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Enel e FCA trascinano Piazza Affari, in corsa anche Unicredit
Martedì molto positivo per Piazza Affari che però chiude lontano dai massimi di giornata. Anche oggi sponda importante dall?ottimismo legato all’appiattimento della curva dei contagi. Il Ftse Mib ha chiuso …
BNP Paribas: affronta il mercato con il Phoenix Snowball su UniCredit
La banca francese lancia sul mercato un nuovo certificato d?investimento Phoenix Snowball su sottostante UniCredit (ISIN: XS2087072216). Le caratteristiche del prodotto lo rendono funzionale alla congiuntura attuale di forte incertezza …
Chi è Mr Diasorin e l’azzardo di 20 anni che l’ha reso miliardario
Chi c’è dietro il successo di DiaSorin, la multinazionale attiva nel settore della diagnostica che in queste settimane è all’onore della cronaca per i test legati a Covid-19? Il suo …
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  1. #1
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    nuove obbligazioni

    ritorno fin che potro ai miei vecchi post

    Obbligazione emergente in dollari e rating migliore dell’Italia, per saperne di più
    Bond in dollari a 12 anni con cedola 2,55%, a premio di un'ottantina di punti base rispetto al Treasury di pari durata, emesso dalla Repubblica del Cile, che vanta un rating superiore a quello italiano. Vediamo se c'è da fidarsi.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Gennaio 2020 alle ore 07:51
    Bond in dollari a 12 anni con cedola 2,55%, a premio di un'ottantina di punti base rispetto al Treasury di pari durata, emesso dalla Repubblica del Cile, che vanta un rating superiore a quello italiano. Vediamo se c'è da fidarsi.

    La Repubblica del Cile ha emesso obbligazioni di stato in dollari per $750 milioni, in data 24 gennaio. Il titolo è stato prezzato alla pari e reca cedola 2,55%, in scadenza nel 27 gennaio 2032 (ISIN: US168863DN50), cioè tra 12 anni. E’ negoziabile alla Borsa del Lussemburgo per importi minimi di 200.000 dollari e aggiuntivi di 1.000 euro e multipli.
    A ben vedere, si tratterebbe di una buona opportunità di diversificazione del portafoglio d’investimenti. Anzitutto, il rating è elevato. S&P assegna al Cile un giudizio sovrano di “A+”, Moody’s “A1” e Fitch “A”. A titolo di confronto, i nostri BTp non vanno oltre “BBB”, cioè sono a qualche gradino dall’area “junk” o “spazzatura”.

    L’emissione è avvenuta, quindi, a un costo di circa un’ottantina di punti base sopra il corrispondente Treasury. Poco, perché in effetti è basso il rischio di credito che si corre acquistando il bond. I “credit default swaps” per proteggere un investimento in titoli di stato cileni costano meno di 49 bp, implicando una probabilità di fallimento entro 5 anni dello 0,81%. Assicurarsi contro il rischio italiano costa circa 122 bp, pari al 2% di probabilità di evento creditizio avverso entro un quinquennio.

    Questo, per capire che il Cile è uno stato relativamente sicuro, pur trovandosi in America Latina. Ma nei mesi scorsi, ne abbiamo sentito parlare per i disordini esplosi a seguito delle proteste anti-governative, che hanno lasciato sul terreno 27 morti, spingendo il governo del presidente Sebastian Pinera ad annunciare una riforma costituzionale per andare incontro alle richieste diffuse della popolazione. Il cambio ne ha risentito, con il peso ad essere scivolato ai minimi storici contro il dollaro e perdendo ancora oggi il 10% su base annua, pur rafforzandosi dai minimi toccati in autunno. Gli stessi rendimenti sovrani sono lievitati, ma rimanendo su livelli contenuti. Il decennale offre oggi il 3,35% contro il 2,70% precedente alle proteste, il titolo a 2 anni viaggia all’1,90% contro circa l’1,70%.

    Il debito cileno ha offerto guadagni a doppia cifra e ha ancora margini di crescita
    Quali rischi

    Ma il rischio di cambio contro i pesos per questa emissione è inesistente, essendo le obbligazioni denominate in dollari.
    Semmai, dobbiamo stare attenti a capire se vi siano altri pericoli, magari derivanti dalla scarsa sostenibilità per Santiago del Cile del debito contratto in valuta forte straniera. A tale proposito, ci vengono in soccorso i dati sulle riserve valutarie, salite a 40,6 miliardi di dollari a dicembre. Esse coprono 8 mesi di importazioni, più che sufficienti in teoria per schivare problemi di carenza di valuta straniera nel breve termine. L’aspetto più significativo risiede, poi, nel fatto che la bilancia commerciale cilena esiti generalmente saldi positivi, a circa il 3% del pil nel 2019. L’indebolimento del cambio dovrebbe favorire le esportazioni e sostenere il surplus.

    Per contro, le partite correnti chiudono cronicamente in passivo, segno dei deflussi di capitali che più che compensano l’eccesso di esportazioni. Ad ogni modo, la flessibilità del cambio ha garantito sinora riserve appropriate. Se s’intende acquistare il bond per tenerlo fino alla scadenza, non dovrebbero esserci problemi di sorta. Un default del Cile è escluso, anche perché il debito pubblico giace sotto il 25%. L’unico vero pericolo per l’investimento sarebbe rappresentato dalla volatilità delle quotazioni, nel caso in cui si puntasse a rivenderlo in anticipo. I rischi politici si sono drasticamente impennati negli ultimi 3 mesi e inaspettatamente. Ciò implica la possibilità che i prezzi oscillino nei prossimi mesi o anni, qualora tra governo e piazza non si trovasse un punto stabile d’incontro per mantenere quell’ambita pace sociale che ha contribuito allo sviluppo economico e democratico del paese negli ultimi decenni.

    Ad esempio, le cifre ufficiali parlano di perdite per l’economia di 3 miliardi di dollari per via degli scontri, qualcosa come l’1% del pil. Infatti, la stessa banca centrale ha tagliato le stime di crescita per quest’anno da 2,75-3,75% a 0,5-1,5%. I danni non verranno cancellati in fretta, anche perché gli investitori vorranno attendere che prima si celebri il referendum costituzionale e che il clima politico si svelenisca prima di tornare a portare i capitali nel paese.
    Ad ogni modo, nel lungo periodo questa triste pagina cilena non dovrebbe rilevare.

  2. #2
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    Bond australiani a bomba con il virus cinese, ma serve molta prudenza
    Mercato obbligazionario in rally in Australia sulle cattive notizie in Cina riguardanti il Coronavirus, con i rendimenti scesi ai minimi da ottobre. Ecco perché non bisogna farsi prendere dall'euforia.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Gennaio 2020 alle ore 10:45
    Mercato obbligazionario in rally in Australia sulle cattive notizie in Cina riguardanti il Coronavirus, con i rendimenti scesi ai minimi da ottobre. Ecco perché non bisogna farsi prendere dall'euforia.

    Buon momento per il mercato obbligazionario in Australia. Oggi, i rendimenti a 10 anni sono scesi allo 0,96%, ai minimi dall’ottobre scorso, perdendo circa 40 centesimi rispetto ai livelli di inizio anno. Stesso discorso per le brevi scadenze, con il bond a 2 anni ad offrire lo 0,67%, circa un quarto di punto percentuale in meno quest’anno.
    Il rally è sostenuto dai timori sui mercati finanziari relativi al virus cinese, le cui dimensioni stanno diventando sempre più preoccupanti. Nella città di Pechino è stato registrato il primo decesso e il conteggio delle vittime sale a 100. L’intera provincia di Wuhan è stata posta in quarantena, ma ciò non sta evitando l’espandersi dell’epidemia polmonare, tant’è che persino la Corea del Nord ha deciso di chiudere le frontiere con la Cina.

    Rendimenti calanti significano quotazioni in rialzo per i bond australiani. Una buona notizia per gli investitori esteri, in questi mesi a caccia di “yield”. In fondo, ancora oggi i titoli di Canberra possono essere acquistati relativamente a buon mercato, se si pensa che abbiano rating tripla “A” e che offrono pur sempre molto di più degli omologhi europei e nipponici. Tuttavia, a indebolirsi in questa fase è il cambio. L’aussie, come viene definito in gergo il dollaro australiano, è sceso a 0,6757 contro il dollaro USA, ai minimi da ottobre e perdendo così quasi il 4% quest’anno.

    I rendimenti dell’Australia fanno gola con USA-Cina più vicini
    Il rapporto tra cambio e bond

    L’aussie è considerato dai mercato una sorta di “proxy” per la valuta cinese. In effetti, le relazioni commerciali tra Australia e Cina sono abbastanza strette, con la prima ad esportare verso la seconda per circa il 6% del suo pil, materie prime, in particolare. E un ripiegamento dell’economia cinese, provocato eventualmente dal Coronavirus, farebbe male alle esportazioni australiane, colpendone i tassi di cambio. Inoltre, molti trader utilizzano il dollaro australiano per scommette sullo yuan, essendo un mercato molto più liquido. Pertanto, a fronte di un rafforzamento dei bond, la valuta in cui sono denominati tenderebbe a deprezzarsi con il diffondersi dei timori sul virus cinese.

    Del resto, se guardiamo ai grafici notiamo una correlazione perfetta tra andamento dei rendimenti e cambio. Tra ottobre e dicembre, finito il rally obbligazionario, il dollaro australiano perse il 4%, mentre il bond a 2 anni offrì oltre una trentina di centesimi in più e quello a 10 anni di oltre una quarantina. Del resto, con il rinvigorirsi delle preoccupazioni sull’economia domestica – mai in recessione dal 1991 – i capitali affluiscono più copiosi proprio sui beni rifugio come le obbligazioni di stato e viceversa.

    I bond dell’Australia rendono anche più dell’Italia, ecco perché potremmo farci un pensierino

    giuseppe.timpone@investireoggi.it

  3. #3

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    Obbligazione emergente in dollari e rating migliore dell’Italia, per saperne di più
    Bond in dollari a 12 anni con cedola 2,55%, a premio di un'ottantina di punti base rispetto al Treasury di pari durata, emesso dalla Repubblica del Cile, che vanta un rating superiore a quello italiano. Vediamo se c'è da fidarsi.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Gennaio 2020 alle ore 07:51
    Bond in dollari a 12 anni con cedola 2,55%, a premio di un'ottantina di punti base rispetto al Treasury di pari durata, emesso dalla Repubblica del Cile, che vanta un rating superiore a quello italiano. Vediamo se c'è da fidarsi.

    La Repubblica del Cile ha emesso obbligazioni di stato in dollari per $750 milioni, in data 24 gennaio. Il titolo è stato prezzato alla pari e reca cedola 2,55%, in scadenza nel 27 gennaio 2032 (ISIN: US168863DN50), cioè tra 12 anni. E’ negoziabile alla Borsa del Lussemburgo per importi minimi di 200.000 dollari e aggiuntivi di 1.000 euro e multipli.
    A ben vedere, si tratterebbe di una buona opportunità di diversificazione del portafoglio d’investimenti. Anzitutto, il rating è elevato. S&P assegna al Cile un giudizio sovrano di “A+”, Moody’s “A1” e Fitch “A”. A titolo di confronto, i nostri BTp non vanno oltre “BBB”, cioè sono a qualche gradino dall’area “junk” o “spazzatura”.

    L’emissione è avvenuta, quindi, a un costo di circa un’ottantina di punti base sopra il corrispondente Treasury. Poco, perché in effetti è basso il rischio di credito che si corre acquistando il bond. I “credit default swaps” per proteggere un investimento in titoli di stato cileni costano meno di 49 bp, implicando una probabilità di fallimento entro 5 anni dello 0,81%. Assicurarsi contro il rischio italiano costa circa 122 bp, pari al 2% di probabilità di evento creditizio avverso entro un quinquennio.

    Questo, per capire che il Cile è uno stato relativamente sicuro, pur trovandosi in America Latina. Ma nei mesi scorsi, ne abbiamo sentito parlare per i disordini esplosi a seguito delle proteste anti-governative, che hanno lasciato sul terreno 27 morti, spingendo il governo del presidente Sebastian Pinera ad annunciare una riforma costituzionale per andare incontro alle richieste diffuse della popolazione. Il cambio ne ha risentito, con il peso ad essere scivolato ai minimi storici contro il dollaro e perdendo ancora oggi il 10% su base annua, pur rafforzandosi dai minimi toccati in autunno. Gli stessi rendimenti sovrani sono lievitati, ma rimanendo su livelli contenuti. Il decennale offre oggi il 3,35% contro il 2,70% precedente alle proteste, il titolo a 2 anni viaggia all’1,90% contro circa l’1,70%.

    Il debito cileno ha offerto guadagni a doppia cifra e ha ancora margini di crescita
    Quali rischi

    Ma il rischio di cambio contro i pesos per questa emissione è inesistente, essendo le obbligazioni denominate in dollari.
    Semmai, dobbiamo stare attenti a capire se vi siano altri pericoli, magari derivanti dalla scarsa sostenibilità per Santiago del Cile del debito contratto in valuta forte straniera. A tale proposito, ci vengono in soccorso i dati sulle riserve valutarie, salite a 40,6 miliardi di dollari a dicembre. Esse coprono 8 mesi di importazioni, più che sufficienti in teoria per schivare problemi di carenza di valuta straniera nel breve termine. L’aspetto più significativo risiede, poi, nel fatto che la bilancia commerciale cilena esiti generalmente saldi positivi, a circa il 3% del pil nel 2019. L’indebolimento del cambio dovrebbe favorire le esportazioni e sostenere il surplus.

    Per contro, le partite correnti chiudono cronicamente in passivo, segno dei deflussi di capitali che più che compensano l’eccesso di esportazioni. Ad ogni modo, la flessibilità del cambio ha garantito sinora riserve appropriate. Se s’intende acquistare il bond per tenerlo fino alla scadenza, non dovrebbero esserci problemi di sorta. Un default del Cile è escluso, anche perché il debito pubblico giace sotto il 25%. L’unico vero pericolo per l’investimento sarebbe rappresentato dalla volatilità delle quotazioni, nel caso in cui si puntasse a rivenderlo in anticipo. I rischi politici si sono drasticamente impennati negli ultimi 3 mesi e inaspettatamente. Ciò implica la possibilità che i prezzi oscillino nei prossimi mesi o anni, qualora tra governo e piazza non si trovasse un punto stabile d’incontro per mantenere quell’ambita pace sociale che ha contribuito allo sviluppo economico e democratico del paese negli ultimi decenni.

    Ad esempio, le cifre ufficiali parlano di perdite per l’economia di 3 miliardi di dollari per via degli scontri, qualcosa come l’1% del pil. Infatti, la stessa banca centrale ha tagliato le stime di crescita per quest’anno da 2,75-3,75% a 0,5-1,5%. I danni non verranno cancellati in fretta, anche perché gli investitori vorranno attendere che prima si celebri il referendum costituzionale e che il clima politico si svelenisca prima di tornare a portare i capitali nel paese.
    Ad ogni modo, nel lungo periodo questa triste pagina cilena non dovrebbe rilevare.
    importo minimo 200000$ buona opportunità di diversificazione del portafoglio?

  4. #4
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    Bond svizzeri ai massimi da ottobre e super franco: guadagni al 30% in 12 mesi
    Mercato obbligazionario elvetico in rally sulle dichiarazioni del governatore della BNS, Thomas Jordan, che dal Forum di Davos ha allontanato il rialzo dei tassi, anzi mostrandosi disposto a ulteriori tagli.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 27 Gennaio 2020 alle ore 07:55
    Mercato obbligazionario elvetico in rally sulle dichiarazioni del governatore della BNS, Thomas Jordan, che dal Forum di Davos ha allontanato il rialzo dei tassi, anzi mostrandosi disposto a ulteriori tagli.

    Dal Forum di Davos, il padrone di casa Thomas Jordan, governatore della Banca Nazionale Svizzera, non solo non si è mostrato intento ad alzare i tassi d’interesse da qui a breve, ma ha difeso i tassi negativi introdotti dall’istituto anni fa, definendoli “necessari” e dicendosi pronto a tagliarli ulteriormente, ove si rendesse utile.
    I bond svizzeri hanno reagito subito a queste dichiarazioni, con il rendimento decennale ad avere perso nella sola giornata di giovedì scorso lo 0,06%, scendendo al -0,69%, ma chiudendo ancora più in basso la settimana, ossia al -0,73%. In rally anche la scadenza a 2 anni, scesa dal -0,73% al -0,77%. In pratica, le parole di Jordan hanno ridotto i rendimenti a 10 anni di 10 punti base in un paio di sedute, portandoli ai livelli minimi da ottobre.

    Franco svizzero nel mirino di Trump, si rafforza dopo il monito del Tesoro USA

    La curva delle obbligazioni in franchi svizzeri è tutta negativa, con il bond più longevo a 50 anni a offrire il -0,24%. La Germania aveva assistito a una discesa in territorio negativo di tutta la curva tedesca nell’estate scorsa, ma attualmente il Bund a 10 anni offre il -0,31% contro il -0,70% di fine agosto e i rendimenti sono tornati in positivo dai 20 anni insù. E che il rally obbligazionario elvetico sia sostenuto dagli afflussi di capitali stranieri lo confermerebbe anche il rafforzamento del franco svizzero, che contro l’euro scambiava venerdì scorso a 1,07, mai così forte dall’aprile di tre anni fa.
    Guadagni anche con i rendimenti negativi

    Nell’ultimo anno, il cambio ha guadagnato il 5% e questo per la Svizzera è un problema, essendo un’economia esportatrice e perlopiù proprio verso l’Eurozona. Proprio per indebolire il franco, la BNS ha messo in atto la strategia dei tassi negativi, al fine di far defluire i capitali. Tuttavia, la valuta elvetica è percepita come un bene rifugio sui mercati internazionali e, tra tensioni geopolitiche e crescita economica debole in Europa, gli investitori preferiscono portare i loro capitali al sicuro nello stato alpino, anziché rischiare di “bruciarli” altrove.

    Franco svizzero ai massimi da 2 anni significa rendimenti bond euro giù e spread su

    Per quanto possa apparire assurdo acquistare titoli che alla scadenza infliggeranno perdite certe, bisogna considerare che tra aumento delle quotazioni ed effetto cambio, il bond luglio 2064 e cedola 2% (ISIN: CH0224397007) ha fruttato nell’ultimo anno ben il 30% a chi lo avesse comprato dall’Eurozona. E i guadagni salirebbero a quasi il 45%, nel caso in cui lo stesso bond fosse stato acquistato poco prima della fine del cambio minimo di 5 anni fa. Il “carry trade” continua a regalare soddisfazioni al mercato e fino a quando le aspettative sui tassi di cambio rimarranno rialziste o almeno stabili e quelle sui rendimenti assai deboli, l’anomalia dei tassi negativi non avrà fine. E sinora, Jordan non è riuscito proprio a dissuadere gli investitori dal dirottare in Svizzera i loro capitali.

    giuseppe.timpone@investireoggi.it

  5. #5
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    E Telefonica si finanzia la fibra ottica con obbligazioni ibride “green”
    La lotta ai cambiamenti climatici passa sempre più dai mercati finanziari. La compagnia telefonica spagnola ha appena emesso un green bond perpetuo e uno senior, incassando un totale di 1,5 miliardi di euro.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Gennaio 2020 alle ore 15:34
    La lotta ai cambiamenti climatici passa sempre più dai mercati finanziari. La compagnia telefonica spagnola ha appena emesso un green bond perpetuo e uno senior, incassando un totale di 1,5 miliardi di euro.

    La compagnia spagnola di telecomunicazioni Telefonica ha emesso ieri obbligazioni per un controvalore di 1,5 miliardi di euro, di cui 1 miliardo attraverso un senior bond a 10 anni, con scadenza 3 febbraio 2030, e 500 milioni in “green” ibridi perpetui. Il primo ha ricevuto ordini per 2,5 miliardi, cosa che ha consentito all’emittente di innalzare l’importo offerto dai 750 milioni inizialmente previsti.
    La cedola è stata fissata a 68 punti base sopra il “midswap”, pari a un tasso di interesse dello 0,644%, meno dei +90 punti base della “guidance”.

    Il bond perpetuo “verde” non ha chiaramente scadenza, ma è stata fissata una data per una prima “call” nel maggio 2027. Il rendimento esitato è stato del 2,502%, meno del range 2,75-2,875% ipotizzato in fase di collocamento sul mercato. Anche in questo caso, l’alta domanda ha permesso la riduzione dei costi. Gli ordini per questo bond sono stati di 2 miliardi. E’ stata prevista una cedola fissa pari al tasso “swap” a 7 anni +: 2,663% per il periodo che va dal maggio 2027 al 5 febbraio 2030, +2,913% per il periodo che va dal 5 febbraio 2030 al 5 maggio 2047, +3,663% dal 5 maggio 2047. Questi tassi saranno quelli vigenti nel caso di mancato esercizio della call da parte di Telefonica, cioè qualora non venisse effettuato il rimborso nel maggio 2027.

    Quanto alle finalità del green bond, esse consistono nel contribuire al perseguimento della strategia globale di limitare l’aumento della temperatura terrestre a 1,5 gradi. A tale fine, già un anno fa Telefonica aveva emesso il suo primo green bond, ma quello di oggi è il primo ibrido di questa natura per il comparto delle telecomunicazioni. I proventi di queste emissioni vengono utilizzati per finanziare il passaggio dai cavi in rame alla fibra ottica, in quanto ciò riduce drasticamente i consumi di energia. Già nel quadriennio scorso, la compagnia è stata in grado di tagliare 346 gigawatt ore, riducendo le emissioni di Co2 di circa 93.300 tonnellate, una quantità catturata da oltre 1,5 milioni di alberi.

    Fuga dall’America Latina occasione di acquisto per obbligazioni Telefonica?
    Numeri e rischi di Telefonica

    Al contempo, Telefonica ha annunciato che destinerà quasi mezzo miliardo di euro (496,4 milioni) al riacquisto delle obbligazioni ibride emesse negli anni passati.
    Trattasi di un bond in sterline da 600 milioni e di uno in euro da 625 milioni. Del primo, saranno acquistati fino a 171,5 milioni di sterline a un prezzo di 104,571, del secondo fino a 292,7 milioni a un prezzo di 112,313. Telefonica ha rating “BBB” per S&P e Fitch e “Baa3” per Moody’s, con prospettive stabili in ogni caso.

    Al 30 settembre scorso, il suo indebitamento finanziario netto ammontava a 38,3 miliardi, in calo di 2,8 miliardi dal dicembre 2018. Dal 2016, si è ridotto di 15 miliardi e la compagnia ha approfittato anche dei bassi tassi di rifinanziamento per allungare le scadenze e abbattere il monte-interessi, rendendo le passività più sostenibili a bilancio. Il bond perpetuo presenta diversi rischi in più del senior, come segnala la più alta cedola esitata. Non possedendo una scadenza, il titolo resta esposto perennemente alle variazioni dei tassi di mercato, a meno che non si abbia ragionevole certezza che le date fissate per esercitare la call vengano rispettate, cosa affatto scontata, come ci ha insegnato meno di un anno fa un’altra spagnola, banca Santander.

    Infine, il decennale si mostra effettivamente poco appetibile, se si considera che rende circa mezzo punto percentuale in meno di un BTp di pari durata, a fronte di un rating del tutto simile. E a meno che non volessimo considerare del tutto equivalenti i debiti corporate e quelli sovrani, non sembra un grande affare, sebbene l’acquisto delle obbligazioni Telefonica avrebbero un senso in un’ottica di diversificazione del portafoglio, anche in chiave geografica, specie se si scommette sul ciclo economico europeo, a cui il comparto delle tlc si mostra abbastanza connesso.

    Telefonica utile: netto in aumento nel 2018 ma il Sud America pesa sul fatturato

    giuseppe.timpone@investireoggi.it

  6. #6
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    Un grande piacere rileggerti, bentornato.

    ciao
    k

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Kafir2 Visualizza Messaggio
    Un grande piacere rileggerti, bentornato.

    ciao
    k
    ciaooo fin che riesco mi rimetto qui ora vedo se posso trovrmi qualche obbligazione di poter investire ma è un pò che manco ed è dura la scelta

  8. #8
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    Bond marzo 2020 e rendimento 275%, il mercato teme lo scenario argentino
    Obbligazioni del Libano sempre più giù e rendimenti esplosivi dopo la formazione del nuovo governo. Gli investitori guardano con apprensione alle prossime mosse di Beirut e scontano forti dolori.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 29 Gennaio 2020 alle ore 07:46
    Obbligazioni del Libano sempre più giù e rendimenti esplosivi dopo la formazione del nuovo governo. Gli investitori guardano con apprensione alle prossime mosse di Beirut e scontano forti dolori.

    Hassan Diab è ufficialmente il nuovo premier del Libano, a capo di un governo di 20 ministri. La nascita dell’esecutivo avviene a oltre tre mesi dalle dimissioni di Saad al-Hariri, arrivate a seguito di imponenti proteste di piazza contro la corruzione politica. Da allora, il clima sui mercati finanziari è diventato molto torbido.
    Beirut ha un debito pubblico superiore al 150% del pil e i flussi di capitali necessari a finanziarlo hanno smesso di entrare nel paese dei cedri, anzi si sono diretti all’estero con il caos di questi mesi, spingendo le banche a imporre controlli sui capitali per evitare il crac.

    Il prossimo 9 marzo scade un Eurobond in dollari con cedola 6,375% (ISIN: XS0493540297), che ieri scambiava a 78,8 centesimi, offrendo così un rendimento annuale in area 275%. Il pagamento da 1,2 miliardi risulta abbastanza complicato per lo stato, in quanto le riserve valutarie della banca centrale si stanno assottigliando e al netto delle passività ammonterebbero solamente a 12 miliardi, stando all’agenzia Fitch. Entro questa settimana, se non nelle prossime ore, l’esecutivo deciderà se e in quali modalità provvedere al rimborso.

    A detenere queste obbligazioni risultano perlopiù gli investitori domestici, soprattutto banche. E questo da un lato rende le cose più semplici al governo, dall’altro le aggrava. Se si optasse per il rinvio del rimborso o per il taglio nominale, i conti degli istituti di credito verrebbero zavorrati nel bel pieno di una lotta già strenua per arginare una crisi finanziaria conclamata. Finirebbero con ogni probabilità per inasprire ulteriormente i limiti ai prelievi dei clienti e per arrestare i prestiti a società e imprese, mandando del tutto in malora l’economia e accentuando la rabbia popolare, con esiti imprevedibili sulla sopravvivenza di questo governo e delle stesse istituzioni.

    Lo spettro del default in Libano non si attenua con il nuovo governo
    Lo spettro argentino

    Avanza un’altra ipotesi, ovvero che gli investitori locali convertano le loro obbligazioni di marzo in lire libanesi. Se il piano fosse implementato, Fitch avverte che declasserebbe il rating sovrano a “Selective Default”.
    Sarebbe molto male per la capacità di Beirut di continuare a rifinanziarsi sui mercati. Il default si avvicinerebbe celermente. D’altra parte, intaccare circa un decimo delle riserve valutarie per spostare solamente di qualche mese una probabilissima ristrutturazione appare insensato. Già in aprile, ad esempio, scadono obbligazioni per 700 milioni di dollari, che sul secondario trattano a 73 centesimi, anche in questo caso con rendimenti esplosivi: 266%!

    L’ipotesi che prende piede tra gli analisti è che la ristrutturazione imporrà prima o poi perdite per il 65% del valore nominale del titolo. Non a caso, diverse obbligazioni libanesi stanno quotando intorno o sotto 40 centesimi. Il problema è che un’operazione del genere, che vede coinvolti Eurobond per oltre 34 miliardi di dollari e di cui almeno un terzo in mani straniere, verrebbe avallata dai creditori dietro la presentazione di un piano credibile del governo e bollinato dal Fondo Monetario Internazionale, il quale si farebbe carico di assistere finanziariamente il paese. Ad oggi, nulla di questo starebbe accadendo. Beirut non ha nemmeno avviato una richiesta di aiuto all’FMI, né esisterebbero reali condizioni politiche per giungere a un tale epilogo, vista la fragilità su cui si regge l’esecutivo.

    Anche perché l’FMI aiuterebbe il Libano dietro l’attuazione di precise riforme economiche, tra cui il taglio dei sussidi alle famiglie e la liberalizzazione del cambio. Misure impopolari, che si tradurrebbero nell’immediato, similmente a quanto accaduto in Argentina, in un’esplosione dell’inflazione e nell’aumento delle difficoltà per le famiglie a basso reddito. Il punto è che a questo dramma si arriverebbe ugualmente con il mantenimento delle politiche attuali, anzi si rischierebbe una deriva venezuelana nel caso le riserve valutarie si rivelassero insufficienti per coprire le importazioni a brevissimo termine. In sostanza, l’economia libanese soffrirà certamente molto in ogni caso, gli obbligazionisti stanno cercando di capire in quale misura dovranno patire.

    Libano a rapidi passi verso il default e la svalutazione della lira è prossima

    giuseppe.timpone@investireoggi.it

  9. #9
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    Pioggia di denaro sulla Grecia, emesso il primo bond a 15 anni con ordini record
    Obbligazioni febbraio 2035, il nuovo bond a 15 anni della Grecia. Ieri, l'emissione è avvenuta con un successo oltre le aspettative. Domanda record e rendimenti in picchiata.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 29 Gennaio 2020 alle ore 10:42
    Obbligazioni febbraio 2035, il nuovo bond a 15 anni della Grecia. Ieri, l'emissione è avvenuta con un successo oltre le aspettative. Domanda record e rendimenti in picchiata.

    La Grecia non smette più di stupirci in positivo dopo il tragico decennio vissuto sul piano finanziario ed economico. Ieri, ha compiuto un altro passo verso la normalità con l’emissione del suo primo bond a 15 anni da quando è esplosa la gravissima crisi del debito sovrano.
    Le obbligazioni con scadenza 4 febbraio 2035 sono state collocate sul mercato per un valore di 2,5 miliardi di euro, ricevendo ordini record per 18,8 miliardi. Grazie all’altissima domanda, il titolo ha potuto spuntare un pricing migliore delle attese, offrendo un rendimento dell’1,911% e cedola 1,8750%, 163 punti base sopra il “midswap”, sostanzialmente quanto aveva dovuto offrire nell’estate scorsa il bond a 7 anni e la metà del bond a 10 anni al suo debutto nel marzo del 2019.

    Il successo era nell’aria, ma non scontato, almeno non in queste dimensioni. C’è stata una corsa tra gli investitori istituzionali per accaparrarsi un pezzo di questa emissione, essendo ormai raro nel mondo trovare rendimenti così appetibili su una simile scadenza. Dal canto suo, l’Agenzia di Gestione del Debito Pubblico di Atene può ritenersi più che soddisfatta, perché con questi costi è riuscita ad allungare la vita media dello stock in mano ai creditori privati, senza sostanzialmente esporsi a costi superiori.

    Per i titoli di stato della Grecia 4 date chiave nel 2020 e fino a 10 miliardi

    La Grecia non ha alcun bisogno di emettere nuove obbligazioni di stato, disponendo alla fine del 2019 di liquidità per 32 miliardi. E quest’anno, i conti pubblici dovrebbero chiudere in attivo come negli esercizi passati. Tuttavia, il governo punta a: raccogliere capitali a lunga scadenza per allungare la vita media del debito pubblico e inviare un segnale rassicurante al mercato; costruire una curva delle scadenze completa; accrescere la liquidità detenuta come garanzia implicita per gli investitori sulla capacità di affrontare i pagamenti nei prossimi anni; sostituire almeno parte dei 12,6 miliardi di euro di titoli a breve scadenza (fino a 12 mesi) con emissioni medio-lunghe per sottrarsi alla volatilità dei mercati; proseguire i rimborsi anticipati dei debiti verso il Fondo Monetario Internazionale, contratti a tassi nettamente superiori a quelli oggi di mercato per la stessa Grecia.

    Rendimenti minimi e fiducia dei mercati in salita

    Nei giorni scorsi, Fitch ha promosso il rating ellenico di un gradino, portandolo a “BB”, due gradini sotto il livello minimo per entrare nell’area “investment grade”. L’agenzia ha preso atto sia dei miglioramenti sul piano fiscale, sia del ritorno alla crescita dell’economia, pur ancora a ritmi moderati, tenuto conto che la crisi ha spazzato via un quarto del pil. Sempre nei giorni scorsi, il Tesoro aveva emesso un bond a 30 anni per ritirare dal mercato obbligazioni in mano alla National Bank of Greece per 3,8 miliardi di euro e durata residua di 5,4 anni. Anche in questo caso, lo “swap” mirava ad allungare le scadenze medie e a render così il debito pubblico più sostenibile.

    Lo swao in Grecia tonifica i bond e azzera lo spread con BTp

    Il bond febbraio 2035 ha un’altra particolarità, oltre ad essere il più longevo emesso sul mercato dallo scoppio della crisi di 11 anni fa. Esso scade un anno dopo l’orizzonte temporale massimo, entro il quale i creditori pubblici (UE, BCE e FMI) hanno giudicato sostenibile il debito di Atene. In un certo senso, per gli investitori è stato come avventurasi in un sentiero non garantito, ma la calda accoglienza è stato un chiaro segnale di fiducia. Del resto, ormai da mesi Atene emette titoli a breve a rendimenti negativi, mentre il suo decennale ieri scendeva all’1,16%, ai minimi storici. Per il 2020, le emissioni complessive a medio-lungo termine ammonterebbero a 10 miliardi di euro, quanto lo scorso anno, quando furono emessi titoli a 5, 7 e 10 anni.

    giuseppe.timpone@investireoggi.it

  10. #10
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    BTp 2030 sotto 1% e trentennale verso l’1,5%, ecco i guadagni con il “fly to yield”
    Rendimenti italiani in picchiata dopo le elezioni regionali. Ma il rally è trainato perlopiù dalla caccia alla "yield" in tutto il mondo. E ancora possibili ulteriori guadagni sui BTp, specie a lunga scadenza.
    di Giuseppe Timpone , pubblicato il 29 Gennaio 2020 alle ore 15:33
    Rendimenti italiani in picchiata dopo le elezioni regionali. Ma il rally è trainato perlopiù dalla caccia alla

    La Grecia ha azzeccato il timing per l’emissione del suo bond a 15 anni, che ieri ha attratto ordini monstre di quasi 19 miliardi di euro, a fronte di un’offerta di 2,5 miliardi. Il successo dell’operazione ha confermato l’aria che tira sui mercati globali, dove si è scatenata una vera caccia al rendimento nelle ultime settimane, avallata da alcune buone notizie sul piano macro, tra cui la tenuta dell’economia tedesca, la robustezza di quella americana, una Brexit senza scossoni con la UE e la sottoscrizione della “Phase One” dell’accordo commerciale USA-Cina.
    Da qui, la ricerca non più della qualità a cui gli investitori avevano puntato dal settembre scorso fino agli inizi di questo gennaio, quanto di “yield”.

    E l’Italia risulta tra le premiate di questa fase, con il BTp a 10 anni, in scadenza nell’aprile 2030, ad essere sceso ieri sotto l’1% di rendimento, ai minimi da 3 mesi. Stamattina, il bond viaggiava in area 0,98%. Dal 16 gennaio scorso, quando offriva l’1,44%, ha guadagnato il 4,2%. E mostra ulteriori margini di guadagno, se diamo uno sguardo ai Bonos spagnoli di simile durata, i quali si aggirano su livelli di rendimenti inferiori al terzo di punto percentuale. Secondo gli analisti di Mizuho, il rally dovrebbe coinvolgere anche le scadenze più longeve, con il trentennale a puntare probabilmente all’1,50%, giù dal 2% attuale.

    BTp 10 anni verso l’1%, forti guadagni dopo la sconfitta di Salvini in Emilia-Romagna
    Guadagni dei BTp in poche sedute

    Il BTp settembre 2049 e cedola 3,85% (ISIN: IT0005363111) ha già guadagnato quasi il 9,5% in meno di due settimane, rispetto a quando rendeva poco meno del 2,50%. A conti fatti, la sua discesa all’1,50%, ove si avverasse, implicherebbe un’ulteriore crescita delle quotazioni di una pari percentuale, cioè di un altro 9,5%. E il BTp 2050, emesso solamente pochi giorni fa poco sotto la parità e con cedola 2,45% (ISIN: IT0005398406), ha guadagnato già il 10,7% dal giorno dell’asta, salendo a una quotazione in area 110.

    E arriviamo al BTp 2067, il più longevo di tutti in Italia. Cedola 2,80% e quotazione sopra 116 (ISIN: IT0005217390), rende oggi il 2,24%, a premio di nemmeno un quarto di punto rispetto al trentennale, in leggera divaricazione dai +20-21 punti base di metà gennaio.
    Immaginando che mantenga la stessa distanza e che il BTp 2049 renda l’1,50%, offrirebbe l’1,75%, apprezzandosi da oggi di almeno il 14%, quando già dal 16 gennaio è balzato del 12%.

    Chiaramente, il trend non è detto che duri a lungo, né che si dipani del tutto. Le buone news macro e geopolitiche rasserenano gli animi degli investitori, spingendoli ad optare per il rendimento, anziché per la sola qualità degli assets. Tuttavia, alla lunga creano le premesse per politiche monetarie meno accomodanti, sebbene non vi sia alcun sentore di imminenti strette in Nord America, Europa e Giappone. Per adesso, godiamoci il restringimento degli spread, complice l’esito favorevole a parte della maggioranza delle elezioni regionali in Emilia-Romagna. Il differenziale di rendimento con i Bund a 10 anni è sceso dai 160-165 delle prime settimane dell’anno, agli attuali 135 punti, ai minimi da settembre.

    BTp 2050, forte rialzo in pochi giorni e il rendimento scende sotto il 2,30%

    giuseppe.timpone@investireoggi.it

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