Uomo + Donna = Il + grande spettacolo dopo il big bang - Pagina 124
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  1. #1231
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    Luis Sepulveda era studente di arte all’Instituto Nacional di Santiago. Tra le insegnanti, arrivò la signora Camacho. Giovane. Bellissima. Il corso di Arte era facoltativo, ma sempre molto frequentato». Gambe stupende avvolte, si fa per dire, da una pionieristica minigonna. Erano i primi anni sessanta.




    Scrissi “Una notte indimenticabile con la signora Camacho”. Che fu, a tutti gli effetti, il primo «bestseller».

    Ma il manoscritto capitò tra le mani di un professore. Fui convocato nell’ufficio del Preside.
    “Questa è pornografia…", disse.
    “È letteratura erotica” lo corressi.
    “No, pornografia. Ma scritta molto bene”.
    Ultima modifica di diagonale; 13-05-20 alle 12:09

  2. #1232
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    Grazie Diago...mi hai letto nel pensiero...
    stavo per parlare proprio di questa coppia!




    Si amavano talmente tanto da decidere di sposarsi due volte.
    Luis Sepulveda, lo scrittore cileno morto all’età di 71 anni per coronavirus, e la moglie, la poetessa Carmen Yanez, erano una di quelle
    coppie capaci di sopravvivere allo scorrere del tempo e a resistere ai colpi della sorte.
    L’autore di “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” se ne è andato insieme ai loro 52 anni d’amore.
    La loro unione, nata sul finire degli anni Sessanta, ha attraversato la storia resistendo alla dittatura di Pinochet, alle torture subite dal regime,
    alla distanza e persino ad un divorzio.
    Carmen Yanez aveva appena 15 anni
    nel 1968 quando per la prima volta si incontrarono e innamorarono.
    Nel 1971 si sposarono, ebbero un figlio, Carlos, e nel 1973 furono separati dalla dittatura, dopo il colpo di Stato di Pinochet.



  3. #1233
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    Carmen Yáñez, nata nel 1952 a Santiago del Cile, in **** a una famiglia operaia, nel 1975 scompare nelle mani
    della polizia politica di Pinochet. Incredibilmente scampata all’inferno di Villa Grimaldi (la casa segreta della polizia politica)



    Goteborg
    Una città da darti, amore,
    qui dove rabbrividisce il tuo nome
    sulle mie labbra.
    Una città specchio del mio volto,
    dove tutto parte dalle mie mani,
    i tram, i canali, i gerani.
    Dove non rimane nulla da percorrere, palpare, costruire.
    Dove tutto
    ho messo a soqquadro
    cercandoti...
    (Carmen Yanez)


    Ultima modifica di maf@lda; 20-05-20 alle 11:32

  4. #1234
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    "Come siamo sopravvissuti a quell’inferno? Eravamo giovani, la mente viva. Avevamo la convinzione
    che la nostra lotta fosse giusta, vedevamo che i nostri torturatori erano aguzzini di un sistema politico
    ed economico che si imponeva con la forza contro un popolo che aveva avuto il coraggio di sfidare
    il potere. Credevamo nei nostri sogni.... Quella fu la nostra forza."


    Luis Sepúlveda nasce in Cile nel 1949 e cresce insieme a suo nonno, Gerardo Sepúlveda Tapia, un anarchico andaluso che fuggì in America del Sud per evitare una condanna a morte, e a suo zio, anch’egli anarchico, che gli trasmettono la passione per la politica e i libri d’avventura. A soli vent'anni ottiene il Premio Casa de las Americas con il suo primo libro di racconti, "Crònicas de Pedro Nadie", e a seguire, una borsa di studio per corsi di drammaturgia della durata di cinque anni, presso l'Università Lomonosov di Mosca. Ma resta nella capitale russa solo 4 mesi : per "atteggiamenti contrari alla morale pubblica" (diviene nota la sua relazione con la professoressa di letteratura slava e moglie del decano dell'Istituto ricerche marxiste) viene infatti espulso; ed è così che la sua vita errabonda prende davvero il via.

    [...] Noi si che abbiamo avuto una gioventù, e fu vitale, ribelle, anticonformista, incandescente,
    perché si forgiò nel lavoro volontario, nelle fredde notti di azione e propaganda.[...]
    Studiavamo, leggevamo Marx e Sartre, Gramsci e Ho Chi Minh, il Che e Willy Brandt, Marta Harnecker e Olof Palme [...].
    Ascoltavamo i Quilapayun e Janis Joplin, cantavamo con Victor Jara, gli Inti-Illimani e i Mamas and Papas.
    Ballavamo con Hector Pavez e Margot Lodola, e i quattro ragazzi di Liverpool facevano sospirare i nostri cuori.


    Con il colpo di stato del 1973 e la dittatura del generale Pinochet, Sepulveda viene catturato, interrogato, torturato. Per sette mesi resta chiuso in una cella della caserma di Tucapel, uno stanzino largo cinquanta centimetri, lungo un metro e mezzo, e così basso da non potersi mai alzare in piedi. Per due volte deve intervenire Amnesty International, che gli permette di essere scarcerato, e di commutare la condanna a morte in un esilio della durata di otto anni.



  5. #1235
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    Amare
    Amare i soliti riposti
    dell’attesa
    amare i silenzi
    e le parole che riempiono
    la casa dell’amore.
    Amare la sera condivisa
    la pioggia sul tetto
    quando il cielo cade a pezzi
    di tristezza.
    Anche così amare
    il martellio del temporale.
    Amare il mondo
    dove l’altro trova il proprio delirio.
    Amare con odio di mare in burrasca.
    Amare. Amare
    il giorno dopo e l’ora della rugiada
    quando svegliano i gerani
    il loro messaggio di terra e di vita.
    Carmen Yanez




    Carmen Yanez fu vittima delle torture imposte dal regime, lui protestava per la libertà. Nel 1977 lui lasciò il Cile e quattro anni dopo anche lei fece lo stesso. Negli anni di separazione conobbero altre persone finché non si incontrarono di nuovo nel 1996, in Europa, nella Foresta Nera, reduci entrambi da nozze sfortunate.
    La storia della monella, “Pelusa”, e di “Lucho”, il lottatore, quello che non si arrende mai, prosegue.

    «Tutta la mia vita è stata una storia di re-incontri –sottolinea Carmen Yanez-. Con Lucho fu un ritrovarsi molto romantico ma anche molto teso. Io andai a vivere in Svezia con i miei due figli: quello avuto da lui, Carlo, e il mio più piccolo, Jorge. Venne a cercarmi, non mi trovò. Mi mandò delle rose rosse. Tornò per incontrare il figlio. Aveva una donna in Germania, voleva sposarla. Era passato troppo tempo, eravamo due persone diverse. Divorziammo, da buoni amici. Dopo qualche tempo, cominciammo a comunicare per telefono. Una chiamata, una seconda e un’altra ancora. Ci sentivamo per parlare di Carlo, ma finiva che si restava a chiacchierare per un’ora e mezzo. Mi mandava tutti i suoi manoscritti, ero la prima a leggerli. Credo lo facesse per impressionarmi. E finalmente nell’89, ci trovammo a Göteborg per un simposio. Fu molto triste. C’erano forse troppe aspettative, in realtà parlammo pochissimo: c’era come un grande vuoto tra di noi. Anche lui era strano, silenzioso. Così, ricominciammo a comunicare per lettera. Lettere bellissime, che custodisco ancora».



  6. #1236
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    Silenzio
    Quando si negano le parole
    e non danza il verbo
    sul polline della terra,
    questo è il silenzio.
    Come se la morte
    intrappolasse i suoni
    nella sua oscura confraternita.
    Allora sono solita chiamarlo
    e condividere i suoi muti cenni di trincea.
    Sono la convitata di pietra
    nel suo taciturno territorio
    e lì faccio nidi di parole
    in cui depongo le uova.
    (Carmen Yanez)

    Una mattina, a casa di Carmen squilla il telefono. «La moglie tedesca. Mi invita in Germania. È sola, mi racconta che Lucho parla solo
    e sempre di Pelusa. Che ama solo Pelusa. Due giorni dopo arriva lui. E lei si offre di tenermi per una settimana mio figlio Jorge.
    Così partiamo, io e Luis. Parigi. La città dell’amore»




    [… ] Ti lascio e non te ne renderai conto.
    Sarò un’ altra assenza e sei già così pieno d’ assenze che non percepirai la mia.
    E la cosa più triste è sentire che ti capisco.

    Io sono per te l’ assenza delle donne che hai amato e di quelle che volevi amare.
    Io sono per te l’ oggetto di una passione disperata.
    Sai cosa cerchi nel mare?
    La certezza minima che esiste un’ altra riva
    dove le tue sconfitte continuano ad aspettarti.
    Le tue sconfitte, l’unica cosa che ami. L’unica cosa che hai […]
    (Luis Sepúlveda)
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  7. #1237
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    Non serve a niente una porta chiusa:
    la tristezza non può uscire e l’allegria non può entrare.
    (Luis Sepúlveda)

    Il loro amore riprese vigore e decisero di tornare insieme. Le seconde nozze vennero celebrate nel 2004 a Gjion, in Spagna.
    A testimonianza della loro passione, anche durante gli anni in cui furono lontani, sono i versi scritti da Sepulveda nella poesia
    “La màs bella historia de amor”: “Che la via più breve fra due punti è il giro che li unisce in un abbraccio sorpreso”, recita
    il componimento. Anche lei raccontò la loro seconda unione: “Cominciammo a comunicare per telefono. Una chiamata, una
    seconda e un’altra ancora. Ci sentivamo per parlare di Carlo, ma finiva che si restava a chiacchierare per un’ora e mezzo.
    Mi mandava tutti i suoi manoscritti, ero la prima a leggerli”
    Luis Sepulveda è morto per coronavirus il 16 aprile 2020. Aveva 71 anni.




    L’ultima nota del tuo addio
    mi disse che non sapevo nulla
    e che arrivavo
    al tempo necessario
    di imparare i perchè della materia.
    Così, fra pietra e pietra
    seppi che sommare è unire
    e che sottrarre ci lascia
    soli e vuoti.
    Che i colori riflettono
    l’ingenua volontà dell’occhio.
    Che i solfeggi e i sol
    raddoppiano la fame dell’orecchio
    Che è la strada e la polvere
    la ragione dei passi.
    Che la via più breve
    fra due punti
    è il giro che li unisce
    in un abbraccio sorpreso.
    Che due più due
    può essere un pezzo di Vivaldi.
    Che i geni gentili
    stanno nelle bottiglie di buon vino.
    Una volta imparato tutto questo
    tornai a disfare l’eco del tuo addio
    e al suo posto palpitante scrissi
    la Più Bella Storia d’Amore
    ma, come dice l’adagio,
    non si finisce mai
    d’imparare e aver dubbi.
    Così, ancora una volta
    tanto facilmente come nasce una rosa
    o si morde la coda una stella cadente,
    seppi che la mia opera era stata scritta
    perchè la più bella storia d’Amore
    è possibile solo
    nella serena e inquietante
    calligrafia dei tuoi occhi.
    (Luis Sepúlveda)



  8. #1238
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  9. #1239
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    Marie de Hérédia, scrittrice mirabile, spudorata amante

    Bella era bella davvero, Marie: un corpo modellato da una mano esperta, una pelle serica e alabastrina, «grandi occhi notturni».
    «Suora Notte», l’aveva ribattezzata d’Annunzio, che fu uno dei suoi tanti amanti, per quell’aura misteriosa e virginale, sensuale
    e indolente che riverberava.

    La breve storia d’amore tra Gabriele d’Annunzio e Marie Louise Antoniette de Heredia, sposata con lo scrittore Henri de Régnier,
    si svolge tra l’estate 1913 e la primavera del 1915. Marie è una scrittrice di talento, con lo pseudonimo Gérard d’Houville (sceglie un nome
    maschile, tanto per confondere le acque dei suoi pensieri… e il cognome della madre)

    A lei scrisse missive e messaggi in francese, su carta da lettera color avorio o celestina, con su stampato, in rosso, il suo celebre
    motto Per non dormire: «Ah Suora Notte, Suora Notte, perché d’improvviso io brucio di quel bacio intenso che aveva paura di aprirsi?
    Vi chiedo di lasciarVi rivedere nel giorno stesso del Vostro ritorno. Portatemi l’odore della Vostra landa nella piega delle Vostre braccia»
    .



    Quello che unisce Gabriele e Marie è un’ammirazione reciproca e un senso di profondo rispetto per la libertà della mente e del corpo; famose,
    e al tempo stesso scandalose per l’epoca, sono alcune fotografie di lei dove appare ****.
    I “grandi occhi notturni” di lei ispirano d’Annunzio a soprannominarla Notte e ad imporle l’epiteto di Suora per un gioco di trasposizione che
    il Vate è solito fare con espressioni e concetti di origine francescana. Lui stesso si proclama Frate Foco,
    a significare il suo inestinguibile
    entusiasmo per condividere (più o meno fraternamente) la bellezza, il lusso e la voluttà.



  10. #1240
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    Una donna veramente intrigante






    "...Elle passe sans bruit dans la maison déserte
    Tenant entre ses mains une lampe qui meurt ;
    Son voile safrané flotte dans la nuit verte,
    Y laissant le parfum nocturne d'une fleur.

    Elle passe sans bruit dans la maison de songe
    ,
    Son visage invisible est sans doute ingénu,
    Et sa jambe divine, et longue et pâle, allonge,
    Un pied prudent et froid sur le dallage nu.

    Parfois, son beau genou brille comme la lune
    Ou son ventre, entrevu sous le lin transparent ;
    Ou bien, pour relever sa chevelure brune,

    S'éclaire et s'arrondit un souple bras d'argent.

    ........................................ ...........................

    Elle revient sans bruit quand naît l'aube rosée,
    Et son petit visage est pâle, et plein d'effroi ;
    ........................................ ...........................

    C'est qu'elle a vu dormir parmi les peaux de bête
    Cruel, mystérieux et terrible, l'Amour
    Qui, dans son poing crispé, tenait ses flèches prêtes,
    Et semblait tout sanglant sous la lampe et le jour !

    Elle a vu le sourire inhumain de sa bouche,
    Et sa fureur divine et son haineux désir

    [......]"


    (Psyché)





    da
    Muses d'aujourd'hui - Les Amateurs de Remy de Gourmont
    Ultima modifica di diagonale; 04-06-20 alle 11:47

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