Arte Concettuale & Minimal art - Pagina 77
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  1. #761
    L'avatar di Alessandro Celli
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    appena uscito !!!!

    lettura consigliata
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  2. #762
    L'avatar di Antipole
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    Aggiungo l'incipit..
    Ciao!!

    Ps, apocrifo.

    La sua avventura nell’arte è iniziata con Gio Ponti passando per l’arte concettuale (Vincenzo Agnetti, Michael Asher, John Baldessari, Mel Bochner, Gino De Dominicis, Jan Dibbets, Joseph Kosuth, Sol LeWitt, On Kawara, Lawrence Weiner),

    l’arte povera (Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Piero Gilardi, Mario e Marisa Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Emilio Prini, Gilberto Zorio),

    la “transavanguardia” (Francesco Clemente, Nicola De Maria, Mimmo Paladino),

    artisti come Daniel Buren, Giuseppe Chiari, Dan Graham, Joan Jonas, Jan Knap, Gordon Matta Clark, Luigi Ontani, Charlemagne Palestine, Gianni Piacentino, Salvo, Richard Serra, Richard Tuttle.

    “Sei come un’atmosfera che dona un brivido blu!”.
    Definizione di Emilio Prini.

    Arte Concettuale &  Minimal art-galleria-toselli-schermata12-2457375alle14.41.44.jpg

  3. #763
    L'avatar di Alessandro Celli
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    interessante lettura di Armando Ginesi

    ARTE CONCETTUALE, COME E PERCHE’

    Gli antecedenti? Certamente il Dadaismo (e per esso Marcel Duchamp) con la sua volontà iconoclasta e dissacratoria nei confronti dell’opera, con il suo affermare che il manufatto è di per sé privo di valore (artistico) a meno che non sia l’autore (oppure la società) ad attribuirglielo trasformandolo in icona, in reliquia, a dargli comunque una sacralità che da solo non possiede (si vedano i casi limite, ma fortemente emblematici, duchampiani, dell’Orinatoio, del Portabottiglie, della Ruota di bicicletta e così via).
    Nel Dadaismo sono contenuti in nuce, ma poi neppure tanto in nuce, tutti quegli aspetti molteplici e variegati che finiranno sotto l’ampio ombrello dell’Arte Concettuale: dalla performance, all’environment, alla body-art, al poverismo e così via.
    Un altro antecedente, meno remoto, è il Minimalismo con il suo voler ridurre sempre più il valore dell’immagine per “privilegiare la semplicità esecutiva, ma soprattutto per minimizzare l’espressione individuale e la piacevolezza immediata”, come scrive Angela Vettese. E’ chiaro che nel fondo delle teorie minimaliste giace l’intento di ridurre, essenzializzare, sfrondare e allontanare ogni ipotesi “espressionista”, ogni desiderio sentimentale per rifugiarsi, transitando attraverso le forme geometriche primarie, quindi archetipiche e ideali, nella dimensione del mentale.
    Questi due antefatti teorici non possono che condurre ad un processo astrattivo assoluto che si conclude con il considerare l’opera risolta nel suo progetto, oppure nel comportamento individuale dell’autore, ma anche in quello degli astanti (nel caso particolare dell’happening) o nel tempo minimo del suo manifestarsi (arte del comportamento, per esempio) previsto in pochi attimi. Al massimo, dell’opera, o meglio, della sua idea, restano le tracce.
    Così si realizza quanto aveva dichiarato nel 1961 Henry Flynt, del Gruppo Fluxus, il quale aveva definito quella sua e dei suoi colleghi George Brecht e Yoko Ono: “un’arte la cui materia è il concetto”.
    Dunque, nel grande vortice dei linguaggi artistici innovativi che hanno connotato il XX secolo (ma i cui prodromi sono rintracciabili nella rivoluzionaria rottura, in chiave linguistico-espressiva, che aveva già effettuato l’Impressionismo sul finire de XIX) tra le Avanguardie Storiche della prima metà
    (tra le quali, appunto, il Dadaismo) e le Neo-Avanguardie sviluppatesi dopo la seconda guerra mondiale, l’Arte Concettuale rappresenta la massima estremizzazione per le ragioni suesposte ma sulle quali varrà forse la pena di insistere ancora un po’. Basta con l’oggetto, con il manufatto, con quella che comunemente si è soliti chiamare “opera”: ciò che conta è l’idea, è quello che si progetta, anche se, al limite, il progetto non sarà mai realizzato in alcuna forma o sembianza o situazione tangibile. L’importante è che io lo abbia pensato e che riesca a comunicare non più attraverso un fare materializzato, ma con una serie di azioni, di gesti, di pensieri resi visibili da quelle che sopra abbiamo chiamato tracce .
    Dal punto di vista della ricostruzione storica del movimento, se così vogliamo chiamarlo, del quale ci stiamo occupando, ricordiamo che esso prende il via sostanzialmente verso la metà degli anni Sessanta (anche se, come abbiamo visto, certi fermenti erano già presenti nel Gruppo Fluxus, fondato nel 1961 dal critico d’arte e musicologo George Maciunas e profondamente influenzato dalle ricerche musicali del compositore John Cage). Le sue prime rassegne risalgono al 1966 presso il Museum of Normal Art di New York organizzate da Joseph Kosuth in modo quasi privatistico, nel senso che erano riservate a gruppi sparuti di amici. Proseguono poi nel 1969 al Museum of Contemporary Art di Chicago, al New York Cultural Center e, infine, trovano piena legittimazione al Museum of Modern Art di New York. Dagli USA si trasferiscono a Berna, Dusseldorf, Torino (con la mostra Concept-Earth-Arte Povera del 1970, curata da Germano Celant presso il Museo Civico).

    Ritornando a quella metà degli anni Sessanta nella quale si è fissata la nascita della tendenza concettuale, di dimensioni internazionali, va sottolineato il ruolo svolto in Inghilterra da un gruppo (che più tardi, nel 1968, si definirà Art & Language) composto da David Bainbridge, Harold Hurrel, Terry Atkinson e Michael Baldwin. Questo gruppo organizzava una serata da dedicare all’analisi teorica di uno dei tanti movimenti avanguardistici e concludeva sostenendo che la disamina effettuata costituiva una vera e propria opera d’arte.
    Come abbiamo già detto, nella sfera dell’ Arte Concettuale sono confluiti i movimenti più vari, tanto che la già citata Angela Vettese nel 1966 ha sostenuto che “sotto il suo ombrello sono venute a raccogliersi la maggior parte delle tendenze artistiche dalla metà degli anni Sessanta ad oggi”.

  4. #764
    L'avatar di Antipole
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    Resto nel minimal con "l'opera da tre soldi"...
    Ciao!!

    "Il lavoro che faccio è troppo difficile, perché il mio lavoro consiste nell'eccitare la compassione umana.

    Vi sono alcune cose — poche! — capaci di commuovere l'uomo, alcune poche, ma il male è che, se le usate di frequente, perdono il loro effetto.

    Perché gli uomini hanno la tremenda facoltà di rendersi di punto in bianco insensibili a proprio piacimento..."

    Arte Concettuale &  Minimal art-41kq2jhezil._sx291_bo1-204-203-200_.jpg

  5. #765
    L'avatar di Alessandro Celli
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    ARCELLI & COMINI

    1972
    1) Il linguaggio fornisce a tutti quelli che lo parlano uno stesso sistema di referenze che diventa
    unico ed assoluto perchè non si può verificare due volte nello stesso modo.

    2) Ogni punto di riferimento (pronome, verbo, sostantivo, ecc.), anche se opportunamente inquadrato in un codice genetico, crea solo in apparenza un enunciato oggettivo. In effetti ogni singolo individuo ”copia” soggettivamente la propria realtà usando punti di riferimento convenzionali.

    3) L’aspetto creativo del linguaggio fa si che ogni persona mentre si esprime inventa di volta in
    volta (o riscopre mentre ascolta) un sistema coerente di regole e di nozioni. In altre parole, il fatto
    di ricevere nozioni (a livello di informazione) e di ritrasmetterle (rielaborate e codificate) altro non è
    che una grammatica generativa.
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  6. #766
    L'avatar di Doc Humby
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  7. #767
    L'avatar di Alessandro Celli
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    "L’arte performativa è difficile da vendere perché è difficile capire che cosa si stia comprando esattamente. Per questo negli ultimi tempi stanno nascendo dei tentativi di regolamentarla: per esempio A.P.A. ha realizzato insieme al curatore Chantal Pontbriand un protocollo che chiede di specificare la durata dell’esibizione, la sua riproducibilità, eventuali oggetti o materiali che restano al curatore una volta finita. L’idea è metterne a punto uno definitivo che possa essere adottato da gallerie e artisti di tutto il mondo, facilitando la vendita e la rivendita delle opere d’arte.

    Nel 2012 Frédéric de Goldschmidt, che fa parte di A.P.A., aveva acquistato per 2.500 dollari una performance dell’artista francese Philippe Parreno intitolata Transubstantiation: prevedeva che Parreno cucinasse alcune ricette della madre morta, ma non venne mai realizzata. De Goldschmidt chiese a Phillips se poteva venderla all’asta ma non c’erano documenti sufficienti per farlo: «non era indicata la durata e alcun dettaglio pratico, mentre c’erano molte ambiguità». Il New York Times fa un po’ di esempi di esibizioni che si possono comprare e che portano con sé qualcosa di materiale. Per esempio The Banquet della belga Ariane Loze è disponibile in 4 lingue diverse e consiste di 12 sceneggiature scritte. Evann Siebens, una ex ballerina di Vancouver, ha catalogato un archivio di gesti della storia dell’arte performativa; li ricrea a pagamento e li conserva in un video o in una foto per il compratore.

    Secondo il collezionista belga Tobias Arndt l’arte performativa si farà presto strada nel mondo dei collezionisti: «Ha il potenziale per diventare un evento. La performance è un’esperienza estetica diretta, e la puoi condividere sui social. Qui non si tratta solo di decorare la tua casa con buone opere d’arte. È qualcosa che può far schizzare Instagram».

    estratto dal New York Times

  8. #768
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    "È qualcosa che può far schizzare Instagram"..altro che un Picasso, e' questa la nuova frontiera, la socializzazione dell'arte.

  9. #769
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    Nagasawa Hidetoshi nell’agosto del '67 dopo aver percorso mezzo mondo in sella alla sua bicicletta arriva a Milano, dove conclude il suo viaggio a causa del furto della stessa.
    Trova uno studio nel quartiere operaio di Sesto San Giovanni ed entra in contatto con un gruppo di artisti tra cui Castellani, Fabro, Nigro, Trotta e Ongaro; attratto dai numerosi stimoli che gli offre l’ambiente milanese, decide di rimanervi e nel '78 con Iole De Sanna e Fabro da vita alla Casa degli artisti che diventerà per quasi trent'anni luogo d'incontro e di discussione tra artisti di diverse generazioni.

    I suoi lavori hanno una logica interna, spesso spiazzante, e geometrie nascoste.
    Questo linguaggio geometrico si esprime con una progressione matematica, dove il numero 7 è ricorrente e rappresenta la totalità in movimento nella simbologia numerica orientale.
    Le sue opere sono come gli haiku (messaggio successivo), componimenti poetico-filosofici, dove l’estrema concisione, semplicità, essenzialità e condensazione di pensiero che stimolano l’immaginazione e la mente.

    Arte Concettuale &  Minimal art-nagasawa-tate-no-me-2007-600x399.jpg

  10. #770
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    Le nubi di tanto in tanto
    ci danno riposo
    mentre guardiamo la luna.

    Nobiltà di colui
    che non deduce dai lampi
    la vanità delle cose.

    Matsuo Basho
    (1644 – 1694)

    Nella foto Nagasawa Hidetoshi.

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