuna delle parti sta predisponendo strategie per ottenere il miglior risultato. Ma quali sono le strade per recuperare il denaro? In Italia sono state avviate iniziative diverse: campagne stampa e pressioni tramite associazioni, ricorsi in Tribunale (vedi box in pagina) e per quasi tutti la carta semiistituzionale della delega alla Task force Argentina. Quindi della pressione diretta, dei Governi e tramite il fondo monetario internazionale. C'è poi chi ha scelto di vendere le obbligazioni, togliendosi il peso e incassando poco meno del 30% del valore. Ma portando i soldi a casa subito.
    Strade diverse per arrivare alla meta. Per i risparmiatori italiani un insuccesso sarebbe particolarmente grave: alle obbligazioni argentine congelate, si sono aggiunte nei mesi successivi le perdite su Parmalat, Giacomelli e altri (vedi tabella). Stangate che pesano complessivamente, come è stato ricordato spesso, due punti del Prodotto interno lordo. Con i riflessi pesanti sui consumi e sulla programmazione delle scelte di investimento delle famiglie.
    Altra battaglia di inizio anno è quella con le spese di conto corrente con il resoconto annuo della scarsa remunerazione falcidiata dalle spese. PattiChiari, il programma di trasparenza avviato dall'Abi, ha messo a disposizione alcuni punti di riferimento per misurare il costo del proprio conto corrente e ritiene che tutto ciò possa consentire di risparmiare il 30%. In sostanza ha chiesto alla società di rilevazioni Eurisko di cercare, in un sondaggio su un campione di 1.670 italiani, il costo medio del conto corrente per sette profili tipo di risparmiatore (vedi servizi a pagina 6).
    Con la possibilità di confrontare il proprio estratto conto con il dato medio (vedi grafico a fianco) è possibile verificare se si sta spendendo troppo. Recuperare soldi dall'Argentina, garantire un giusto equilibrio di costi e ricavi (così come dare il giusto tempo per rimettere in regola i libretti di deposito al portatore, vedi articolo a fianco) sembrano obiettivi dei soli risparmiatori. In realtà è anche una sfida per l'industria finanziaria alla ricerca di credibilità.

    Risarcimenti / Come ricorrere Oltreoceano
    Danni, la via Usa

    Numerosi possessori di titoli argentini si sono rivolti ai Tribunali di mezzo mondo per ottenere un risarcimento. Una strategia indotta dal fatto che tra le oltre 150 serie di emissioni di titoli dello Stato argentino, solamente due prevedono, tra le clausole del prospetto di emissione, che sia un Tribunale italiano a poter dirimere le controversie legali (Isin IT0006527292 e IT0006529769). Per maggior parte delle emissioni la competenza è di Tribunali stranieri, tra cui Londra (oltre 40 emissioni), New York (circa 30), Francoforte (circa 25), Tokio (8), Buenos Aires, Ginevra, Madrid.
    L'ultima iniziativa è dello studio americano Murray, Frank di New York che all'inizio dell'anno ha depositato una domanda di class action per tutti i soggetti possessori del bond argentini in euro (Isin Xs0086333472), scadenza 2008 con cedole 8,125% acquistati prima del 21 dicembre 2001. Nonostante il proliferare di iniziative, al momento tutte le cause pendenti davanti al tribunale di New York sono sospese in attesa, dicono fonti americane, di vedere l'esito dell'offerta pubblica lanciata dall'Argentina.
    La via americana al rimborso non riguarda soltanto la class action. Un'altra strategia è quella di ottenere un'ordinanza di sequestro da una Corte di giustizia americana e poi farla riconoscere da un tribunale europeo e «aggredire» in questo modo i beni dello Stato argentino ubicati in altri Paesi. Come nel caso del congelamento dei due conti riferibili all'Argentina presso le sedi di New York di due banche d'affari per un totale di 11 milioni di dollari a seguito del sequestro conservativo deciso dal Tribunale di New York. A dare ragione a 44 tra investitori privati e istituzionali che, appellandosi alla Corte, avevano chiesto il rimborso del loro investimento in bond della provincia di Buenos Aires e della Repubblica argentina era stato il giudice distrettuale Thomas Griesa. Casi già esecutivi riguardano 17 sequestri preventivi di sedi commerciali sparsi sul territorio americano, ottenuti dal fondo d'investimento Nml delle Virgin Island. La Corte del Maryland, invece, ha sequestrato proprietà dell'esercito e della marina di stanza negli Stati Uniti per una cifra di circa 3 milioni di dollari.

    In aula / Le tesi dei legali nei processi in corso
    Lo sportello in difesa

    Come si difendono le banche nei processi in corso? Quali sono i punti di forza e di debolezza nel confronto in aula con i clienti e le associazioni dei risparmiatori che li assistono? La tesi delle banche è che anche l'investimento obbligazionario, a differenza di quanto viene percepito da molti risparmiatori retail, comporta inevitabilmente dei rischi e i livelli di rendimento raggiunti dai bond di Buenos Aires non potevano non mettere in allarme. «L'investimento in uno Stato sovrano che offre cedole straordinariamente alte — dice il legale Francesco Bochicchio, impegnato nella difesa di alcuni istituti di credito — non può non essere stato percepito come un elemento inusuale. Un'altra osservazione è che l'investimento in titoli non può essere paragonato ai depositi bancari: in quel caso il denaro viene affidato alla banca che lo gestisce secondo suoi criteri. Nell'investimento in titoli il cliente sceglie dove indirizzare i suoi risparmi».
    Sui conflitti di interesse delle banche la giurisprudenza tende a non accontentarsi di una definizione generale di conflitto ma il risparmiatore deve dimostrare che la scelta di consigliare l'acquisto di titoli o di vendere direttamente quelli in suo possesso, era parte di una strategia dell'istituto per rientrare da una sua esposizione. «Nel caso dell'Argentina — aggiunge Bochicchio — bisogna quindi dimostrare che la banca ha consigliato quell'acquisto perchè esposta direttamente o con società del gruppo nei confronti dello Stato debitore». Con una differenza fra portafoglio immobilizzato e disponibile al trading. «Per dimostrare che c'era una volontà di scaricare sul cliente i propri problemi di qualità dei titoli bisogna dimostrare che i titoli ceduti fossero immobilizzati nel portafoglio». Nei tanti casi di procedimenti avviati dai risparmiatori, e che hanno portato anche a sentenze clamorose come il risarcimento da 152mila euro ottenuto a Venezia, il punto di forza dei clienti è sempre stata la carenza di informazione specifica e l'assenza di segnali di accresciuto rischio. Oppure casi di collocamento forzati. «Solo dove i titoli ceduti avevano profili di rischio in contrasto con le caratteristiche del cliente, un grande importo di bond a rischio agli anziani tanto per intenderci, non c'è dubbio: la negligenza della banca è riconosciuta come evidente».
    http://www.assinews.it/rassegna/arti...s220105bo.html

  6. #6
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    Un «non aderite» detto sottovoce
    Gli istituti di credito puntano a far fallire l'Ops di Buenos Aires ma senza sbilanciarsi




    «M a si può dare un consiglio operativo valido per tutti i risparmiatori?». Le banche italiane ritengono di no. «Non è possibile — sostengono negli uffici legali — dare un consiglio che possa essere valido per portafogli dove i bond argentini sono una piccola quota destinata alla ricerca di rendimenti maggiori oppure per portafogli dove l'investimento è squilibrato. Ci può essere nelle famiglie la necessità di smobilizzi e di liquidità e altre dove invece non c'è alcuna urgenza». Ed è principale ragione, non unica ma principale, che ha portato alla decisione, poco compresa per la verità, di non dare indicazione ai propri clienti. O, per meglio dire, di non dare alcuna indicazione diretta perchè implicitamente la posizione è chiara: "non aderire".
    Parla per tutti Nicola Stock, presidente della Task force argentina (Tfa), l'associazione di tutela dei risparmiatori sostenuta dall'Abi. Che forse avrebbe preferito una presa di posizione ufficiale più decisa rispetto a qualla sostanzialmente netta, ma più coperta emersa nei giorni scorsi dopo la riunione dell'esecutivo dell'Abi. Proprio attraverso le banche, Tfa ha raccolto 430 mila deleghe, pari al 98% del debito in mano ai risparmiatori italiani. Nei giorni scorsi l'associazione bancaria italiana ha espresso «il pieno appoggio e apprezzamento» alla Tfa. Il comitato esecutivo dell'Abi «nel ricordare la libertà di scelta in ordine all'edesione all'offerta argentina da parte di ciascun investitore — ha invitato le banche a farsi carico delle eventuali spese derivanti dalle azioni legali sostenute dalla Tfa, per conto dei clienti, nei confronti dell'Argentina». Le banche pagheranno dunque i prossimi passi della task force a tutela dei possessori di bond. Che non è una cosa da poco e che suona come un invito ai risparmiatori a non consegnare i titoli.
    Ugualmente la scelta delle banche di non dare indicazioni esplicite ai clienti è oggetto di contestazioni e di incomprensioni anche all'interno degli istituti.«Sarebbe grave, e fronte di ulteriore incertezza e sfiducia da parte dei risparmiatori, che singoli istituti bancari forniscano alla clientela interessata indicazioni contraddittore o incerte sui bond argentini ha sostenutoAltroconsumo — atteggiamenti che finirebbero per ostacolare e compromettere l'obiettivo di un rigetto compatto della proposta, unanimemente ritenuta insufficiente e inaccettabile». Gli istituti si stanno muovendo con una prudenza che appare perfino eccessiva e lascia trasparire anche la preoccupazione che un'eventuale indicazione precisa possa poi dar spazio a un futuro contenzioso con i clienti oltre a quello che si sta accumulando nei tribunali italiani (vedi servizio nella pagina a fianco).
    http://www.assinews.it/rassegna/arti...220105bo2.html

  7. #7

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    re

    Due domande

    1) puoi dirmi come fare per avere i prospetti informativi delle seguenti emissioni?

    argentina 8,5% 1/7/1999-2004 in euro isin DE0003089850

    argentina 10,5% 14/11/2002 in marchi tedeschi isin DE0001300200

    se necessario sono pronto a richiederli alla consob.

    2) se vendessi i miei titoli oppure se aderissi all'offerta, oppure ancora se non aderisco all'offerta ed i miei titoli diventassero carta straccia,
    in tutti questi casi, potrei fare ancora causa alla banca?
    se cosi non fosse dovrei sbrigarmi.

    attendo tue risposte, per me sarebbe molto importante avere in mano quei prospetti.
    grazie

  8. #8
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    credo che siano approvati a Francoforte, quelle DE intermediario deutsche quello Eur chase manhattan bank...però ti rinvio a lettura su audizione Consob

  9. #9
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    L'intermediario deve sempre valutare l'adeguatezza dell'investimento.


    Tango-bond, da rimborsare anche il cliente più reticente


    LA SENTENZA
    Tribunale di Mantova, sez. seconda, sentenza del 12 novembre 2004.

    IL CASO

    Se il cliente della banca rifiuta di dare informazioni l'intermediario deve comunque valutare l'adeguatezza dell'investimento?

    LA DECISIONE

    Il tribunale risponde positivamente. Due pensionati ultrasettantenni hanno investito metà dei loro risparmi in obbligazioni argentine su consiglio di un funzionario bancario.

    I titoli, a seguito della crisi finanziaria nel paese del Sud America, hanno perso il loro valore. I pensionati hanno fatto causa alla banca per ottenere la restituzione delle somme investite e il risarcimento dei danni patiti per effetto dell'operato della banca.

    I pensionati hanno sostenuto tra le altre cose l'invalidità dei contratti per violazione degli articoli 21 del Testo unico della finanza e 28 e 29 del regolamento Consob n. 11522: la banca, infatti, non ha richiesto notizie sulla situazione patrimoniale dei clienti e sulla loro propensione al rischio, né ha informato sulla rischiosità dell'investimento nonché per mancata segnalazione dell'inadeguatezza dell'operazione.

    La banca si è difesa sostenendo di avere osservato tutte le prescrizioni di legge e regolamentari.

    In particolare la banca ha sostenuto che il proprio funzionario aveva fornito tutti i necessari ragguagli circa la rischiosità dell'investimento e che era stato consegnato il documento sui rischi degli investimenti in strumenti finanziari e che infine i pensionati avevano rifiutato di fornire indicazioni sulla loro situazione finanziaria.

    Il tribunale ha dato ragione ai pensionati. Il giudice ha ritenuto che la banca ha violato i citati articoli 21 lett. a) e b) del dlgs 24/2/1998 n. 58 e 28 del regolamento Consob 1/7/1998 n. 11522.

    Questi articoli impongono all'istituto di credito di prestare i servizi di investimento con diligenza e di operare in modo che i clienti siano sempre adeguatamente informati.

    Al momento dell'acquisto i titoli avevano un rating (una valutazione da parte degli istituti internazionali di valutazione) non buono, essendo qualificati come titoli vulnerabili o non desiderabili e con piccole garanzie di rimborso. Insomma i titoli obbligazionari argentini al momento del loro acquisto erano già considerati a elevato rischio di rimborso. La banca avrebbe, quindi, dovuto fornire una completa informazione circa i rischi connessi a quella specifica operazione che i clienti intendevano porre in essere, dovendo l'intermediario finanziario agire con la diligenza dell'operatore particolarmente qualificato.

    La banca inoltre non può limitarsi alla generica indicazione della natura altamente rischiosa dell'investimento secondo la valutazione operata dalle maggiori agenzie specializzate in materia.

    Il funzionario bancario, invece, ha assicurato che l'investimento era sicuro perché i titoli erano garantiti da altra banca e aveva dissuaso da investimenti monetari.

    Non bastano a escludere l'obbligo speciale di informazione a carico della banca l'avvenuta consegna del documento sui rischi degli investimenti, anch'esso riportante cautele di carattere generale, mentre la banca deve fornire precise indicazioni circa la pericolosità di quello specifico investimento. La sentenza ha posto a carico della banca altri obblighi pregnanti: l'intermediario non è esonerato dall'obbligo di valutare l'adeguatezza dell'operazione anche se i clienti abbiano rifiutato di fornire le informazioni di cui all'articolo 28 1° co. Lett. a) del regolamento Consob n. 11522/98, dovendo in tal caso tenere conto di tutte le informazioni comunque in suo possesso. La banca deve peraltro valutare l'età, professione, presumibile propensione al rischio anche alla luce della pregressa e abituale operatività, situazione del mercato. Quando l'operazione è inadeguata la banca deve informare in maniera specifica e ottenere un consenso consapevole. Nel caso concreto vi erano innumerevoli segnali di rischio tutti convergenti e chiaramente a conoscenza dell'istituto: l'impiego di oltre la metà del patrimonio mobiliare dei clienti, la natura altamente rischiosa dei titoli prescelti, le condizioni di mercato di quei titoli, il rating declassato, la circostanza che i clienti erano investitori non professionali, l'età dei risparmiatori superiore ai 70 anni, la presunzione di preferenza per una gestione conservativa piuttosto che speculativa del patrimonio, la scarsa propensione al rischio in precedenza manifestata.

    GLI EFFETTI PRATICI

    L'intermediario in strumenti finanziari deve valutare l'adeguatezza dell'operazione di investimento ex art. 29 reg. Consob 11522/98 anche quando i clienti rifiutano di fornire le informazioni sulla loro situazione economica e sulla loro propensione al rischio.

    In tal caso la banca doveva tener conto di tutte le informazioni comunque in suo possesso.

    Viola l'obbligo di diligenza la banca che ha acquistato obbligazioni argentine impiegando oltre la metà del patrimonio mobiliare dei clienti, in considerazione della natura altamente rischiosa dei titoli prescelti, delle condizioni di mercato di quei titoli, della circostanza che i clienti non sono investitori non professionali, dell'età degli stessi, nonché della propensione al rischio in precedenza manifestata.
    http://www.assinews.it/rassegna/arti...o240105di.html

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    Citazione Originariamente Scritto da FabioGalletti
    Bond argentini, il Tribunale di Venezia condanna la Deutsche Bank a rimborsare l´intero investimento a due pensionati

    "Risparmiatori all´oscuro dei rischi la banca li deve risarcire al 100%"


    DAL NOSTRO INVIATO
    ROBERTO BIANCHIN



    VENEZIA - Due pensionati, che su suggerimento della propria banca avevano investito buona parte dei loro risparmi in obbligazioni argentine, e avevano perso tutto al momento della crisi finanziaria che ha colpito il paese sudamericano, sono stati risarciti per ordine del Tribunale. Il giudice ha infatti ritenuto la banca che aveva venduto i titoli colpevole di non aver informato i clienti che si trattava di un investimento ad alto rischio, ha annullato l´acquisto delle obbligazioni e ha condannato l´istituto a restituire la somma investita più gli interessi. Una sentenza che costituisce un importante precedente riguardo all´obbligo, da parte della banca, di comunicare ai propri clienti il contenuto del cosiddetto «prospetto informativo» legato all´emissione del prestito.
    Non avevano avuto sospetti D.P., pensionato, e sua moglie D.K., casalinga, veneziani, sessantenni, quando nel ?98 si erano lasciati convincere dai funzionari della filiale di Venezia della Deutsche Bank a investire due terzi dei loro risparmi, 300 milioni di lire, nell´acquisto di obbligazioni argentine emesse da un ente denominato «Argentina Cap Protect». Si erano preoccupati solo due anni fa, allo scoppio della crisi finanziaria argentina, quando avevano tentato di rientrare in possesso della somma investita, e di fronte ai problemi di insolvenza dello Stato argentino che aveva emesso le obbligazioni, avevano chiesto alla banca l´applicazione della clausola di garanzia che avrebbe consentito il rimborso del capitale investito. Ma si erano sentiti rispondere dalla banca che il rimborso sarebbe stato possibile solo alla scadenza del prestito, cioè nel 2018. Di questo, non erano mai stati informati. Di qui la decisione dei coniugi di ricorrere al tribunale.
    Nel corso della causa, il loro avvocato, Sergio Camerino, scopriva che i titoli acquistati dai due pensionati erano stati emessi da una società a responsabilità limitata, la «Argentina Capital Protected Investments Limited», che aveva emesso obbligazioni per cento miliardi di lire, con un capitale sociale di 50mila dollari. La società, che non risultava aver mai svolto alcuna attività operativa, ma era in realtà solo un «artificio giuridico», aveva sede nel paradiso fiscale delle isole Cayman, nello stesso studio, il «Maples e Calder», dov´era domiciliata la Parmalat. Secondo il legale, la banca avrebbe dovuto informare i clienti delle caratteristiche del prodotto offerto, e del rischio elevato che essi avrebbero corso acquistando questi titoli, quando la crisi finanziaria argentina si era già manifestata con dei segnali inequivocabili, e questi titoli venivano considerati «ad alto rischio di insolvenza» dalle più importanti agenzie internazionali.
    Il giudice unico del tribunale civile di Venezia, Maura Caprioli, ha dato ragione ai due pensionati. In una sentenza molto articolata, depositata ieri, in cui sostiene che la banca aveva l´obbligo di informare correttamente il cliente di tutte le condizioni degli investimenti proposti, ha dichiarato la «nullità» dell´ordine di acquisto delle obbligazioni argentine da parte dei due pensionati, e ha condannato la Deutsche Bank a rimborsare ai loro clienti la somma investita (152mila euro più gli interessi) e a pagare 8mila euro di spese processuali.
    Negoziazione di obbligazioni argentine – Obbligo di informazione dell’intermediario – Conflitto di interessi – Natura - Nullità degli ordini – Sussistenza.



    Tribunale di Venezia, Sez. II – Giudice unico Dr. Caprioli Sentenza del giorno 22 novembre 2004.



    Il testo integrale:

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    Con atto di citazione notificato in data 12 dicembre 2002 Pitteri Demetrio e Klamer Dorotea citavano in giudizio la Deutsche Bank S.p.A chiedendo la declaratoria di nullità dei contratti conclusi con l’istituto bancario per vizi di forma e per violazione delle norme imperative e la condanna della convenuta al rimborso delle somme investite dagli attori con gli interessi legali dalla data degli investimenti al saldo; in via subordinata chiedevano che, previo accertamento dell’inadempimento contrattuale dell’Istituto agli obblighi negoziali assunti, venisse dichiarato lo scioglimento del contratto e per l’effetto pronunciata la condanna al risarcimento dei danni subiti nella misura ritenuta di giustizia. A sostegno delle proprie richieste esponevano di aver acquistato dalla Deutsche Bank S.p.A. in data 29 giugno 1998 ed in data 1° luglio 1998 delle obbligazioni argentine emesse da un ente denominato “Argentina cap protect” con scadenza 8 maggio 2018 per il controvalore di £ 295.025.330; di aver richiesto all’istituto, l’applicazione della clausola di garanzia; di aver appreso nella circostanza che detta garanzia sarebbe stata operante solo alla scadenza.

    Rilevavano di non essere stati informati dalla banca all’atto della stipulazione del contratto sui rischi dell’operazione e di non aver saputo neppure quale fosse la ragione sociale della società emittente; di aver accertato dopo lunghe ricerche, che la società emittente aveva sede nelle isole Cayman ed aveva un capitale sociale di $ 50.000 suddiviso in 50.000 azioni da un dollaro.

    Osservavano che la formula “cap protect” intesa inizialmente dagli attori secondo un’interpretazione di buona fede, come garanzia di rimborso del capitale in caso di insolvenza dell’emittente non aveva invero detto significato dovendosi riferire alla garanzia bancaria di rimborso del capitale senza interessi alla scadenza del prestito vale a dire nel 2018.

    Ritenevano pertanto violati alla luce delle considerazioni sopra esposte gli artt. 21 e 23 del D.L. 24 febbraio 1998, n. 58.

    In particolare, evidenziavano come la banca avesse omesso di fornire le informazioni circa l’elevatissimo rischio dell’investimento proposto senza neppure redigere per iscritto il contratto con il relativo ordine e senza consegnarne né la copia né alcuna documentazione riguardante l’operazione in questione.

    Concludevano come in epigrafe.

    Si costituiva la Deutsche Bank S.p.A. contestando il fondamento della domanda e chiedendone il rigetto.

    Rilevava che gli attori erano conosciuti dalla Banca come persone che operavano sul mercato borsistico abitualmente con operazioni di trading accettando i rischi correlati all’investimento, come emergeva dalla consistenza dei depositi titoli.

    Osservava che all’epoca dei fatti in contestazione la Banca non aveva ragione di dubitare, di fronte ad una richiesta di diversificazione del portafoglio dell’esperienza e della consapevolezza da parte dei clienti dei rischi connessi all’operazione in quanto proporzionali alla redditività dell’investimento.

    Sottolineava che nel gennaio del 1998 oltre 1/3 del patrimonio attoreo risultava investito in titoli azionari di speculazione (Fiat, Parmalat ed Eni) con repentine variazioni nella composizione del portafoglio.

    Sosteneva inoltre che in occasione dell’accensione del contratto di deposito amministrativo di cui è causa in data 24 giugno 1998 la Banca aveva consegnato ai clienti il documento contenente le domande sui rischi finanziari che s’intendeva correre e che questi ultimi avevano rifiutato di fornire informazioni al riguardo.

    Rilevava che gli ordini erano stati impartiti dai clienti non per iscritto ma telefonicamente in data 29 e 30 giugno, evidenziando che i relativi supporti magnetici di registrazione non erano più disponibili dal momento che gli stessi devono essere conservati dalla banca per i due anni successivi, termine entro il quale possono essere fatte valere eventuali riserve.

    Sottolineava poi che trattandosi di una compravendita avvenuta in un mercato secondario non era prescritta la consegna del prospetto informativo che era obbligatorio solo, per contro, se il titolo viene proposto al cliente in frase di collocamento.

    Osservava, per quanto riguardava la denunciata assenza di consulenza e di assistenza da parte della Banca, che la crisi finanziaria argentina aveva colto di sorpresa tutti gli operatori.

    Contestava l’esistenza dei dedotti adempimenti contrattuali e comunque dell’applicabilità delle richiamate disposizioni normative rilevando che le stesse sono riferibili alle gestioni di portafogli e non alla fattispecie in esame che è di deposito amministrato.

    Radicato in tal modo il contraddittorio, le parti sviluppavano nelle memorie ex art. 180 Codice di procedura civile le rispettive tesi puntualizzando in quell’ex art. 183 quinto comma, Codice di procedura civile le proprie domande e le relative eccezioni.

    La causa, istruita solo documentalmente, veniva trattenuta in decisione all’udienza del 14 maggio 2004 con concessione alle parti di termini massimi di legge per conclusionali e repliche.

    Motivi della decisione

    L’azione promossa dagli odierni attori trae origine dalla pretesa violazione da parte dell’Istituto bancario convenuto di una pluralità di norme; alcune inserite nel programma negoziale concordato con la Deutsche Bank S.p.A., ed altre contenute nel D.Lgs 2 febbraio 1998, n. 58 riguardante la disciplina degli intermediari e nel regolamento di attuazione del 1° luglio 1998, n. 11522.

    In particolare contestano la mancanza del requisito della forma scritta che avrebbe dovuto essere osservata per l’operazione di acquisto delle obbligazioni argentine; l’omesso o comunque carente informazione circa i rischi dell’investimento prescelto; il compimento dell’operazione in situazione di conflitto di interesse; l’inadeguatezza dell’investimento rispetto all’entità complessiva del patrimonio mobiliare.

    Le violazioni sopra dedotte in quanto in contrasto con norme imperative, quale devono ritenersi le prescrizioni contenute nel T.U. 1998/n. 58 comporterebbero, secondo la prospettazione attorea, la nullità dei contratti d’acquisto o comunque legittimerebbero lo scioglimento del rapporto per le gravi inadempienze agli obblighi contrattualmente assunti.

    La domanda è fondata nei termini di seguito esposti. L’indagine giudiziale deve prendere le mosse dell’esame del programma negoziale quale sottoscritto fra le parti in data 24 giugno 1998 unitamente all’esame della normativa di settore raccolta nel T.U. 24 febbraio 1998, n. 58 delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria e, del successivo regolamento attuativo del 1° luglio 1998 che ha puntualmente specificato i doveri degli intermediari dando corpo ai principi codificati nel richiamato testo unico.

    Normativa che integra lo statuto dell’intermediatore finanziario e che, in quanto tale, deve applicarsi come regola generale di comportamento a tutte le operazioni da lui eseguite ove non sia disposto diversamente dalla legge. In questi termini, deve essere disattesa l’eccezione formulata dalla banca convenuta secondo cui la disciplina in oggetto non sarebbe applicabile ai contratti di deposito amministrati.

    Ciò posto, si osserva che con il menzionato contratto contenente, come si legge testualmente, le norme per la negoziazione, la ricezione e la trasmissione di ordini al punto 1 è previsto che gli ordini e le revoche sono conferite alla Banca per iscritto o telefonicamente. Nel contratto vengono descritte le modalità formali di ricezione dell’ordine.

    E’ altresì stabilito (sempre al punto 1), che la Banca non possa “effettuare operazione se non dopo aver fornito al Cliente informazioni adeguate sulla natura, sui rischi e sulle implicazioni della specifica la cui conoscenza sia necessaria al cliente per effettuare consapevoli scelte d’investimento o di disinvestimento”.

    Si aggiunge nel comma successivo che la Banca quando riceve dal Cliente ordini relativi ad una operazione ritenuta non adeguata informa il cliente di tale circostanza e delle ragioni per cui non è opportuno procedere all’esecuzione dell’operazione stessa specificando che qualora il cliente intenda comunque dar corso all’operazione la Banca eseguirà la stessa solo sulla base di un ordine impartito per iscritto o nel caso di ordine telefonico, registrato nel quale sia fatto esplicito riferimento alle avvertenze ricevute.

    Tale previsione negoziale ricalca i principi codificati nell’art. 21 del D.Lgs. 58/98, che come si è detto ha dettato una disciplina organica a tutto il settore dell’intermediazione.

    Detta norma stabilisce infatti che nelle prestazioni di servizi d’investimento e accessori i soggetti abilitati devono comportarsi con diligenza correttezza e trasparenza nell’interesse del cliente e per l’integrità dei mercati, acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che gli stessi siano sempre adeguatamente informati.

    I contenuti di questa clausola generale, della quale è peraltro indubbio il valore precettivo già fissato dall’art. 17 del D.Lgs. n. 415/96 sono ulteriormente specificati dai Regolamenti esecutivi successivamente emanati.

    Proseguendo nell’esame dell’accordo negoziale e delle clausole più significative ai fini dell’individuazione degli obblighi e della valutazione delle prestazioni si legge al punto 4 che l’esecuzione delle operazioni fuori dai mercati regolamentati è possibile semprecchè per ogni singola operazione sia stata preventivamente richiesta/autorizzata per iscritto dal cliente e sia possibile realizzare un prezzo migliore nell’interesse del cliente medesimo; specificando che nel caso di ordine impartito telefonicamente la predetta richiesta/autorizzazione dovrà risultare dalla registrazione.

    La portata dell’obbligo assunto dalla Banca nei termini sopra esposti offre significativi elementi ai fini in questione.

    E’ infatti di tutta evidenza che attraverso l’attività informativa circa l’adeguatezza dell’operazione, l’istituto bancario non ha circoscritto il suo compito ad una supina mera ricezione degli ordini, ma si è impegnato a prestare una diversa e ulteriore attività che si sostanzia in quella che si può definire una attività di consulenza.

    E’ quindi alla stregua di queste articolate fonti di disciplina che vanno valutati i profili d’inadempimento dedotti e che possono riguardare sia il mancato rispetto della legge che del contratto.

    In particolare, iniziando l’analisi dei lamentati vizi formali, vale a dire la mancanza del requisito della forma scritta, occorre rilevare che le due operazioni d’investimento in oggetto del 29 giugno 1998 e del 1° luglio 1998 sono state compiute in esecuzione del contratto sottoscritto in data 24 giugno 1998.

    Orbene si deve rilevare che in relazione a quest’ultimo contratto nessuna censura viene sollevata essendosi gli attori limitati a contestare la nullità di quelli successivi stipulati in esecuzione del primo.

    Nullità che, secondo la prospettazione attorea, si fonda sulla pretesa violazione dell’art. 23 D.Lgs. n.. 58/98 che esige, a pena di nullità il requisito della forma scritta per i contratti relativi alla prestazione di servizi d’investimento ed accessori nonché sulla asserita violazione dell’art. 1 del contratto 24 giugno 1998 che impone la relazione per iscritto di un ordine ricevuto allo sportello dal funzionario di banca o nel caso di ordine impartito telefonicamente il requisito della registrazione ora non più disponibile.

    Le censure sotto entrambi i profili non possono essere condivise.

    Giova, infatti, evidenziare che gli effetti conseguenti alla violazione di una norma imperativa, quale deve ritenersi il richiamato art. 23 in considerazione degli interessi sottesi alla regola formale (tutela del risparmio), non possono essere analoghi a quelli che discendono dalla violazione di una norma contrattuale ove le parti non l’abbiano espressamente pattuito.

    Il riferimento normativo dei “contratti relativi alla prestazione dei servizi d’investimento” cui fa riferimento l’art. 23 sembra circoscrivere l’obbligo formale ai soli contratti destinati alla disciplina delle prestazioni di servizio, esentandone invece le singole operazioni poste in essere sulla base di un accordo quadro.

    Conclusione questa che appare rafforzata dalla constatazione che al contratto quadro, per il quale è imposta la forma scritta a pena di nullità, viene invece lasciata la libertà di individuare le modalità con le quali il cliente impartisce ordini e disposizioni. Libertà che è il contrario d’imperatività, e che, lungi dall’imporre la forma scritta, si estende a poter conferire, come prevede l’art. 1, ordini e revoche telefonicamente, e per le quali s’impone solo la registrazione.

    In quest’ottica si deve escludere che la fattispecie in esame rientri poi nell’ipotesi prevista dall’art. 1352 Codice civile.

    Infatti, a ben vedere, l’art.1 del contratto stipulato in data 24 giugno 1998, per il quale è sì obbligatoria la forma scritta, disciplinando il momento esecutivo prevede le modalità di conferimento degli specifici ordini che danno concretezza all’accordo.

    Modalità che si sostanziano in una sequenza procedimentale d’atti unilaterali avviati dall’ordine posta a carico della banca, dall’obbligo d’informazione da parte di quest’ultimi sulla natura e sui rischi dell’operazione, e così via via sino ad arrivare all’art. 6 che prevede e regola la documentazione relativa alle operazioni eseguite.

    Ove pertanto ci si ponga in questa prospettiva appare evidente che l’imposizione di cui all’art. 1 piuttosto che al processo di formazione dell’accordo, deve essere riferita alla modalità d’esecuzione di documentazione di operazioni che trovano la loro fonte in un contratto quadro che, per questa via ha individuato diritti, poteri e obblighi delle parti.

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