ARMODIO e CARGIOLLI - Pagina 5
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  1. #41
    L'avatar di dura-lex sed-lex
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    Citazione Originariamente Scritto da Cris70 Visualizza Messaggio
    Nessun "mistero misterioso"

    Ma una semplice constatazione: l'Artista in questione non suscita interesse

    In questi casi, se è un Artista nel quale credi e ti piace, e' sempre opportuno richiamare un po' di notizie e postare qualche opera.
    Ciao
    Oppure 'nessuno scrive niente' perché magari qualcuno ricorda che Lombardi per un periodo (neanche tanto lontano) è stato un assiduo frequentatore del forum e quindi a qualcuno dispiace dire quel che realmente pensa.
    Scelta per me non proprio perfetta...

  2. #42

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    Bravo dura lex sed lex, mi riferivo proprio a questo con "mistero misteioso"....tutto tace mantre bisogneebbe esser meno finti....
    a me piace mai piacerebbe capire anche il perché dell opposta posizionr....

  3. #43

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    Provo ad inviare queste due immagini di uno degli ultimi cicli, ESERCIZI SPIRITUALI...
    Immagini Allegate Immagini Allegate ARMODIO e CARGIOLLI-1392826090.jpg ARMODIO e CARGIOLLI-329_big_esercizi_spirituali_-14-_2013_acrilico_su_tela_cm70x50_dsc3405-2.jpg 

  4. #44

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    Citazione Originariamente Scritto da andrji00 Visualizza Messaggio
    curioso...nn so perchè ma quando si chiedono pareri su Lombardi il forum zittisce....qualche mistero misterioso?
    Con grande sincerità, proprio vedendo le due immagini che hai postato (che dovrebbero quindi essere particolarmente significative) si capisce bene perchè l'argomento non susciti l'interesse che speravi.

  5. #45

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    2014 - Arnaldo Romani Brizzi
    Arnaldo Romani Brizzi - "Enrico Lombardi - La preghiera del silenzio e dell'armonia" - catalogo "Ombre", Catania 2014.
    Enrico Lombardi - La preghiera del silenzio e dell'armonia.

    Molto spesso la notte giunge con tutto l'onore del proprio mistero nei dipinti di Enrico Lombardi. È, la sua, una notte che non perde mai del tutto la luce, sperimentando se mai un illividimento delle tracce cromatiche; potresti dire, infatti,che un'illuminazione al neon, o il riflettore antico di un film in bianco e nero, si fa strada con la propria azione, e a tradimento, con l'intenzione bene espressa di stabilire il turbamento visivo, spesso giungendo al risultato perturbante di un fare pittorico che non lascia mai un sentimento di tranquillità, ma di disagio visivo, segnale di un disagio esistenziale.

    Il fare artistico di Lombardi è inquieto per sua stessa formazione: egli non fa mai tacere il «penso, dunque sono», quel cogitare incessante, esercizio proclamato di vita e di azione che rende i suoi supposti paesaggi altri luoghi da quelli che paiono. Colui che osserva è avvertito: non ceda alla tentazione di licenziare la pur preziosissima visione dei dipinti di Lombardi, e con atteggiamento di distratta sufficienza, catalogandoli sbrigativamente nel genere pittorico del paesaggio o del vedutismo. Nei suoi dipinti, spesso e più che spesso, per non dire quindi sempre, tutto il segreto della visione, il senso più riposto, è consegnato al titolo, mai dato a caso, ma ragionato e vissuto nella propria interiorità sino al gusto di una macerazione interiore, spinta suprema per passare all'azione della pittura. E per questo non ci sarebbe bisogno di citare Michelangelo, che pure e invece cito, il quale come si sa asseriva con piglio sicuro che «si dipinge col cervello et non con le mani». Ne sono esempio alcuni dipinti del 2013 che Lombardi ha esposto con il titolo di Esercizi spirituali, dicendola lunga su cosa si intendesse dover vedere, oltre a quanto dichiarato in apparenza e in apertura di visione. Lombardi è, a suo modo e per strade tutte sue, tutte da lui elaborate da se stesso, su se stesso e per se stesso, un esoterista che fa assurgere a simboli segreti e alteri ombre, alberi, ipotetici cipressi, case, rocce, montagne, colline, ciminiere, serbatoi d'acqua che sembrano pronti a trasformarsi in navi spaziali, in missili destinati a perlustrazioni lunari (si guardino attentamente, qui in mostra, Moloch e Monito, entrambi del 2012).

    Le Ombre, titolo di questa esposizione e presenza ineliminabile della poetica visionaria di Lombardi, racchiudono, come scrigni del segreto, l'altro da sé che è la vera, l'autentica intenzione di racconto di quanto ci appare sotto mentite spoglie. Lo ribadisco, è vero ed è necessario: se si riesce a «entrare» sul serio in un dipinto di Lombardi più che luoghi della realtà o del sogno si perlustreranno territori dell'astrazione, o di quella terra di mezzo, non figurativa, non astratta, ma solo pertinente alla pittura.

    Lombardi non cede a vibrazioni emotive, pertinacemente attaccato, come pare ed è, all'orgoglio aristocratico della propria inattualità: egli è freddo, spietato, implacabile nello stabilire la precisione del tratto personale del disegno che sa rendere appieno il gelo delle notti e delle basse maree, delle luci lontane, segnali di vite lontane dal campo d'azione e di visione. È in tal modo che egli «entra fuori», come asserito in alcuni titoli, collocando in punti diversi lo stare di tutti noi, qui e altrove, in alto e in basso, dentro e fuori, per l'appunto. O, anche, in una terra di mezzo, come ho già sostenuto.

    Nella paziente ombra, si collocano anche i numerosi custodi cui Lombardi cerca di affidare quella necessaria azione di salvaguardia di «tradizionali» e, per molti di noi, ineliminabili tesori: custodi della saggezza, antica o semplicemente eterna, del pensiero che non sa rinunciare a se stesso, della consapevolezza che gli alteri territori del fare artistico, della creatività sono stati intaccati da tutte le disattenzioni del presente, quando proprio il presente rifiuta di consegnarsi all'eternità (Custode dell'eterno presente, recita il titolo di un dipinto del 2011), cui è per sua stessa natura, e innegabile necessità, votato.

    Si può anche sostenere che se il tempo è innocente, la responsabilità è tutta umana. Il rammarico di Lombardi è per tutte le zone di cecità delle intelligenze che vengono meno a una naturale vocazione, quasi sacrale del fare artistico. Innocenza del tempo, del 2009, ce lo dimostra in maniera che non può essere smentita: quella piccola fonte (quella «fontanella» che sembra rinviare a una vecchia, melodica canzone, e così di sovente da lui raccontata anche in molti dipinti del ciclo dei Custodi) da cui proviene l'acqua, è ben capace di fornire uno spunto di meditazione sull'origine delle idee, in una dimensione di silenzio che pervade un ambito di tracce della presenza umana e della natura di serena, armoniosa bellezza; ma con cadenze talmente semplici da causare commozione come per una sentita preghiera di omaggio e ringraziamento.

    Un altro dono della pittura di Lombardi è, infatti, la proclamazione dell'armonia del silenzio, azione arditissima che alle mie orecchie rinvia a quei prodigiosi Silent Songs di Valentin Silvestrov, in piena, flagrante azione di ossimoro. Se il silenzio in musica sembra essere impossibile, possibilissimo appare in pittura (basta riferirci al concetto di vite silenti tanto opportunamente a suo tempo definito dal vate Giorgio de Chirico); ma che il silenzio possa essere colmo di armonia sacrale è un omaggio di consapevolezza che ci viene fatto da Enrico Lombardi, attraverso l'intelligenza pittorica e un oculato uso della sinestesia. Così come, quindi, (ricordando Yevgeny Baratynsky, uno dei poeti dei Silent Songs di Silvestrov) l'armonia ha il potere mistico di curare gli spiriti malati, l'azione pittorica di Lombardi risulta essere una cura benefica capace di trasferirsi dallo sguardo al sentimento.

  6. #46

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    2002 - Alessandro Riva
    Alessando Riva da “Enrico Lombardi o la perversione dello spazio” nel catalogo “Lo spazio ritrovato” (Galleria Forni Bologna 2002)
    C’è una metafora che è cara a Enrico Lombardi, e che ritorna spesso, quasi sotterraneamente, come un invisibile fil rouge da cui è tuttavia impossibile prescindere, nel suo lavoro e nei suoi scritti.
    È quella dello stare separato. Stare separato da sè, dalla propria identità apparente, esteriore (di pittore di paesaggi, di pittore per così dire “classico”, o per meglio dire “primitivo” nel senso letterale del termine, comunque a-contemporaneo, di vocazione trecentista), e in definitiva stare separato anche dal proprio lavoro pittorico tout court: quasi l'artista sentisse il bisogno interiore, inevitabile, fatale di prendere le distanze da sè e dal proprio lavoro - di trattare, cioè, il proprio lavoro di pittore (quello che si sporca le mani, che lavora coi colori e con la luce, come da sempre fanno e sanno fare i pittori) come un esercizio, anzi, più che come un esercizio una sfida, insieme intellettuale e visiva, seducente nella sua apparente semplicità e piacevolezza esteriore e vagamente inquietante per la complessità dell'impalcatura concettuale e compositiva che la regge (case che escono da altre case che sembrano partorire a loro volta altrettante case, geometrie di luci che nascono da ombre e di ombre che contengono in sè la luce, e , poi archi che non delimitano un fuori da un dentro ma un fuori da un altro fuori uguale e diverso da sè, fabbriche che imitano chiese e chiese che imitano fabbriche e via dicendo, in un crescendo impazzito di riferimenti che saltano e che si incrociano e di geometrie che paiono rincorrere più la struttura impazzita della geometria frattale piuttosto che quella della geometria euclidea); un'impalcatura, dunque, insieme seducente e ostica, a tratti persino respingente a causa della sua natura doppia o tripla o quadrupla, di certo insidiosa, astrusamente e volutamente machiavellica, esceriana, quasi ci trovassimo di fronte a una strana trappola del vedere, a un paradosso visivo, a un gioco pittorico e linguistico che coniuga dentro di sè vista e intelletto, architettura e ragionamento, e che utilizza si il linguaggio della pittura, i suoi codici interni, i suoi riferimenti storici e compositivi, ma che ha a che fare, in maniera latente quanto profonda, anche con i temi e i riferimenti tipici del dibattito contemporaneo: da quello sul luogo e il nonluogo a quello sul reale e il virtuale fino all'invadenza e all'autoreferenzialità delle immagini e alla perdita di confini tra realtà e finzione.

  7. #47

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    Ho postato qualcosa per discutere...se vi va...

  8. #48

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    2002 - Alessandro Riva
    Alessando Riva da “Enrico Lombardi o la perversione dello spazio” nel catalogo “Lo spazio ritrovato” (Galleria Forni Bologna 2002)
    C’è una metafora che è cara a Enrico Lombardi, e che ritorna spesso, quasi sotterraneamente, come un invisibile fil rouge da cui è tuttavia impossibile prescindere, nel suo lavoro e nei suoi scritti.
    È quella dello stare separato. Stare separato da sè, dalla propria identità apparente, esteriore (di pittore di paesaggi, di pittore per così dire “classico”, o per meglio dire “primitivo” nel senso letterale del termine, comunque a-contemporaneo, di vocazione trecentista), e in definitiva stare separato anche dal proprio lavoro pittorico tout court: quasi l'artista sentisse il bisogno interiore, inevitabile, fatale di prendere le distanze da sè e dal proprio lavoro - di trattare, cioè, il proprio lavoro di pittore (quello che si sporca le mani, che lavora coi colori e con la luce, come da sempre fanno e sanno fare i pittori) come un esercizio, anzi, più che come un esercizio una sfida, insieme intellettuale e visiva, seducente nella sua apparente semplicità e piacevolezza esteriore e vagamente inquietante per la complessità dell'impalcatura concettuale e compositiva che la regge (case che escono da altre case che sembrano partorire a loro volta altrettante case, geometrie di luci che nascono da ombre e di ombre che contengono in sè la luce, e , poi archi che non delimitano un fuori da un dentro ma un fuori da un altro fuori uguale e diverso da sè, fabbriche che imitano chiese e chiese che imitano fabbriche e via dicendo, in un crescendo impazzito di riferimenti che saltano e che si incrociano e di geometrie che paiono rincorrere più la struttura impazzita della geometria frattale piuttosto che quella della geometria euclidea); un'impalcatura, dunque, insieme seducente e ostica, a tratti persino respingente a causa della sua natura doppia o tripla o quadrupla, di certo insidiosa, astrusamente e volutamente machiavellica, esceriana, quasi ci trovassimo di fronte a una strana trappola del vedere, a un paradosso visivo, a un gioco pittorico e linguistico che coniuga dentro di sè vista e intelletto, architettura e ragionamento, e che utilizza si il linguaggio della pittura, i suoi codici interni, i suoi riferimenti storici e compositivi, ma che ha a che fare, in maniera latente quanto profonda, anche con i temi e i riferimenti tipici del dibattito contemporaneo: da quello sul luogo e il nonluogo a quello sul reale e il virtuale fino all'invadenza e all'autoreferenzialità delle immagini e alla perdita di confini tra realtà e finzione.
    Ha senso??

  9. #49
    L'avatar di ginogost
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    Citazione Originariamente Scritto da andrji00 Visualizza Messaggio
    2002 - Alessandro Riva
    Alessando Riva da “Enrico Lombardi o la perversione dello spazio” nel catalogo “Lo spazio ritrovato” (Galleria Forni Bologna 2002)
    C’è una metafora che è cara a Enrico Lombardi, e che ritorna spesso, quasi sotterraneamente, come un invisibile fil rouge da cui è tuttavia impossibile prescindere, nel suo lavoro e nei suoi scritti.
    È quella dello stare separato. Stare separato da sè, dalla propria identità apparente, esteriore (di pittore di paesaggi, di pittore per così dire “classico”, o per meglio dire “primitivo” nel senso letterale del termine, comunque a-contemporaneo, di vocazione trecentista), e in definitiva stare separato anche dal proprio lavoro pittorico tout court: quasi l'artista sentisse il bisogno interiore, inevitabile, fatale di prendere le distanze da sè e dal proprio lavoro - di trattare, cioè, il proprio lavoro di pittore (quello che si sporca le mani, che lavora coi colori e con la luce, come da sempre fanno e sanno fare i pittori) come un esercizio, anzi, più che come un esercizio una sfida, insieme intellettuale e visiva, seducente nella sua apparente semplicità e piacevolezza esteriore e vagamente inquietante per la complessità dell'impalcatura concettuale e compositiva che la regge (case che escono da altre case che sembrano partorire a loro volta altrettante case, geometrie di luci che nascono da ombre e di ombre che contengono in sè la luce, e , poi archi che non delimitano un fuori da un dentro ma un fuori da un altro fuori uguale e diverso da sè, fabbriche che imitano chiese e chiese che imitano fabbriche e via dicendo, in un crescendo impazzito di riferimenti che saltano e che si incrociano e di geometrie che paiono rincorrere più la struttura impazzita della geometria frattale piuttosto che quella della geometria euclidea); un'impalcatura, dunque, insieme seducente e ostica, a tratti persino respingente a causa della sua natura doppia o tripla o quadrupla, di certo insidiosa, astrusamente e volutamente machiavellica, esceriana, quasi ci trovassimo di fronte a una strana trappola del vedere, a un paradosso visivo, a un gioco pittorico e linguistico che coniuga dentro di sè vista e intelletto, architettura e ragionamento, e che utilizza si il linguaggio della pittura, i suoi codici interni, i suoi riferimenti storici e compositivi, ma che ha a che fare, in maniera latente quanto profonda, anche con i temi e i riferimenti tipici del dibattito contemporaneo: da quello sul luogo e il nonluogo a quello sul reale e il virtuale fino all'invadenza e all'autoreferenzialità delle immagini e alla perdita di confini tra realtà e finzione.
    Sono disponibile per donare all'autore di questo scritto un paio di perché ed una buona quantità di utilissimi punti fermi.
    (diciamo che mi conferma nella mia idea che quando si ha poco da dire si allunga il brodo in modo che passi la voglia di leggere e di capire che cosa c'è veramente scritto)

  10. #50

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    Citazione Originariamente Scritto da ginogost Visualizza Messaggio
    Sono disponibile per donare all'autore di questo scritto un paio di perché ed una buona quantità di utilissimi punti fermi.
    (diciamo che mi conferma nella mia idea che quando si ha poco da dire si allunga il brodo in modo che passi la voglia di leggere e di capire che cosa c'è veramente scritto)
    Oltre a tutto siamo alla solita superca**ola impersonale assolutamente intercambiabile per qualsiasi autore che abbia (in questo caso) un vago riferimento metafisico.
    Lettura del tutto inutile e deprimente.

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