j'accuse...! - Pagina 27
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  1. #261
    L'avatar di techne
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    Citazione Originariamente Scritto da mmt Visualizza Messaggio
    Infatti io ti ho etichettato come: stoica.

    Mi fa sempre piacere essere pensata, quindi va bene anche così

    In realtà ti posso dire che è una etichetta che non mi appartiene, la mia razionalità (che è pure la mia killer) non mi permetterebbe mai di funzionare come dice Hegel

  2. #262
    L'avatar di Alessandro Celli
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    Posto qui questa intervista di Massimo Minini perché conclude con un j’accuse.

    Ci può dire un elemento che il sistema deve tenere presente nel ripartire?
    «Ricordiamoci una cosa: l’arte esisteva prima che esistessero le gallerie e continuerà a esistere anche dopo che le gallerie saranno tutte fallite. Spesso l’arte oggi è una questione solo di mercato, noi dobbiamo abbassare la sua influenza e tornare ai contenuti.

    L’arte si faceva nella preistoria, la facevano i Sumeri, i Greci, i Romani e via via nel corso dei secoli, sempre con modalità e scopi vari, in questo secolo l’arte è diventato un fatto molto personale dell’artista e il mercato si è impadronito di questa individualità, aiutando gli artisti da un lato e condizionandoli dall’altro.
    La pandemia ci ha fatto riflettere sul fatto che l’arte fosse diventata solo, o principalmente, una questione di mercato. Quando si guarda un quadro attaccato al muro non si parla più del contenuto, ma dell’ultimo record d’asta dell’autore: quando il mercato diventa supermercato ammazza il contenuto dell’opera e prevale su ogni altra considerazione.
    L’aura del vincitore affascina sempre, da Mussolini a Berlusconi, da Jeff Koons a Gagosian, nessuno parla dei perdenti e delle vittime, delle gallerie che hanno chiuso, degli artisti che erano bravissimi e sono dimenticati. Le legge di mercato non ammette eccezioni e esclude i deboli, salvo poi piangerli dopo morti e magari approfittarne: ci sono tante opere invendute e si possono mettere in pista a cifre strepitose. Quindi direi: meno quote al “supermercato”, più ai contenuti».


    Art Drive-In Generali: la mostra nel garage sotterraneo. Intervista a Massimo Minini

  3. #263
    L'avatar di Kiappo
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    Interessante.. Grazie

  4. #264
    L'avatar di Antipole
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    Come promesso posto un vecchio articolo con tematiche e risvolti sempre attuali...
    Ciao!!

    Il tribunale di Parigi ha sentenziato che tre quadri di Piet Mondrian, acquistati nel 1978 dal Centro Pompidou, sono falsi.

    La mediatrice della vendita, Simone Verde, è stata condannata a due anni di galera.

    Il critico ed esperto Michel Seuphor, intimo amico di Mondrian, accusato di aver redatto false espertises, è stato assolto per aver agito in buona fede.

    La Verde dovrà anche dare 20mila franchi al barone Thyssen-Bornemisza, al quale aveva rifilato, sempre con le autentiche di Seuphor, un quarto Mondrian falso.

    QUEL FALSO CARICO DI CHARME - la Repubblica.it

  5. #265

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    Citazione Originariamente Scritto da Antipole Visualizza Messaggio
    Come promesso posto un vecchio articolo con tematiche e risvolti sempre attuali...
    Ciao!!

    Il tribunale di Parigi ha sentenziato che tre quadri di Piet Mondrian, acquistati nel 1978 dal Centro Pompidou, sono falsi.

    La mediatrice della vendita, Simone Verde, è stata condannata a due anni di galera.

    Il critico ed esperto Michel Seuphor, intimo amico di Mondrian, accusato di aver redatto false espertises, è stato assolto per aver agito in buona fede.

    La Verde dovrà anche dare 20mila franchi al barone Thyssen-Bornemisza, al quale aveva rifilato, sempre con le autentiche di Seuphor, un quarto Mondrian falso.

    QUEL FALSO CARICO DI CHARME - la Repubblica.it
    E si caro @Antipole ma se ogni tanto ne parli dicono che sei un complottista :

  6. #266
    L'avatar di Alessandro Celli
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    Op. cit., 57, Edizioni Il Centro, Napoli, maggio 1983.
    Achille Bonito Oliva, Il mercato come opera d’arte

    A distanza di 37 anni non è cambiata ‘na mazza.

    Il denaro è il sigillo universalmente riconosciuto della doppia garanzia che poggia le sue fondamenta sul valore strutturale dell’opera, che è quello eminentemente culturale determinato dall’opinione critica, dal lavoro di riflessione critica effettuato dal critico d’arte. L’opera diventa il portato di una stratificazione di pratiche che si aggiungono man mano alla realtà iniziale del manufatto artistico. Tale accumulo determina un processo di accrescimento del valore.


    Il mercato crea una circolazione incentivata del prodotto artistico che arriva al pubblico ed al collezionista in maniera ampliata, quanto a statuto e presenza mitica. Il mito è determinato anche dalla qualità del circuito entro cui l’opera si muove, costituita dall’identità culturale e sociale di coloro che vi gravitano. Il circuito è un circolo, una struttura circolare entro cui si muovono forze culturali, mondane, economiche e più generalmente sociali che formano un’opinione pubblica, capace cioè di imporsi come opinione di tutto il corpo sociale.

    Comunque indispensabile è l’intreccio tra informazione culturale, provocata dalla critica d’arte, e circolazione dell’opera, provocata dal mercato.
    Tale intreccio, che nasce dalla messa in pratica di ottiche necessariamente parziali e dunque soggettive, fonda la possibilità di guardare all’opera come il frutto di una scelta oggettiva praticabile come unica e necessaria.

    L’intreccio tra le due parzialità, quella della scelta critica e quella mercantile, sposta l’accento verso un’immagine di imparzialità, in quanto capace di affermarsi egemonicamente come dettata da un criterio di valutazione di oggettiva qualità.

    Anche quando il momento tattico non è lo stesso, il risultato invece resta il medesimo: la segnalazione privilegiata della nascita di un movimento, di un artista o di un’epoca, la sottrazione dal buio di una produzione indistinta e l’illuminazione di uno spazio di attenzione, abbacinato da una luce tutta d’oro.


    L’internazionalizzazione del mercato dell’arte ha creato un’osmosi tra contesto europeo ed americano, dando all’opera una circolazione aperta e diffusa che diventa anche una maniera di affermare una sua immagine di universale qualità. Oggi il mercato dell’arte tende ad attribuire un valore universale all’opera, dando come sua garanzia il riconoscimento in ogni contesto, anche al di fuori da quello nazionale entro cui l’opera è nata. In tal modo aumenta la certezza della sua interna qualità, capace di omologare gusti differenti di differenti contesti.


    Il movimento di economia specifica che determina il valore è il passaggio dell’opera d’arte come qualità a pura quantità, ad entità di scambio che trova però una sua incentivazione nel suo essere per essenza qualità. Tali spostamenti determinano uno slittamento strumentale di identità, demonizzato spesso dalla cultura europea e ritenuto invece rassicurante da quella americana.
    Gli intellettuali e critici europei, imbevuti di cultura idealistica e di ideologie politiche, hanno chiamato tutto questo mercificazione dell’arte, caduta di essa a bruta quantità, a merce tra le altre merci.

    L’atteggiamento americano, conseguenza del proverbiale pragmatismo anglosassone e dell’etica puritana alla base dello sviluppo capitalistico, è improntato e portato a vedere nella vendita dell’opera d’arte il segno di un lavoro ben fatto, il riconoscimento della qualità interna del prodotto.
    La struttura circolare della dinamica (qualità, quantità, qualità) garantisce in questo contesto economico e culturale la bontà dell’operazione ed assolve la coscienza dell’artista da ogni preoccupazione.


    L’assorbimento dell’opera d’arte sperimentale da parte del sistema è sembrato alla cultura europea una contraddizione delle avanguardie, tradizionalmente legate ad ideologie di sinistra ostili al sistema.
    Da qui una strategia creativa che ha anche provato ad assottigliare ed a smaterializzare l’opera, a farla diventare puro evento. Ma anche in questo caso il feticismo del collezionismo ha avuto il sopravvento, riuscendo a collezionare le tracce ed i residui di questa produzione, in ogni caso sempre veicolata dagli stessi canali del mercato, con qualche passaggio attraverso gli spazi alternativi.

    Ma va anche detto che il passaggio della qualità dell’opera a quantità ed il suo successivo ritorno a qualità (che la individua rispetto ad altri prodotti) designa anche la possibilità del mercato di procedere in una propria autonomia che oggettivamente funziona da filtro, cosi come funziona da filtro la palese tendenziosità del critico che sceglie le opere e gli artisti secondo un’ottica personale.
    Il mercato è per definizione amorale e non orientato politicamente, non si interroga sulla direzione politica dell’arte, semmai tende a ribadirne l’autonomia circoscrivendo i contenuti dell’opera e riportandoli a particolari connotazioni linguistiche.


    Il mercato assume fino in fondo l’idea che l’arte è linguaggio e circoscrive a tale definizione l’identità dell’arte stessa. Per natura non può ipotizzare l’esistenza di un’arte contro di sé.
    Anzi il mercato ha in********to le proverbiali connotazioni dell’opera e più in generale dell’arte: l’universalità, la necessità e l’oggettività. Ha cercato di ribaltare e di riqualificare il ruolo di ineluttabile mercificatore, presentando come ineluttabili i fenomeni accidentali della creazione artistica e come universale la produzione, storicamente delimitata, dell’arte. Con estrema flessibilità ha adattato la propria attenzione alla specifica e progressivamente differente identità dell’opera, riuscendo a capire che la qualità specifica dell’opera delle avanguardie storiche era l’insieme di rottura, novità e scandalo che ne costituivano un incentivo di pubblicità, presenza e valore.

    Ha attraversato il territorio delle neo-avanguardie e della sperimentazione ad oltranza, trovando nella coazione al nuovo il motivo caratterizzante la differenziazione della produzione. L’azzeramento delle ideologie e dei modelli ha portato ad una maturità dell’arte che opera ormai fuori da ogni coazione ed ha stabilito una diversa identità del suo prodursi: la transavanguardia come possibilità di nomadismo culturale ed eclettismo stilistico in ogni direzione.
    Anche in questo caso il mercato ha riconosciuto la trasformazione di identità dell’arte. In definitiva si pone esso stesso come opera d’arte. Un ingranaggio lucido che afferma la propria universalità attraverso la distribuzione internazionale del prodotto, la propria ineluttabilità attraverso la capillarità dei propri collegamenti ed organizzazione, la propria oggettività attraverso la lampante certezza di dare sussistenza, esistenza e riconoscimento economico all’opera d’arte e dunque all’artista.


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