Terre e metalli rari: il futuro già presente
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  1. #1
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    Terre e metalli rari: il futuro già presente

    Il confronto planetario per i metalli rari
    Sono poco conosciuti dal grande pubblico, ma sono alla base della produzione dei beni più importanti utilizzati dalle società avanzate, dai computer agli smartphone, dai pannelli solari alle pale eoliche. Domina il mercato la Cina, che ne produce il 95% del totale mondiale. In un quadro di dipendenza di tutti gli altri Paesi che potrebbe innescare conflitti. Specie con gli Stati Uniti.

    di Enrico Sassoon

    Da qualche mese la ripresa economica mondiale è pienamente in atto. Si tratta di un rimbalzo forte, inevitabile dopo il crollo del Pil del 2020, generato dalle chiusure delle attività in tutti i Paesi colpiti dalla pandemia. Ma non meno reale e benvenuto. Qualche preoccupazione per gli effetti collaterali di una ripresa così forte è però rapidamente emersa. La ripresa dopo-pandemia genera soddisfazione per gli elevati tassi di crescita che si registreranno nel 2021, ma anche timori per tassi d’inflazione che non si vedevano da decenni. E, per l’inflazione, l’attenzione è rivolta ossessivamente verso le decisioni della Fed, alle analisi dei suoi comitati, alle dichiarazioni più o meno velate dei suoi responsabili, a partire dal suo presidente, Jerome Powell. si teme che troppa inflazione porti a indesiderati aumenti dei tassi che ridurranno la crescita.

    Minore attenzione viene però dedicata a una componente fondamentale dell’inflazione: il rincaro delle materie prime su scala mondiale, che genera timori presso gli esperti ma certamente viene meno osservato dall’opinione pubblica. La ripresa del 2021 si poggia su questo rincaro che ha portato i prezzi di molte commodity ad aumenti senza precedenti e gli indici a triplicare in pochi trimestri. Dunque, se la prospettiva d’inflazione preoccupa, uno dei segmenti più delicati è rappresentato proprio dai prezzi delle commodity. Ma è un timore con ogni probabilità destinato a rientrare. I rincari sono infatti il risultato di ragioni specifiche emerse proprio a causa delle chiusure di attività nel periodo acuto della pandemia. A causa di queste chiusure si sono creati colli di bottiglia nella produzione di molte materie prime e, quando la domanda è ritornata, le limitazioni produttive si sono fatte sentire. Una situazione che i più ritengono temporanea. I colli di bottiglia sono in via di superamento e gli stessi rincari rappresentano il motore di convenienza che spinge ad aumentare la produzione delle materie prime in sofferenza. Non a caso, l’indice citato prevede un ritorno ai livelli del 2017 già dal 2023, con una discesa dei prezzi che avrà inizio già dai primi mesi del 2022.

    In questi termini la questione potrebbe sembrare chiusa. E questa è probabilmente l’opinione prevalente. Ma non potrebbe essere più sbagliata. È ben vero che i rincari del 2020 e 2021 sono destinati a rientrare in tempi relativamente brevi, ma la questione ha dimensioni ben più vaste di quanto si veda a prima vista. Il fattore di norma trascurato ha a che fare non tanto con le più note e diffuse materie prime come quelle citate, ossia ferro, rame, alluminio e legname, né con fonti di energia come petrolio, gas o carbone, bensì con quel gruppo di risorse che va sotto il nome di metalli rari e di terre rare come ad esempio il litio, il cobalto, il neodimio, il gallio, il germanio o il tantalio. Ma anche altri metalli assai meno noti e con nomi spesso misteriosi ed esotici: lantanio, cerio, promezio, gadolinio, erbio, disprosio e altri ancora. Sono sostanze che vengono utilizzate, sia pure in proporzioni minime, in moltissimi prodotti che sono alla base della società contemporanea, e lo saranno sempre più in futuro: laser, schermi per ogni applicazione, smartphone, computer, dispositivi di telecomunicazione, ma anche magneti, motori elettrici e armi di nuova generazione.

    All’insaputa di molti, dunque, e cinquant’anni dopo i primi allarmi sul possibile esaurimento fisico delle risorse lanciato dal Club di Roma con il famoso rapporto I limiti allo sviluppo, siamo grandiosamente entrati in una nuova era tecnologica condizionata dalle terre rare.

    Prendiamo come esempio lo smartphone, dispositivo ormai insostituibile per l’altissimo e sempre crescente numero di funzioni che svolge. Nato come telefono portatile, e già questa fu una rivoluzione, è oggi posizionatore globale, navigatore, banca dati, riproduttore musicale, macchina fotografica, registratore di suoni e immagini, calendario e agenda, timer, cronometro e altro, solo restando in un campo tradizionale. Ma è ormai divenuto anche conto corrente, sistema di pagamento, strumento d’investimento, dispositivo di connessione con l’amministrazione pubblica e, nell’insieme, depositario della nostra completa identità digitale. Bene, in questo strumento è presente la quasi totalità dei metalli rari: le batterie sono fatte di cobalto, estratto prevalentemente in Congo, e litio, che viene quasi interamente dalla Cina; nella componente elettronica si trovano il gallio che arriva dal sud della Cina, il tantalio del Mozambico, e il gadolinio di origine brasiliana. Nello schermo ci sono parti di ittrio, indio e disprosio. Altre terre rare, in proporzioni minori, entrano nel telaio e nelle connessioni interne. Senza questa serie di metalli rari possiamo dimenticarci questo strumento magico.

    Prendiamo casi forse meno eclatanti ma altrettanto fondamentali. In un’auto elettrica troviamo lantanio e cerio nelle batterie ibride; cerio, lantanio e zirconio nel convertitore catalitico, neodimio nei magneti del motore elettrico e nei fari, europio e ittrio nello schermo di bordo, ittrio nei sensori, neodimio, praseodimio, disprosio e terbio nel generatore e motore elettrico. La situazione è analoga per alcune delle tecnologie su cui punteremo sempre di più negli anni e nei decenni, specie nel campo della transizione energetica e nella sostituzione di energie fossili con energie rinnovabili. Pale eoliche e pannelli solari richiedono materiali sempre più sofisticati, ma anche molto rari e costosi e fortemente inquinanti, sia in fase di produzione che di consumo. È certamente il costo da pagare per un contrasto al cambiamento climatico che impone il passaggio accelerato a nuove fonti di energia e la decarbonizzazione di quelle più utilizzate, ma è una realtà di cui rendersi consapevoli.

    Il punto fondamentale, di norma è poco considerato, è proprio questo. Le terre rare sono l’elemento centrale della nostra epoca ma da un lato si trovano in uno o pochi Paesi produttori e da un altro lato sono caratterizzate da processi produttivi fortemente inquinanti, che è anche il motivo per cui si producono solo in alcuni Paesi. Semplificando, si può ben dire che se la Gran Bretagna ha dominato il XIX secolo grazie al carbone e gran parte degli eventi del XX secolo sono riconducibili al predominio sul petrolio di Stati Uniti e Arabia Saudita, il XXI secolo si focalizza su metalli rari e terre rare, e qui lo Stato indubbiamente predominante è la Cina, sia sul proprio territorio che altrove, per esempio in Africa. Poiché l’industria tecnologica, a partire da quella informatica, e l’industria delle rinnovabili sono i primi utilizzatori di metalli e terre rare, non possono essere trascurate o sottovalutate le implicazioni economiche e strategiche di quella che si avvia a essere una dipendenza eccessiva dalla Cina stessa.

    L’altro elemento è quello produttivo. La famiglia di circa trenta metalli rari di cui stiamo parlando ha in comune una caratteristica che è alla base della denominazione di metalli rari e di terre rare. Sono presenti in quantità minime associate di norma a metalli più abbondanti o nelle rocce terrestri, e la loro estrazione richiede processi costosi e molto inquinanti. Vanno purificate otto tonnellate e mezza di roccia per produrre un chilo di vanadio, sedici per un chilo di cerio, cinquanta per un chilo di gallio e duecento per un chilo di lutezio. I processi di separazione richiedono l’utilizzo di acido solforico e altre componenti chimiche fortemente inquinanti, con effetti sul territorio ma anche sulla salute sia di chi lavora alla produzione sia delle popolazioni circostanti. Motivo per il quale, chiarisce l’Unione europea, la maggior parte di queste attività avvengono o in Cina o in alcuni Paesi dell’Africa e dell’America Latina dove i requisiti ambientali sono più bassi.

    Appunto la Cina. Ogni anno l’United States Geological Survey (USGS) pubblica un rapporto di grande importanza, il Mineral Commodities Summary, che analizza la situazione delle circa 90 materie prime indispensabili per le nostre economie. L’ultimo rapporto rivela una situazione allarmante relativa alla Cina, che risulta il produttore del 44% dell’indio consumato nel mondo, il 55% del vanadio, il 65% della fluorite e della grafite naturale, il 71% del germanio, il 77% dell’antimonio, il 61% del silicio, il 67% del germanio e l’84% del tungsteno. E le terre rare? Qui si tocca il vertice con il 95% di tutto ciò che è prodotto al mondo.

    Dal punto di osservazione europeo è una situazione piuttosto scomoda. Ancor di più se si considera che la Repubblica Democratica del Congo produce il 64% del cobalto, il Sudafrica l’83% del platino, dell’iridio e del rutenio, il Brasile il 90% del niobio, la Russia il 46% del palladio. L’Europa dipende poi dagli Stati Uniti che producono il 90% del berillio.

    In una situazione di normalità questa distribuzione di risorse non comporta né particolari problemi di approvvigionamento né sensibilità di tipo geo-strategico. In fondo, è dall’esportazione di materie prime che dipende la prosperità di molti Paesi che, dunque, hanno poco interesse a creare situazioni di scarsità o a utilizzare le risorse come strumento di ricatto per ottenere concessioni o bilaterali o multilaterali. Certo succede, ma di norma i mercati mondiali svolgono con regolarità la funzione di equilibratore dei flussi e dei prezzi. Il problema si può invece porre in frangenti meno normali. Per esempio, in una crisi come quella pandemica, che ha imposto per un certo periodo la chiusura delle attività economiche in quasi tutti i Paesi e il crollo degli scambi interazionali. Ma ancor più nel caso di un conflitto sia di tipo tradizionale, sia di tipo nuovo. Non necessariamente, dunque nel caso di una guerra ma anche nel quadro di una crisi strategica di ampia portata.

    Non a caso, infatti, quando si parla di materie prime e del predominio cinese, gli scenari di conflitto guardano sempre più alla Cina e al Mar Cinese Meridionale come teatro di scontro. Da lì passano infatti il 60% degli scambi mondiali e in quell’area si affacciano molti Paesi asiatici con interessi spesso in contrasto con quelli cinesi. È, d’altra parte, nel South China Sea che gli strateghi americani collocano i loro game war e che gli analisti dirigono i loro studi. E persino i romanzieri: un bestseller negli Stati Uniti è il romanzo 2034, di due ex ammiragli americani che si immaginano in quell’anno lo scoppio della terza guerra mondiale innescata da uno scontro in quei mari tra la flotta cinese e quella americana. Sottotitolo del libro è infatti, significativamente, A novel of the next world war.

    Non si arriverà, sperabilmente, a tanto, ma non c’è dubbio che la nuova realtà geopolitica e geoeconomica abbia oggi e in futuro un punto focale che ruota attorno ai metalli rari e al predominio cinese su di essi, così come nei decenni passati il baricentro delle crisi era collocato in Medio Oriente e basato sul petrolio. Un quadro destinato a crescere di importanza che, con ogni probabilità, attirerà sempre di più non solo l’interesse degli esperti, ma anche l’attenzione consapevole di un’opinione pubblica finora poco informata su queste poco conosciute realtà.

    di Enrico Sassoon, Direttore responsabile di Harvard Business Review Italia.

    Mercoledì 29 Settembre 2021

  2. #2
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    02 DICEMBRE 2020
    LA DIMENSIONE GEOPOLITICA DELLA CORSA ALLE TERRE RARE
    DI Sara Gianesello
    Le terre rare sono 17 elementi chimici della tavola periodica classificati come metalli, ovvero Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio, Lutezio, Ittrio, Promezio e Scandio. La loro importanza strategica deriva soprattutto dal loro massiccio utilizzo nell’industria dell’elettronica di consumo, che comprende smartphone, tablet, computer, ma anche televisori ed elettrodomestici, nel settore medico, dove vengono impiegate nei trattamenti di alcuni tipi di cancro e nella ricerca scientifica, e nell’industria della difesa, dove vengono usate per la costruzione di sistemi radar, sonar, laser e di guida. La loro importanza è connessa non solo alle intrinseche proprietà fisiche e chimiche, ma anche alla capacità di alterare quelle di altri minerali e di aumentare lo spettro delle loro applicazioni tecnologiche.

    Nel contesto delle trasformazioni economiche contemporanee, orientate e guidate dallo sviluppo dell’high tech e dal tentativo di ottenere il primato globale nell’innovazione tecnologica, la domanda delle terre rare e dei metalli (ferrosi e non ferrosi) utilizzati nell’industria di riferimento è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, rendendoli preziosi e di interesse geostrategico. La Banca Mondiale prevede un ulteriore aumento della domanda di terre rare, trainata soprattutto dalla transizione energetica verso fonti rinnovabili e pulite. Infatti, ad esempio, lo sviluppo delle nuove automobili ibride e delle tecnologie per la produzione e sfruttamento dell’energia solare ed eolica non può prescindere dall’uso di questi metalli.

    Al contrario del loro nome, le terre rare sono piuttosto abbondanti, presenti in maggiori quantità di altri minerali ferrosi e non ferrosi come, per esempio, rame o nichel. Tuttavia, a renderle effettivamente “rare” è sia la loro distribuzione geografica che il processo di estrazione ad alto impatto ambientale. Infatti, allo stato naturale i 17 elementi chimici si trovano mescolati con altri minerali in diverse quantità, e devono quindi essere separati. Tuttavia, per poter separare i metalli sono richiesti acidi e solventi organici che risultano essere dannosi per il contesto ecologico, sia per le emissioni di CO2 che vengono prodotte durante l’estrazione, ma anche per le scorie radioattive e chimiche che vengono rilasciate nell’ambiente. Inoltre, vengono impiegati metodi di estrazione differenti in base al tipo di concentrazione dei minerali, con conseguente applicazione di tecnologie e know how specifici al tipo di metallo che si vuole estrarre. Il processo di lavorazione, che comprende la raffinazione e la purificazione dei metalli, avviene in più fasi di miscela e filtraggio che richiede tempi lunghi e strutture adeguate, le quali sono presenti per la maggior parte in Cina.

    La maggior parte dei giacimenti di terre rare si trovano in Cina, che possiede circa un terzo delle riserve mondiali, seguita da Vietnam e Brasile, Russia, India, Australia, Groenlandia e Stati Uniti. Al momento, la Cina è l’indiscusso leader del settore, del quale controlla circa il 90% della produzione totale mondiale, sfiorando livelli monopolistici. Il primato cinese è dovuto a più fattori, come la presenza sul suo territorio dei metalli, le leggi meno stringenti sulla salvaguardia dell’ambiente ed il diffuso know how di lavorazione.

    La Cina ha iniziato a farsi spazio nel mercato globale delle terre rare a partire dagli anni ’80, quando il Governo ha cominciato ad investire a favore dello sviluppo di tecnologie atte alla ricerca ed estrazione dei minerali dalle miniere. Avvantaggiata da un costo contenuto della manodopera e leggi flebili sulla tutela dell’ambiente, Pechino è stata presto in grado di soddisfare la domanda mondiale di terre rare ad un prezzo ridotto, guadagnandosi la supremazia della produzione globale dal 2010. Lo sviluppo cinese di un’efficiente industria di raffinazione ha trasformato Pechino nel principale hub globale nel trattamento dei metalli, anche di quelli estratti in altre parti del mondo da società non cinesi, ed ha contestualmente scoraggiato altri Stati nell’investire nel settore, tanto che in molti hanno optato per l’importazione dei metalli piuttosto che la loro diretta produzione.

    Tuttavia, il monopolio permette a Pechino di usare il commercio delle terre rare anche come arma geopolitica. Nel 2010, per esempio, la Cina ha bloccato gli export di mirali trattati verso il Giappone come forma di ritorsione verso Tokyo, dopo che questo aveva arrestato il capitano di una nave cinese che navigava nelle acque adiacenti le isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale, ufficialmente parte del Giappone ma rivendicate dalla Cina La mossa mirava a mettere in crisi le industrie di Tokyo, in particolare quelle del settore elettronico altamente sviluppate ma fortemente dipendenti dall’import di terre rare. Il Giappone ha effettivamente risentito dei tagli nel breve periodo, ma ha reagito diversificando le sue fonti di rifornimento, allontanandosi di fatto dall’orbita della dipendenza cinese, passata dal 91 al 58% negli anni successivi alla crisi.

    È possibile che quanto successo nel 2010 al Giappone possa accadere anche ad altri Paesi che condividono la medesima vulnerabilità economica nei confronti della Cina, come ad esempio gli Stati Uniti. Infatti, l’80% del fabbisogno statunitense di terre rare è al momento soddisfatto dall’import cinese. Solo di recente Washington ha deciso di prendere delle misure per allontanarsi dall’ombra di Pechino, spaventata da una possibile interruzione della supply chain dell’industria elettronica dopo che la Cina aveva velatamente minacciato ritorsioni a causa della guerra commerciale ingaggiata dagli Stati Uniti.

    Le terre rare sono di fondamentale importanza per lo sviluppo economico e tecnologico statunitense, nonché di interesse strategico per l’industria della difesa. Di fatto, la difesa americana dipende pesantemente da questi metalli, impiegati ad esempio nei laser, nei droni, nel sistema di guida missilistica, nelle attrezzature di comunicazione e nelle componenti dei motori a reazione e dei missili, per citarne alcuni. Per questo motivo, il Dipartimento di Difesa e quello dell’Energia hanno iniziato a finanziare programmi di riciclo e di estrazione domestica sperando di rafforzare la capacità nazionale di lavorazione delle terre rare, in modo tale da poter svolgere il processo di raffinazione in casa e sganciarsi al tempo stesso dalla dipendenza cinese. Nei mesi scorsi, per esempio, il Pentagono ha annunciato un finanziamento a favore della compagnia privata MP Materials che controlla la miniera californiana Mountain Pass, l’unica fonte attiva di terre rare in America, per permetterle di intensificare l’estrazione dei metalli. Inoltre, lo scorso anno è stato stretto un memorandum d’intesa tra la Lynas Corporation, compagnia australiana di lavorazione di terre rare con una raffineria in Malesia, e la società texana Blue Line Corporation, al fine di avviare la costruzione di un impianto di trattamento delle terre rare in Texas.

    La quasi totale dipendenza cinese rende esposti gli Stati importatori alla variazione di prezzo delle terre rare. Un esempio si è avuto nel 2010, quando il Governo cinese ha iniziato a diminuire gli incentivi statali alle imprese esportatrici fino a ridurli quasi del 40%. Di conseguenza, l’esportazione si è progressivamente ridotta, facendo impennare vertiginosamente i prezzi globali delle terre rare, che sono passati da 9,46 dollari a tonnellata nel 2009 a 66,96 dollari a tonnellata nel 2011, mettendo in crisi le industrie tecnologiche americane, giapponesi ed europee. Le esportazioni sono state disincentivate per favorire la crescita della produzione interna di prodotti di alta tecnologia, un settore su cui Pechino investe massicciamente. Lo scopo cinese sarebbe quello di raggiungere l’autosufficienza e la supremazia tecnologica, obiettivo ribadito dal programma Made in China 2025 annunciato nel 2015 e ottenibile anche grazie lo sfruttamento delle terre rare presenti sul territorio nazionale. Di fatto, la domanda interna per questi metalli, spronata dalla produzione elettronica di consumo, è cresciuta sensibilmente.

    La possibilità che Pechino possa ulteriormente diminuire l’export di terre rare per favorirne un uso domestico, potrebbe aprire la strada a fornitori alternativi di materie prime. È proprio su questo solco che la Russia parrebbe volersi inserire. Pur essendo il quarto Paese per riserve di terre rare, Mosca produce solo l’1,3% dell’output mondiale. Tuttavia, ad agosto è stato annunciato un piano di investimenti pari a 1,5 miliardi di dollari che permetterebbe al Cremlino di incrementare la produzione fino al 10%, target che vorrebbe raggiungere entro il 2030 e che gli consentirebbe di divenire il secondo produttore mondiale di terre rare.

    Parimenti occorre visionare con attenzione anche le azioni dell’Australia, che nel corso degli ultimi tre anni è riuscita a raddoppiare la produzione grazie anche alla Lynas Corporation, la quale estrae i metalli dal sito minerario australiano di Mount Weld per poi raffinarli nel suo impianto di trattamento in Malesia.

    Tuttavia, il solo sfruttamento delle terre rare presenti in patria potrebbe non essere sufficiente a raggiungere gli ambiziosi obiettivi cinesi e potrebbe spingere la Cina ad investire anche in impianti strategici esteri, come quelli africani dove già è in larga parte presente. Negli anni, Pechino ha stretto numerosi accordi con in Paesi africani per assicurarsi un flusso stabile di terre rare e minerali per l’industria hich tech. Ad esempio, è presente in Mozambico, Madagascar in Guinea, nella Repubblica Democratica del Congo e in Malawi dove estrae minerali che poi vengono processati nelle strutture domestiche.

    La corsa all’approvvigionamento minerario africano e il rafforzamento nel mercato globale delle terre rare non riguarda soltanto Pechino, bensì coinvolge anche Mosca e gli Stati Uniti e potrebbe segnare, nel prossimo futuro, il trend di nuove faglie di rivalità geopolitica internazionale in Africa.

    Infatti, Mosca ha aumentato il grado della propria presenza in Africa proprio nel settore minerario. Ad esempio, imprese russe sono presenti in Madagascar, in Zimbabwe, dove è presente un’enorme riserva di platino e dove si stima vi sia anche un grande giacimento di Cerio e Lantanio.

    Al tempo stesso, anche gli Stati Uniti hanno iniziato a guardare al continente africano per assicurarsi un approvvigionamento duraturo delle terre rare. Per questo motivo, gli Stati Uniti hanno avviato una serie di negoziazioni, in particolare con Burundi e Malawi, per potersi assicurare i diritti di estrazione e farsi spazio in questo mercato.

    Altri Stati ed organizzazioni hanno iniziato a muoversi in Africa per potersi assicurare una linea diretta di fornitura delle materie strategiche. La stessa Unione Europea, che importa il 98% del suo fabbisogno di terre rare dalla Cina, ad inizio settembre ha reso pubblico il Piano di Azione per aumentare l’autonomia strategica e diminuire la sua dipendenza da Pechino. Oltre a incoraggiare progetti di riciclo, la Commissione Europea si è detta favorevole ad aumentare partenariati strategici con i Paesi africani così da assicurare all’Unione una diversificazione dell’approvvigionamento dei minerali strategici.

    L’importanza incrementale delle terre rare e dei minerali per l’industria tecnologica nel prossimo futuro potrebbe determinare in maniera decisiva alcune tendenze politiche, economiche e securitarie internazionali nel prossimo futuro. Infatti, il posizionamento all’interno del mercato globale dei minerali per lo sviluppo dell’high tech appare fondamentale sia per la promozione ed il sostegno dell’industria ad alta tecnologia nazionale sia per condizionare le capacità tecnologiche degli altri Stati competitor.

    Oggi, la Cina appare disporre ancora di una posizione privilegiata e dominante, garantita dalla ricchezza dei giacimenti nazionali, dall’efficienza dell’industria di raffinazione delle terre rare e dalla presenza in Africa. Nel breve e medio periodo è difficile immaginare una significativa perdita del primato cinese in questo comparto dell’economia. Per Pechino le terre rare sono una questione di sicurezza nazionale e la base rinunciabile per i progetti di trasformazione economica del futuro.

    Anche la Russia, nonostante non disponga della potenza di fuoco cinese nel settore dell’alta tecnologia, vuole sfruttare il proprio expertise nell’industria mineraria per affiancare Pechino quale attore preminenti nel mercato delle terre rare. Mosca, esattamente come Pechino, intende sviluppare una strategia a doppio binario basata sulla promozione e sullo sviluppo tanto delle ricchezze nazionali quanto di quelle africane.

    Se Russia e Cina riuscissero, complessivamente, ad assorbire e controllare la maggior parte delle risorse strategiche per lo sviluppo tecnologico, gli altri Paesi potrebbero trovarsi nella svantaggiosa situazione di subire la vulnerabilità da dipendenza esterna, come già avviene, per esempio, nel campo dell’energia tra Stati produttori e Stati importatori. In questo contesto, non è assolutamente da escludere che Russia e Cina possano decidere di “militarizzare” le terre rare ed usarle come strumento di pressione politica e deterrenza economica, come avvenuto nel caso, per esempio del gas in Europa o delle terre rare in Giappone.

    E’ proprio la necessità di evitare questo scenario che ha spinto Stati Uniti ed Unione Europea ad avviare una riflessione critica sulla diversificazione delle forniture di terre rare, aumentando l’attenzione verso le opportunità e le risorse africane. Tuttavia, Mosca e Pechino sono presenti nel continente africano già da tempo e, verosimilmente, non vorranno dilapidare il vantaggio acquisito,

  3. #3
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    Ho trovato questo ETF che investe in aziende legate strettamente alle terre rare e ai metalli strategici; il suo ISIN è il seguente: IE0002PG6CA6
    E' quotato a Milano, quindi senza problemi di piattaforma. E' quotato solo da questo mese e ha già fatto un + 24%.
    Come avrete letto nei due post precedenti le terre rare sono destinate a divenire sempre più importanti. Se gli stati dell'Occidente decideranno di svincolarsi dalle forniture cinesi, allora ne vedremo delle belle.

    Il nome dell'ETF è il seguente:

    Vaneck Rare Earth Strat Metals Ucits
    Ultima modifica di Implacabile; 26-10-21 alle 09:57

  4. #4
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    Come disse l'ex presidente cinese Den Xiao Ping, le terre rare sono il nuovo petrolio. Già sono usate, ma nel prossimo futuro ne serviranno molte di più. C'è quindi da aspettarsi che ci saranno molti investimenti nel settore, con conseguente aumento del valore delle aziende che trattano queste materie prime. Penso dunque che non sia male posizionarsi ora che il meccanismo sta cominciando a funzionare.

  5. #5
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    Investire nelle terre rare vuol dire investire nel futuro; esse serviranno sempre di più e noi saremo pronti a fornire quanto verrà richiesto dalle industrie tecnologiche.
    Penso dunque che tra non molto la Cina non sarà più in grado di fornire il 95% del totale delle terre rare e quindi anche le aziende extra-Cina avranno lo spazio per crescere.
    Non potendo investire direttamente in tutte le aziende che si occupano di terre rare, mi sono indirizzato verso l'ETF che ho indicato nel post precedente. Vedremo se ho fatto una scelta giusta.

  6. #6
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    Mettiamoci seduti ad aspettare che nuove miniere vengano aperte e le nostre aziende delle terre rare comincino a lavorare e a divenire profittevoli.

  7. #7
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    Il NAV dell'ETF sopra segnalato, è perfettamente in linea con la quotazione borsistica. Quello che dobbiamo augurarci è che le aziende che fanno parte di questo NAV, aprano nuove miniere e aumentino la produzione di terre rare. Non facciamoci prendere dalla fretta, diamo tempo al tempo.

  8. #8
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    Ho trovato questo ETF che investe in aziende legate strettamente alle terre rare e ai metalli strategici; il suo ISIN è il seguente: IE0002PG6CA6
    E' quotato a Milano, quindi senza problemi di piattaforma. E' quotato solo da questo mese e ha già fatto un + 24%.
    Come avrete letto nei due post precedenti le terre rare sono destinate a divenire sempre più importanti. Se gli stati dell'Occidente decideranno di svincolarsi dalle forniture cinesi, allora ne vedremo delle belle.

    Il nome dell'ETF è il seguente:

    Vaneck Rare Earth Strat Metals Ucits
    ETF Vaneck Vectors Gold Miners Ucits Etf - Quotazioni - IE00BQQP9F84 (GDX) - ETF | Teleborsa.it io ho preso questo ...ma mi sà che non è sulle terre rare
    Ultima modifica di rosboenritao; 10-11-21 alle 11:46

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da rosboenritao Visualizza Messaggio
    Mi sa tanto che si tratta di miniere d'oro.

  10. #10
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    Calma piatta nel mondo delle terre rare. L'ETF non si muove dai 18 €. Spero che presto la richiesta di questi minerali esploda e con essa il prezzo delle azioni a loro legate.

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