Il cibo è passione, è amore. - Pagina 34
USA, a luglio rallenta la crescita dei prezzi al consumo (+8,5%), sospiro di sollievo per la FED. I mercati festeggiano
A luglio i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono aumentati dell?8,5% rispetto a un anno fa, un ritmo in rallentamento rispetto al mese precedente (+9,1%) dovuto principalmente al calo dei prezzi della benzina. Mentre su base mensile, i prezzi sono rimasti invariati poiché i prezzi dell?energia sono diminuiti sostanzialmente del 4,6% e la benzina è
Volatilità sui mercati nel giorno dell’inflazione Usa. Ftse Mib tra i migliori in Europa  
  Volatilità sui mercati europei nel giorno della pubblicazione dell’inflazione Usa di luglio, il dato clou della settimana visto che l'a
Musk vende azioni Tesla per quasi 7 miliardi di dollari. Decisione legata alla battaglia legale con Twitter
Il patron di Tesla Elon Musk ha venduto 7,92 milioni di azioni di Tesla per un valore di circa 6,9 miliardi di dollari, secondo documenti finanziari pubblicati martedì sera dalla Securities and Exchange Commission (la Consob americana). Una decisione, secondo quanto detto da Musk, legata alla battaglia legale in corso con Twitter. L?uomo più ricco
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  1. #331
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    L’usanza di portarsi il pranzo in spiaggia nasce nell’Italia degli anni ’50 e ’60 e dai fagotti che si usavano per incartare le vivande, ecco tratto il nome di ‘fagottari’.
    Il cinema ce li ha mostrati per bene: indimenticabile La famiglia Passaguai, pellicola del 1951 in cui Aldo Fabrizi, alias cavaliere Peppe Valenzi, cocomero in spalla e famiglia munita di teglie di lasagne e parmigiana al seguito, attende paziente la navetta per arrivare sull’arenile di Fiumicino.



    Nel decennio successivo qualcosa cambia per il ceto medio: sulla spiaggia di Fregene convivono, vicini di ombrellone, i ‘burini’ che ancora si portano il fiero pasto da casa nelle roventi teglie di alluminio, mentre chi vuole darsi un tono frequenta i primi bar sulla spiaggia… è questa la trama del film Ferragosto in bikini.








  2. #332
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    Nel 1982 esce Sapore di mare dei fratelli Vanzina. Siamo nella chic Versilia e i protagonisti sono tutti rampolli della buona borghesia nascente. Eppure, ogni tanto si cede al fagottarismo: panini e insalate spuntano di qua e di là, ma sono soprattutto i gelati a fare la loro comparsa.



    Pochi anni fa, infine, è uscito Tutti al mare. Si torna a Roma, spiaggia di Castel Porziano: qui i fagottari sono, per così dire, reinterpretati: nei carabinieri compiacenti in materia di licenze da chiosco, in cambio di pasta e pastarelle, leggiamo la stessa ottusità che animava le scorpacciate appena meno eleganti dei fagottari di una volta. Impareggiabile, come sempre, Proietti, curiosamente interprete sia di questo remake che del film cui si rende omaggio, Casotto, del 1977, nella cui struttura comunitaria – un casotto, appunto – mangiavano schiere di fagottari anni Settanta.


    I 'fagottari' al cinema, cosa si mangia sulle spiagge più belle dei film | Gustoblog




  3. #333
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    “Mica pizza e fichi!”
    La pizza con i fichi accompagna l’estate dei romani ed è uno spuntino delizioso e salutare.
    Con l’espressione romanesca “mica pizza e fichi” si sottintende qualcosa di speciale, sebbene questo spuntino sia già una specialità
    .





    I Castelli sono sempre là (…) allora ci si andava con il tranvetto bianco e azzurro e, durante il percorso, se ne vedevano di barrocci che, visti da lontano, sul mezzo meccanico in corsa sembravano chiocciole che arrancavano con difficoltà. Non ci sono più i fagottari, quella gente intendo che portava il mangiare avvolto nella carta oleata e marron e, una volta seduta, ordinava solo il vino. Sotto una fraschetta d’Ariccia, quando ancora ci avventuravamo con i reduci, Ricci, l’Indiano, Limone e il Giacca, una volta ci imbattemmo in Pier Paolo accompagnato da Sergio (…)

    Ci salutammo con affetto con, in disparte, Sergio sempre diffidente. Natalina chiese se stavamo lì per una fojetta. Pier Paolo sembrò non capire a tutta prima, poi aiutato dall’amico linguista ne nacque una discussione dotta sui significati di «fojetta» e «fraschetta». «Fraschetta e fojetta» altro non erano che due graziose sineddoche per indicare l’una l’osteria, l’altra la bottiglia di vino.

    La fraschetta e la frasca d’alloro che sporgeva da un’osteria e stava a segnalare che quell’oste aveva dato il giro alle sue botti. Per consuetudine, per correttezza nessun oste nelle vicinanze avrebbe messo in mostra la sua frasca prima che tutto il vino del collega fosse finito. Sempre più spesso, per una questione di pigrizia che gli osti camuffavano invece con un cervellotico divieto dell’Ufficio d’igiene (la frasca avrebbe attirato le mosche), la fraschetta veniva sostituita dalla «bandiera», un pezzo di latta tagliato a forma di freccia inchiodato a un bastone. La «fojetta» stava a indicare invece la bottiglia da vino tipica di queste parti, col ventre rigonfio, stretta verso l’impugnatura e nuovamente aperta a calice per non disperdere il vino che, dalla botte, esce a scroscio. La bottiglia aveva, verso l’impugnatura, un segno – la misura – che indicava fino a dove andava riempita per fare un quarto, il mezzo litro o il litro. Un oste accorto, ai tempi, non l’avrebbe mai riempita fino al segno ma si sarebbe tenuto mezzo centimetro sotto («giusto ’na foja»); quell’infinitesima parte di vino sottratta all’avventore era appunto la «fojetta», il guadagno aggiuntivo che faceva vivere l’oste.

    Pier Paolo aveva un modo di salutare a tratti languido, come melanconico e così fu il nostro arrivederci quella volta, grato per la spiegazione lessicale quand’anche sembrò a un certo momento che ci prendessimo con Sergio che proponeva varianti, ma che alla fine concordò. Non ci furono brindisi quel pomeriggio ma sguardi d’intesa e di acquiescenza col bicchiere levato. Era oramai lontano il tempo del mio primo vino e oggi, purtroppo, così lontano quel pomeriggio affocato intorno a una bottiglia di bianco che metteva allegria solo a vederla lì.

    da «Borgata Gordiani» di Aldo Colonna




    Se er vino nu lo reggi, l’uva magnatela a chicchi.
    (Se non reggi il vino, mangia l’uva a chicchi).





  4. #334
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    Mangiare, per i Romani, è storia antica, passata di bocca in bocca, masticata a quattro ganasce all’insegna di panza mia fatte capanna.

    Dai pranzi luculliani ai banchet*ti papalini e ai baccanali popolari impera il concetto che la pila (la pentola) è la pace de la casa.
    In quella casa vigono da sempre regole elementari:
    A la bra*ciola la graticola e ar fritto la padella e poi Pane senz’oc*chi, cacio co’ l’occhi e vino che te zompi a l’occhi.
    E alla faccia degli chef televisivi e dei critici gastronomi, magna quello che ciai davanti e nun cerca si come è fatto, ricordando che o de paja o de fieno, abbasta ch’er corpo sii pieno.

    Non è uno stereotipo cinematografico. I romani amano stare a tavola per mangiare e bere, anche a costo di tirar fuori il loro lato sbracato e caciarone. Magari dicono che Nì a tavola nì a letto nun se porta rispetto, ma in fondo sanno benissimo che a tavola ci si conosce più che in salotto, si parla a quattr’occhi, magari col boccone in boc*ca, senza falsi pudori e timori.

    Qui le parole scorrono sul fiume del vino, vanno lisce come l’olio, impreziosiscono la coratella e la coda alla vaccinara, strascina*no come cicoria in padella fino a farsi roventi come le costolette d’agnello alla scottadito. E poi: Vino e maccaroni so’ la cura pe’ li pormoni.
    Noce e pane so’ pasto da sovrane e ancora: Ova de giornata, pagnotta sfornata, vino rosso e maccaroni, nun so’ fatti pe’ minchioni
    .
    Dove i minchioni sarebbero – il condizionale è d’obbligo -, quelli che danno retta ai soloni della salute pub*blica, che si ostinano ad angosciarci con rigidi e tristi regimi alimentari; che lanciano allarmi – per altro giustificati – su glicemia, azotemia, colesterolo e trigli*ceridi; che impongono ri*gorose e costose analisi di laboratorio; che assieme a una proficua parcella ti consegnano uno o due fogli prestampati su cui c’è scritto ciò che devi mangiare e bere, in che quantità, giorno per giorno, ora per ora. Il romano verace e vorace snobba i dietologi che secondo lui godono nel farti morire frustrato, ma col vuoto a rendere in buone condizioni dopo averti consentito, bontà loro, di ingerire solo il minimo indispensabile per tirare avanti con grigiore e afflizione.

    Se magna pe’ campà, no pe’ crepà e La fame è la mejo pietan*za.


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  5. #335
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    “Mica pizza e fichi!”
    La pizza con i fichi accompagna l’estate dei romani ed è uno spuntino delizioso e salutare.
    Con l’espressione romanesca “mica pizza e fichi” si sottintende qualcosa di speciale, sebbene questo spuntino sia già una specialità
    .





    I Castelli sono sempre là (…) allora ci si andava con il tranvetto bianco e azzurro e, durante il percorso, se ne vedevano di barrocci che, visti da lontano, sul mezzo meccanico in corsa sembravano chiocciole che arrancavano con difficoltà. Non ci sono più i fagottari, quella gente intendo che portava il mangiare avvolto nella carta oleata e marron e, una volta seduta, ordinava solo il vino. Sotto una fraschetta d’Ariccia, quando ancora ci avventuravamo con i reduci, Ricci, l’Indiano, Limone e il Giacca, una volta ci imbattemmo in Pier Paolo accompagnato da Sergio (…)

    Ci salutammo con affetto con, in disparte, Sergio sempre diffidente. Natalina chiese se stavamo lì per una fojetta. Pier Paolo sembrò non capire a tutta prima, poi aiutato dall’amico linguista ne nacque una discussione dotta sui significati di «fojetta» e «fraschetta». «Fraschetta e fojetta» altro non erano che due graziose sineddoche per indicare l’una l’osteria, l’altra la bottiglia di vino.

    La fraschetta e la frasca d’alloro che sporgeva da un’osteria e stava a segnalare che quell’oste aveva dato il giro alle sue botti. Per consuetudine, per correttezza nessun oste nelle vicinanze avrebbe messo in mostra la sua frasca prima che tutto il vino del collega fosse finito. Sempre più spesso, per una questione di pigrizia che gli osti camuffavano invece con un cervellotico divieto dell’Ufficio d’igiene (la frasca avrebbe attirato le mosche), la fraschetta veniva sostituita dalla «bandiera», un pezzo di latta tagliato a forma di freccia inchiodato a un bastone. La «fojetta» stava a indicare invece la bottiglia da vino tipica di queste parti, col ventre rigonfio, stretta verso l’impugnatura e nuovamente aperta a calice per non disperdere il vino che, dalla botte, esce a scroscio. La bottiglia aveva, verso l’impugnatura, un segno – la misura – che indicava fino a dove andava riempita per fare un quarto, il mezzo litro o il litro. Un oste accorto, ai tempi, non l’avrebbe mai riempita fino al segno ma si sarebbe tenuto mezzo centimetro sotto («giusto ’na foja»); quell’infinitesima parte di vino sottratta all’avventore era appunto la «fojetta», il guadagno aggiuntivo che faceva vivere l’oste.

    Pier Paolo aveva un modo di salutare a tratti languido, come melanconico e così fu il nostro arrivederci quella volta, grato per la spiegazione lessicale quand’anche sembrò a un certo momento che ci prendessimo con Sergio che proponeva varianti, ma che alla fine concordò. Non ci furono brindisi quel pomeriggio ma sguardi d’intesa e di acquiescenza col bicchiere levato. Era oramai lontano il tempo del mio primo vino e oggi, purtroppo, così lontano quel pomeriggio affocato intorno a una bottiglia di bianco che metteva allegria solo a vederla lì.

    da «Borgata Gordiani» di Aldo Colonna




    Se er vino nu lo reggi, l’uva magnatela a chicchi.
    (Se non reggi il vino, mangia l’uva a chicchi).










    Con i fichi poi si può fare anche la crostata




    Si prepara una composta di fichi neri, spellandoli e cuocendoli a fuoco basso con zucchero e vino.
    Si inserisce nella pasta frolla. Con altri frutti tagliati in quartini si fanno caramellare con zucchero e burro sino ad ottenere una tinta ambra.
    Mettere sopra la composta come guarnizione.

    Una delizia

    Oppure in bicchiere con mascarpone o ricotta



    "....I fichi son quella cosa
    pregevoli assieme al prosciutto
    ,
    mangiabili in parte o del tutto
    da soli o sia pure in alcun
    a fewbody, mi dicono gli anglosassoni
    Mangiabili in piedi o a Verona,
    a letto, al mattino, in stazione.
    ....
    "

    (F. Guccini)
    Ultima modifica di diagonale; 04-07-22 alle 11:58

  6. #336
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    Il ristorante “Mastino” a Fregene è forse l’unico sopravvissuto al periodo dorato degli anni Sessanta e Settanta, in cui la piccola località a mezz’ora da Roma era considerata “la Perla del Tirreno”.
    Aperto dal 1961 sulla spiaggia del “Villaggio dei Pescatori”, estrema (e tutt’ora modaiola) propaggine a nord, dove un fiumiciattolo segna il confine con Maccarese, e gestito ancora dalla stessa famiglia arrivata alla terza generazione, sarebbe nato da un’intuizione di Federico Fellini. Quando, nel 1952, il grande regista riminese stava girando a Fregene “Lo Sceicco Bianco”, la troupe si fermava molto spesso a mangiare a casa di Ignazio Mastino e di sua moglie Filomena, conquistati dai sapori e dai profumi che uscivano dalla loro cucina. Ignazio fiutò evidentemente il business e, nove anni dopo, il ristorante aprì ufficialmente i battenti.



    Era un periodo meraviglioso per l’Italia e per Fregene che, dopo essere stata una delle località più à-la-page del Ventennio, grazie alla sua posizione “strategica” divenne in poco il buen retiro del mondo del cinema e della cultura.



    Lungo la sua spiaggia, nelle ville nascoste nella pineta e nei suoi locali si potevano incontrare Alberto Moravia e Dacia Maraini – che avevano una villa in fondo al “Villaggio dei Pescatori”, sulla riva del già menzionato fiumiciattolo di confine – Walter Chiari, Mina, Pierpaolo Pasolini, Laura Biagiotti, Anthony Quinn, Orson Welles, Dino Risi, Mario Monicelli, Citto Maselli, Mario Riva, Raf Vallone, Eduardo De Filippo, Frank Sinatra, Alain Delon, Renato Salvatori, Marisa Allasio, Vittorio Gassmann, Gian Maria Volontè, Steno, Virna Lisi e Franco Pesci, il Quartetto Cetra e, ovviamente, il già menzionato Federico Fellini con Giulietta Masina, che proprio a Fregene girarono – oltre a “Lo Sceicco Bianco” – anche alcune scene de “La Dolce Vita” e la maggior parte di “Giulietta degli Spiriti”, ambientato proprio nella villa che la coppia possedeva e dove si potevano incontrare Ennio Flajano, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Sandra Milo.

    Oggi, a Federico Fellini è intitolata la pineta dove girò la famosa scena dell’altalena ne “Lo Sceicco Bianco”.
    “La Perla del Tirreno”, in pochi anni è diventata il fantasma di sé stessa .



    Oggi, chi va a Fregene e vuole respirare ancora un refolo dell’aria e dell’atmosfera della dolce vita, con la certezza di mangiare divinamente e spendere il giusto, magari trovandosi accanto qualche personaggio della cultura e dello spettacolo, si deve per forza sedere ad uno dei suoi tavoli. Con un po’ di fortuna si possono avvistare divi internazionali come Woody Allen che ha “bivaccato” nel ristorante per due settimane durante le riprese di “From Rome with love”.



    Da assaggiare la pasta alle vongole e gli spaghetti allo scoglio (veri cavalli di battaglia), senza però saltare due antipasti “must”: i moscardini e i calamari glassati all’aceto balsamico, buoni da innamorarsene.
    ...e lasciarsi cullare dal suono della risacca e sognare di quando Fregene era ancora Fregene!









  7. #337
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    "Mamma, hai qualche ricetta vecchia con le castagne che facevate tu o la nonna?"

    " Ricett vecc, no.Fam pensà. Eh si, el lat cunt i castegn. Ma quela a lè minga nà riceta. La faseva
    la nona quand a serum picinin e la se mangiava al post della minestra o a culasiun. Ma i giuin a la
    cugnusen no. Nà volta quel che ghera se mangiava....el lat cun la pulenta o el ris o i castegn.
    Te se ricordet no che te la fasevi anca a ti quand te seret picinina e te la mangiavet insci' vulentera"....

    "Si ma come si fa che non mi ricordo? C'è un modo particolare?"

    "Ma vaaa,particular cusè! Te ciàpet i castegn e te le fe braschè,e pö ti a pelet,te fe scaldà el lat e ti
    a metet denter. Se no ti a pelet a crüd e ti a fe buli' nel lat fin che diventen tener"

    "Mamma parla italiano...braschè...cosa vuol dire brascheeeeeè?"

    "Brüstuli'...te fe un tai e ti a metet süla padela per i castegn"

    Piatti della tradizione che senza la continuità di chi ama i legami e gli affetti andrebbero altrimenti persi. Ricette scritte su quadernetti a quadretti,con bella grafia. Ricette scritte solo nella mente, che quando ne chiedi le dosi, ti senti rispondere ...eh vai a occhio, lo vedi quando è pronto...

    Sapori in concerto: Lat e castegn,ultima tappa dopo un viaggio tra i ricordi.....



    Come si preparano le castagne secche bollite nel latte
    Mettete a bagno in dell’acqua 300 g di castagne secche per almeno un paio d’ore.
    Trascorso questo tempo eliminate tutte le pellicine che ricoprono le castagne.
    Portate ora a bollore mezzo litro di latte con mezzo litro di acqua, un pizzico di sale ed eventualmente due cucchiai di zucchero e un pizzico di cannella per ottenere la versione dolce.
    Quando avrà raggiunto il bollore aggiungete le castagne, abbassate il fuoco e fate cuocere per circa 2 ore.
    Fate riposare qualche minuto a fuoco spento e servite.




  8. #338
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    "La mortadella è buonissima, non c’è niente da fare, è proprio buona. La mortadella è comunista.
    Il salame socialista. Il prosciutto è democristiano. La coppa…liberale. Le salcicce, repubblicane....i radicali la fino.cchiona!"
    Il prosciutto cotto è fascista!

    Caruso Pascoski (Francesco Nuti)
    dal film Caruso Pascoski 1988
    Anteprime Allegate Anteprime Allegate Clicca l'immagine per ingrandirla. 

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  9. #339
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    Il gelato così come lo conosciamo ai giorni nostri deve la sua popolarità a Caterina de’ Medici, che appena quattordicenne sposò con Enrico II, futuro re di Francia.

    Compreso nella ricca dote che Caterina portò con sé a corte vi era anche un personaggio alquanto bizzarro, Bernardino Buontalenti, vero e proprio artista rinascimentale, talmente appassionato di cucina da essersi autonominato consulente cuoco personale di Caterina.

    E fu proprio a lei che nel 1533 presentò la “Mistura di sostanze dolci e cremose con ghiaccio“, fabbricata con una macchina inventata dallo stesso Buontalenti, e che consisteva in una crema gelato molle che per la prima volta utilizzava zucchero e uova.
    Questo è il vero e proprio progenitore del nostro amato gelato.

    La stessa Caterina poco tempo dopo bandì alla corte medicea una gara culinaria dal titolo “Il piatto più singolare che si sia mai visto”.
    Il vincitore fu un umile pollivendolo di nome Ruggeri che presentò un solido miscuglio congelato a base di zabaione, panna e frutta.





  10. #340
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    Nei secoli successivi altri due nomi italiani hanno contribuito a rendere il gelato una tradizione tutta nostrana:
    il siciliano Procopio dei Coltelli, con il suo famosissimo Café Procope a Parigi, e il genovese Giovanni Bosio, emigrato in America.


    Francesco, cuoco siciliano, preparò nel 1686 quella miscela che noi tutti oggi conosciamo e apprezziamo come il vero gelato artigianale.
    L’idea gli è stata suggerita da un’invenzione ideata dal nonno Francesco, un pescatore che aveva progettato una macchina proprio per la produzione del gelato.



    Quello stesso anno Procopio si trasferì a Parigi e aprì il Café Le Procope dove veniva prodotta una grande varietà di gelati. L’offerta era veramente vasta: granite, sorbetti, gelati alla frutta, fiori d’anice e cannella, frangipane e altre gustose creme. La sua popolarità e bravura fu tale che Luigi XVI decise di concedergli una patente reale che gli conferiva l’esclusiva sulla produzione di questi alimenti.



    La fama del Café Le Procope crebbe al punto da farlo diventare il principale caffè letterario d’Europa, frequentato da personaggi illustri come filosofi e letterati del calibro di Balzac, Victor Hugo, Diderot, George Sand e Voltaire, per dirne solo alcuni. Il caffè è aperto ancora oggi e conserva intatta la sua fama.







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