Spigolature - Pagina 83
Luna nuova stella del firmamento cripto: cosa c’è dietro il +70% questa settimana del token legato alla blockchain Terra
C?è una nuova stella nel panorama cripto e si chiama Luna. In una settimana senza sprint per il bitcoin complici anche le tensioni sui mercati legate alla variante Omicron, ad …
Occupazione Usa: a novembre solo 210.000 nuovi posti, problema vero è carenza personale ‘attivo’. Alcune aziende disperate: e i salari aumentano
Il problema della scarsità dell'offerta di lavoro, negli Stati Uniti, continua a persistere, e i dati di novembre lo confermano. Nel mese, l'economia americana ha creato appena 210.000 nuovi posti …
Digital advertising, la sottovalutazione del ?giusto contesto?
Le aziende misurano i risultati delle ADV attraverso KPI prefissati, che spesso però non valutano il contesto di pubblicazione, decisivo per molti utenti.
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  1. #821
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    LA BARCA


    Una coppia andò in vacanza su un lago in cui si poteva pescare.
    Lui amava pescare all’alba e lei adorava la lettura.
    Una mattina lui tornò dopo alcune ore di pesca e decise di sdariarsi e schiacciare un pisolino.
    Benchè il lago non le fosse familiare, lei decise di uscire in barca.
    Remò un po’, ancorò la barca e ricominciò a leggere il suo libro.
    Dopo un po’ apparve una guardia vicino alla sua barca.
    Richiamòla donna e le disse: "Buongiorno, signora… Cosa sta facendo?"
    "Leggo" – rispose lei, pensando che fosse evidente.
    "Si trova in un’area di divieto di pesca" "Ma non sto pescando!
    Non lo vede?"
    "Sì però ha con sè tutto l’occorrente. Dovrà seguirmi e la dovrò multare".
    "Se lo fa, la denuncio per violenza carnale!" – disse la donna indignata.
    "Ma.. ma se non l’ho neanche toccata!"
    "Sì, però ha con sè tutto l’occorrente!"

    Morale: Non discutere mai con donne che sanno… leggere …

  2. #822
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    Il diavolo e la castagna

    Nel tempo dei tempi il buon Dio aveva deciso di donare all'uomo, per certi suoi meriti, un frutto davvero eccellente.
    Pensò un attimo e la sua sapienza infinita gli suggerì di crearne uno con la polpa candida e dolce, con la camiciola
    lanosa contro i rigori del gelo e con la buccia solida contro gli insetti e i roditori del bosco.
    L'uomo assaggiò il nuovo frutto e lo trovò delizioso e quando la stella del vespro salì a curiosare oltre il monte,
    egli piegò le ginocchia a ringraziare il Signore.
    li diavolo, però, ne fu così seccato e invidioso che passò sull'istante all'azione. li mattino seguente l'uomo, tornato
    ai suoi frutti, li trovò avvolti in una corazza di spine, impenetrabile.
    Corse, allora, al trono di Dio e così disse:
    Signore, non mi è più possibile gustare il tuo dono: è tutto una spina.
    li buon Dio sorrise e lo assicùrò:
    Torna tranquillo alle tue faccende, attendi con molta fede, con un po' di pazienza e vedrai...
    Passarono alcuni giorni, poi, quasi d'improvviso avvenne il miracolo. Un mattino che la nebbia, sul monte, pareva d'argento, il riccio arcigno si aprì in forma di croce, liberando non una, ma tre, quattro castagne. ..
    L'uomo ripetè sulla sua fronte il segno di croce apparso nel riccio, mentre il diavolo, sconfitto, dalla rabbia si
    morse la coda, sprofondando sotto terra.

    R. MARI

  3. #823
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    PICCOLE STORIE PER L'ANIMA

    Bruno Ferrero


    C’era una volta un re che rispondeva al nobile nome di Enrico il Saggio. Aveva tre figlie che si chiamavano Alba, Bettina e Carlotta. In segreto, il re preferiva Carlotta. Tuttavia, dovendo designare una sola di esse per la successione al trono, le fece chiamare tutte e tre e domandò loro: “Mie care figlie, come mi amate?”.

    La più grande rispose: “Padre, io ti amo come la luce del giorno, come il sole che dona la vita alle piante. Sei tu la mia luce!”.

    Soddisfatto, il re fece sedere Alba alla sua destra, poi chiamò la seconda figlia.

    Bettina dichiarò: “Padre, io ti amo come il più grande tesoro del mondo, la tua saggezza vale più dell’oro e delle pietre preziose. Sei tu la mia ricchezza!”.

    Lusingato e cullato da questo filiale elogio, il re fece sedere Bettina alla sua sinistra.

    Poi chiamò Carlotta. “E tu, piccola mia, come mi ami?”, chiese teneramente.

    La ragazza lo guardò fisso negli occhi e rispose senza esitare: “Padre, io ti amo come il sale da cucina!”.

    Il re rimase interdetto: “Che cosa hai detto?”.

    “Padre, io ti amo come il sale da cucina”.

    La collera del re tuonò terribile: “Insolente! Come osi, tu, luce dei miei occhi, trattarmi così? Vattene! Sei esiliata e diseredata!”.

    La povera Carlotta, piangendo tutte le sue lacrime, lasciò il castello e il regno di suo padre. Trovò un posto nelle cucine del re vicino e, siccome era bella, buona e brava, divenne in breve la capocuoca del re.

    Un giorno arrivò al palazzo il re Enrico. Tutti dicevano che era triste e solo. Aveva avuto tre figlie ma la prima era fuggita con un chitarrista californiano, la seconda era andata in Australia ad allevare canguri e la più piccola l’aveva cacciata via lui…

    Carlotta riconobbe subito suo padre. Si mise ai fornelli e preparò i suoi piatti migliori. Ma invece del sale usò in tutti lo zucchero.

    Il pranzo divenne il festival delle smorfie: tutti assaggiavano e sputavano poco educatamente nel tovagliolo.

    Il re, rosso di collera, fece chiamare la cuoca.

    La dolce Carlotta arrivò e soavemente disse: “Tempo fa, mio padre mi cacciò perchè‚ avevo detto che lo amavo come il sale di cucina che dà gusto a tutti i cibi. Così, per non dargli un altro dispiacere, ho sostituito il sale importuno con lo zucchero”.

    Il re Enrico si alzò con le lacrime agli occhi: “E il sale della saggezza che parla per bocca tua, figlia mia. Perdonami e accetta la mia corona”.

    Si fece una gran festa e tutti versarono lacrime di gioia: erano tutte salate, assicurano le cronache del tempo.

    Voi siete il sale della terra (Matteo 5,13).

  4. #824
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    L'angolino del sorriso

    Una donna entra in farmacia:
    – Per favore, vorrei dell’arsenico.
    Trattandosi di un veleno letale,
    il farmacista chiede informazioni prima di accontentarla.
    – E a che le serve, signora?
    – Per ammazzare mio marito.
    – Ah! capisco … pero’ in questo caso purtroppo non posso darglielo!
    La donna senza dire una parola estrae dalla borsetta
    una foto di suo marito a letto con la moglie del farmacista.
    -Le chiedo scusa, signora, bastava dirlo che aveva la ricetta!

  5. #825
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    L’UOMO E LA DONNA
    Victor Hugo



    L’uomo è la più elevata delle creature.
    La donna è il più sublime degli ideali.
    Dio fece per l’uomo un trono, per la donna un altare.
    Il trono esalta, l’altare santifica.
    L’uomo è il cervello. La donna il cuore.
    Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore.
    La luce feconda, l’amore resuscita.
    L’uomo è forte per la ragione.
    La donna è invincibile per le lacrime.
    La ragione convince, le lacrime commuovono.
    L’uomo è capace di tutti gli eroismi.
    La donna di tutti i martìri.
    L’eroismo nobilita, il martirio sublima.
    L’uomo ha la supremazia.
    La donna la preferenza.
    La supremazia significa forza;
    la preferenza rappresenta il diritto.
    L’uomo è un genio. La donna un angelo.
    Il genio è incommensurabile;
    l’angelo indefinibile.
    L’aspirazione dell’uomo è la gloria suprema.
    L’aspirazione della donna è la virtù estrema.
    La gloria rende tutto grande; la virtù rende tutto divino.
    L’uomo è un codice. La donna un vangelo.
    Il codice corregge, il vangelo perfeziona.
    L’uomo pensa. La donna sogna.
    Pensare è avere il cranio di una larva;
    sognare è avere sulla fronte un’aureola.
    L’uomo è un oceano. La donna un lago.
    L’oceano ha la perla che adorna;
    il lago la poesia che abbaglia.
    L’uomo è l’aquila che vola.
    La donna è l’usignolo che canta.
    Volare è dominare lo spazio;
    cantare è conquistare l’Anima.
    L’uomo è un tempio. La donna il sacrario.
    Dinanzi al tempio ci scopriamo;
    davanti al sacrario ci inginocchiamo. Infine:
    l’uomo si trova dove termina la terra,
    la donna dove comincia il cielo.

  6. #826
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    Misurare le parole



    Giovanna Cosenza

    Docente universitaria di Semiotica


    Che il linguaggio contribuisca a forgiare ciò che pensiamo, sentiamo e addirittura percepiamo è qualcosa che la ricerca scientifica sa da tempo: schiere di psicologi, filosofi, sociologi e semiologi hanno ripetuto per tutto il Novecento che gli esseri umani sono fatti di parole e segni, oltre che di carne e ossa. È con le parole che costruiamo la nostra capacità di pensare, è di parole che sono fatti gran parte dei nostri pensieri, ed è dalle parole che dipende pure il mondo esterno, o almeno quella fetta che rientra nei limiti della nostra comprensione. Questa consapevolezza è ormai talmente diffusa da essere entrata nel senso comune: capita a tutti di sentir ripetere nei contesti più disparati, dai talk show ai supermercati, frasi come «Le parole sono pietre», che era il titolo di un libro di Carlo Levi, o «Le parole sono importanti», che fu urlata da Nanni Moretti nel film Palombella Rossa, per dar voce alla rabbia che il personaggio Michele Apicella provava contro i luoghi comuni sciorinati dalla giornalista che lo stava intervistando.



    Le parole siamo noi insomma, e lo sappiamo. Inoltre sono pietre, nel senso che possono fare male, e molto. Se non si scelgono con ponderazione e non si usano con tatto. Anche di questa ponderazione ci riempiamo la bocca da anni, con il linguaggio politically correct: non diciamo più «handicappati» ma «disabili», non più «spazzini» ma «operatori ecologici», non più «neri» ma «neri» o «persone di colore». Per non parlare delle acrobazie linguistico-simboliche con cui cerchiamo di consolare le donne della loro discriminazione sociale ed economica, particolarmente più grave in Italia che in altri paesi sviluppati: «care colleghe e cari colleghi», «care/i colleghe/i», «car* collegh*» e via dicendo. Ma se da un lato ci esercitiamo in circonlocuzioni «politicamente corrette», dall’altro siamo pronti, oggi più di ieri, a usare la lingua in modo sbracato: turpiloquio, espressioni colorite, colloquiali e gergali hanno ormai invaso anche gli ambienti più colti ed elitari – dall’università all’azienda, dalla politica alle istituzioni – nell’idea che «parlare come si mangia» implichi maggiore autenticità ed efficacia del parlar forbito. Un’idea confermata tutti i giorni dai media, specie dalla televisione, dove l’aggressività linguistica è diventata per molti (giornalisti, star, ospiti) un vezzo, un fatto di stile. E in quanto tale fa tendenza e si riproduce ovunque, dai salotti chic ai flaming su internet.

    Non è facile trovare un equilibrio fra questi due poli: da una parte, infatti, le formule politicamente corrette non bastano a costruire il rispetto che pretenderebbero di esprimere, ma restano spesso una semplice facciata, dietro alla quale si possono camuffare le peggiori tendenze razziste, omofobe e sessiste; d’altra parte è vero anche che la sciatteria linguistica può implicare sciatteria esistenziale e relazionale: «Chi parla male pensa male e vive male», diceva ancora Nanni Moretti/Michele Apicella. Ma se gli eccessi eufemistici possono cadere nell’ipocrisia, pure la posizione di Moretti corre i suoi rischi, che sono quelli dello snobismo: il mondo è pieno di persone che non hanno potuto dotarsi degli strumenti culturali necessari a raffinare il modo in cui parlano, ma sono ugualmente capaci di pensare e vivere benissimo, vale a dire con autenticità e rispetto per gli altri. Molto più di quanto non facciano certi sapientoni, la cui arroganza – verbale e non – vediamo all’opera tutti i giorni.

    E allora, come se ne esce? Come si trova la misura giusta? Purtroppo non c’è una soluzione generale, perché l’attenzione, il senso di opportunità, il rispetto sono sempre relativi al contesto e al momento in cui si esercitano, ma soprattutto alla persona (o persone) a cui sono indirizzati. E oltre che con le parole possono essere trasmessi con l’espressione del volto, il tono della voce e gli atteggiamenti del corpo, con i quali si può confermare ciò che abbiamo detto, ma anche sconfessarlo. Perciò bisogna cercare la misura caso per caso, sempre ricordando che siamo ciò che diciamo e diciamo quel che siamo, ma lo diciamo con un mare di segni, sintomi e indizi ben più vasto delle parole, e lo diciamo anche con l’insieme dei nostri comportamenti e il tessuto delle nostre relazioni. Lo diciamo con tutta la nostra vita.

  7. #827
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    Elogio dell'Autunno


    L'autunno è per definizione una stagione triste. Gli aggettivi e le espressioni usate per descriverlo in questo stato d'animo, caratterizzato dalla tristezza, sono infiniti: malinconico autunno, l'autunno della ragione, tristezze d'autunno, foglie morte d'autunno, tristi riti autunnali, l'autunno del nostro scontento, l'autunno del cuore, l'autunno della democrazia, l'autunno del pensiero, l'autunno della memoria, l'autunno dei morti e via tristeggiando.

    Potremmo opporlo all’ “ottimismo della primavera” per il necessario equilibrio a vivere decentemente una vita che è fatta di tutte le stagioni. La parola autunno deriva dal francese antico “autompne”, in francese moderno “automne”. Più tardi la stessa voce venne a normalizzarsi sul latino “autumnus”. Ci sono esempi rari della parola fino al 12° secolo, ma si diffuse nel XVI.

    Quale parola allora veniva usata per parlare di questa stagione di transizione? “Raccolto” era il termine maggiormente usato. Man mano però che lo spopolamento delle campagne venne ad accentuarsi si passò ad usare la parola “autunno”. Nel mondo anglosassone ci sono due termini per descrivere l’autunno: “autumn” e “fall”. Quest’ultimo porta con sè il significato di “cadere”. L’associazione alla caduta delle foglie è immediata. Questa immagine della “caduta dall’alto” caratterizza la parola in maniera quanto mai romantica.

    In tutte le arti umane l’autunno, come le sue altre compagne di stagione, primavera, estate e inverno, sono state sempre celebrate. Nella musica, nella pittura, nella letteratura, nella fotografia. L’autunno di Vivaldi delle “Quattro Stagioni”, quello di Shelley nell’ “Ode al vento di Occidente”, di Carducci in “San Martino”, di Kandinsky nella pittura …

    ll topos letterario della foglia morta, che cade ed è fragile, è affrontato da Leopardi, nella sua poesia Imitazione. San Martino di Carducci è un bozzetto naturalistico in cui i ritmi agresti autunnali mostrano una umanità semplice e serena. Anche in un’altra poesia della raccolta Odi barbare Carducci parla di autunno:

    Oh qual caduta di foglie, gelida,
    continua, muta, greve, su l’anima!
    Io credo che solo, che eterno,
    che per tutto nel mondo è novembre.

    In “Novembre” Giovanni Pascoli l’autunno invece rappresenta la delusione di una primavera che non c’è più. Il sole così chiaro e gli albicocchi in fiore non fanno che perpetuare l’inganno: in realtà è “l’estate, fredda, dei morti”. Anche l’attività tipica autunnale dell’aratura dà spunto per un altro affresco sincero di carattere naturale nella poesia “Arano”, simile a San Martino di Carducci, ma con in più procedimenti tipici pascoliani dell’onomatopea (suo sottil tintinno) e della precisione lessicale (roggio, fratte, porche, marra, e infine moro nel senso di gelso). Analoga la poesia “Sera d’ottobre” in cui ricompaiono i campi arati e le foglie stridule. Importante anche la poesia “Nella nebbia” più descrittiva.

    Sul tema della nebbia autunnale ritorna anche Corrado Covoni, poeta crepuscolare. “Soldati” di Ungaretti instaura una immediata, esclusiva, e per questo ancora più toccante, similitudine fra le foglie che cadono e gli uomini, i soldati, che durante la guerra morivano a migliaia. Si noti l’utilizzo del settenario, primo sentore di un ritorno del poeta ai metri classici della letteratura italiana:

    Si sta come d’autunno
    Sugli alberi le foglie

    –

    La nebbia agli irti colli
    Piovigginando sale,
    E sotto il maestrale
    urla e biancheggia il mare;
    Ma per le vie del borgo
    Dal ribollir dè tini
    Va l’aspro odor de i vini
    L’anime a rallegrar.
    Gira sù ceppi accesi
    Lo spiedo scoppiettando:
    Sta il cacciator fischiando
    Su l’uscio a rimirar
    Tra le rossastre nubi
    Stormi d’uccelli neri,
    Com’esuli pensieri,
    Nel vespero migrar.


    i avatar galloway
    Pubblicato in: Biblioquando

  8. #828
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    AUTUNNO

    Iniziano a cadere le foglie
    stanche ormai di ciondolare dai rami,
    sazie di sole e di pioggia,
    percosse e violentate
    dal vento prepotente
    che ora le induce a posarsi
    librandosi qua e la
    come farfalle impazzite.

    Maryella

  9. #829
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    "Una dolorosa perdita..."

    A dire il vero non si sentiva molto bene e quell’ambiente non lo metteva comunque a suo agio, anzi da sempre si può dire; non c’era volta che appena entrato non provasse una incomprensibile voglia di darsela a gambe il più in fretta possibile. Anche adesso un senso di mancamento lo indusse verso la poltrona che lo accolse tremante e al limite dello svenimento. Chiuse gli occhi abbacinato da una luce prepotente, cerco di rilassarsi e per un attimo si senti come perduto, vuoto, insensibile a tutto. Ma una mano lo scosse. Apri gli occhi e vide il suo molare , ormai vinto e reso impotente, nelle mani del dentista…..

    Maryella

  10. #830
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    Caro Frankyone riesci a leggere anche i messaggi?

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