Il mio Taleb
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  1. #1
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    Il mio Taleb

    Come avevo promesso, posto qui alcune considerazioni sul noto libro di Taleb "Il cigno nero". Come si vederà è più epistemologia che econometria..ma penso tutto sommato possa essere utile discutere anche di questi temi.

  2. #2
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    alcuni appunti introduttivi.

    Questo è un libro scritto da un ex trader divenuto filosofo e si pone il compito di demolire la teoria della finanza e dell’economia oggi dominanti. Questo compito, finché l’autore attacca, è ben condotto, anche se disorganicamente. Manca però totalmente nella costruzione di qualcosa.

    Il suo procedere provocatorio e aneddotico è voluto: la sistematicità è gaussiana, dunque regolare, non si applica ai processi economici e finanziari. Ciò non toglie che la presenza di giudizi personali, aneddoti irrilevanti, conclusioni arbitrarie, non aiutino la lettura del testo. Analizzando un libro come questo, sarebbe sin troppo semplice osservare le mille superficialità, i mille errori fattuali che lo contraddistinguono. Qui e li vale anche la pena farlo, ma soprattutto occorre concentrarsi sugli aspetti di fondo. Almeno proverò.

    La teoria ortodossa della finanza è inaffidabile perché i processi sottostanti non possono essere modellati in base alla legge dei grandi numeri. Avvengono fatti “imprevedibili”. Tale affermazione è accettabile come spiegazione fenomenica del perché quella teoria non funzioni, ma occorre andare molto più a fondo. Lo scetticismo, come cercheremo di dimostrare, non basta.

    Sotto il profilo metodologico, la giustapposizione di cigni bianchi e neri non funziona. A onor del vero, Taleb cita la dialettica, ma senza capire come servirsene. Dunque l’evento catastrofico rimane come un unicum, inspiegabile. Non a caso, tutto è caso e fortuna in questo quadro, e spiegare è sbagliato. In questo senso, si va oltre il già meccanico quadro del falsificazionismo di Popper per delineare una teoria in cui è assente ogni forma non solo di determinismo ma di causa in genere. Qualunque spiegazione diviene a questo punto arbitraria, chiacchiera da bar, e così infatti procede l’autore, giustapponendo considerazioni spurie.

    La proposta sulla struttura del mondo è Mandelbrot: “i frattali dovrebbero essere la forma di base, l’approssimazione, la struttura. Non risolvono il problema del cigno nero” (p. 273). Ritengo assai più promettenti altri strumenti analitici, in grado di connettere normalità e catastrofe. Ma il punto non è questo, il punto è che l’autore non è in grado di presentare nulla che spieghi che cosa se ne fa dei frattali. Sulla non linearità siamo d’accordo, ma occorreva avvicinarla da altri versanti. E i frattali in questo non aiutano: il mercato non è un frattale del trader, l’economia non è un frattale dell’agente economico.

    ciò detto, passiamo agli aspetti singoli

  3. #3
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    Sul ruolo dei cigni neri: previsione e induzione nelle scienze sociali

    Cigni neri in Europa non se ne erano mai visti, osserva Taleb, per questo, con una brutale generalizzazione empirica, gli europei pensavano non potessero esisterne. Invece ne furono trovati in Australia. Dunque aspettarsi l’inaspettato è d’obbligo. La conclusione può anche valere ma, l’esempio scelto non è dei migliori. Potrebbe esistere un orso polare nero? No, non potrebbe. Ovvie considerazioni sul clima e sulle prede di cui si nutre possono portarci a dire che se una mutazione genetica portasse alla nascita di un orso polare nero (ovviamente non in cattività), avrebbe vita breve. Lo stesso dicasi di gatti privi del senso dell’odorato, di topi lenti e così via. L’esempio scelto è sbagliato in quanto non c’era alcuna ragione ex ante che portava a concludere che non potessero esistere cigni neri. Un cigno nero sopravvive come un gatto nero, un cane nero, un topo nero. Scavando a fondo nell’esempio, vediamo dunque che la conoscenza basata sull’apprendimento e sull’esperienza è sì limitata, come sostiene l’autore, ma non del tutto inutile. Invece per Taleb il punto centrale è la “nostra cecità al caso” che domina tutto. Fa esempi quali il crollo dell’Urss e l’ascesa di Hitler, a suo dire imprevedibili.

    Il punto decisivo qui è che cosa significa nel campo delle scienze sociali “prevedere”. Movimenti nazionalisti, razzisti e autoritari come conseguenza della crisi politica e poi economica susseguente alla prima guerra mondiale e al ’29 furono comuni in tutta Europa. Hitler venne dieci anni dopo Mussolini e il nazismo non fu un fenomeno isolato né un fulmine a ciel sereno, non fosse altro perché dieci prima di prendere il potere, Hitler tentò il famoso putsch di Monaco non ottenendone nulla se non la prigione. Moltissimi intellettuali e politici misero in guardia sull’ascesa di questi movimenti. Se però prevedere significa che nel 1930 qualcuno avrebbe dovuto scrivere un articolo dal titolo “tra 3 anni Hitler prenderà il potere” allora siamo nel campo dell’astrologia.

    Lo stesso si può dire per il crollo dello stalinismo. Nella Rivoluzione tradita, uscita nel ’36 e anticipata da altri scritti meno organici, Trotskij sviluppa un ragionamento che riguarda la burocrazia sovietica sottolineando che, in assenza di un processo dal basso che la spazzasse via, avrebbe inevitabilmente cercato di tornare al capitalismo come mezzo per rendere legali e permanenti i propri privilegi. Trotskij riteneva che tale processo avrebbe potuto concludersi già negli anni ’40. La vittoria nella seconda guerra mondiale ritardò la crisi dello stalinismo di una trentina d’anni. I seguaci di Trotskij sottolineavano la totale impasse dell’economia sovietica sotto Breznev. Possiamo dunque dire che la crisi di quel regime era prevedibile e fu prevista. Se poi, anche qui, prevedere significa scrivere che nell’89 Gorbaciov avrebbe portato alla caduta del Muro di Berlino, allora non si sta facendo scienza ma vaticinio.

    Non ha senso pretendere precisione nella velocità di svolgimento dei processo, nelle scienze sociali, occorre però che una teoria sia in grado di analizzare e descrivere i processi di fondo. Il motivo per cui i processi sono comprensibili mentre la loro velocità è impossibile da prevedere dipende proprio dalla dialettica: è impossibile stabilire a priori quanto l’accumularsi di modifiche quantitative porterà a una rivoluzione (un terremoto, il crollo dei mercati, ecc.). Ma da qui a dire che è il caso a provocare questi fenomeni ce ne vuole.

    Secondo l’autore, la pecca fondamentale della teoria economica-finanzaria è che rinforza i pregiudizi, prende ciò che sappiamo e ne fa un sistema, e soprattutto non è consapevole dei propri limiti, anzi ne nega l’esistenza. Ciò è vero, ma sapere di avere un cancro che lascia una settimana di vita non è necessariamente meglio di non saperlo per la qualità della vita che si avrà e non rende la fine meno dolorosa o prossima. Taleb sostiene che “i cigni neri si possono eliminare con la scienza (se si è in grado di farlo) o mantenendo una mente aperta” (p. 65). Tale affermazione non viene però non solo provata ma nemmeno argomentata da nessuna parte. È un dogma. Non comporta alcuna modifica a ciò che si fa concretamente. E ricordiamo che le teorie sono innanzitutto guide per agire nella realtà. Taleb ad esempio sostiene, criticando la generalizzazione: “non intendo dire che i medici non debbano avere convinzioni, ma devono evitare convinzioni definitive e assolute (p. 75). Una banalità e per giunta inutile. Poniamo di essere un anestesista che sta per addormentare un paziente e deve decidere che farmaco usare e a quale dose. Sta per seguire il protocollo imparato sino a quel momento quando arriva un medico addentro alle teorie di Taleb e dice “calma, amico, non devi avere convinzioni definitive e assolute”. Al che l’anestesista chiede allora che farmaco usare e a che dosi e l’allievo di Taleb risponde: “non lo so, ma il paziente potrebbe morire con quella dose” (il che è ovviamente possibile), al che l’anestesista reitera la domanda: che farmaco e a che dose e l’allievo di Taleb se ne va a cercare cigni neri in un’altra sala operatoria. Ovviamente il fatto che l’anestesista con quelle dosi di quel farmaco abbia addormentato senza ucciderli mille pazienti non implica che il mille e unesimo sopravvivrà. Potrebbe morire. Ma come questo cigno nero dovrebbe cambiare l’agire del povero dottore non talebiano? Hume e gli scettici degli ultimi 5000 anni non possono e non sanno dircelo. Lasciamoli dunque al loro scetticismo. C’è da dubitare che Taleb sarebbe contento di farsi anestetizzare da un medico che dicesse che non crede nell’esperienza passata e che non ha convinzioni ferme e salde e dunque farà a occhio. “Non dico che non si debbano correre rischi. Critico solo il fatto che si incoraggi a farlo in mancanza di informazioni (p. 132): dunque, nel nostro esempio, quale dose e quale farmaco?


    Spesso nel libro si sottolinea che la superficialità e la creduloneria delle nostre conoscenze risponde in qualche modo a pressioni evolutive e questo ha del vero se pensiamo all’induttivismo degli animali. Nei comportamenti degli animali si incorporano generalizzazioni che ovviamente sono utili ma insieme fallaci. Infatti gli animali si estinguono. Il punto è che la natura non ha trovato nulla di meglio che generalizzare in base ai dati disponibili. E nemmeno l’uomo.

    Detto questo, come saggezza popolare, possiamo accettare l’invito di Taleb che la vita è insolita, che la natura e la società fanno salti, e che “per capire un evento è necessario considerare prima di tutto gli estremi”, se solo qualcuno sapesse quali sono, ovviamente.

    Altro esempio completamente unilaterale sul ruolo dell’induzione: il tacchino. Un tacchino è nutrito per mesi, dunque potrebbe considerare l’uomo che lo nutre con benevolenza, ma poi prima di Natale viene ucciso. È dunque inutile apprendere in base a ciò che è successo. Questo esempio è sbagliato sotto vari profili. Innanzitutto, il proprietario del tacchino anche lui impara all’indietro e cioè impara che nutrendo il tacchino tutti i giorni, farà un bel pasto il giorno del ringraziamento. Tale convinzione si rivela corretta, dunque l’induzione funziona (e non serve dire che “basta un caso in cui l’induzione non funziona per negarne il ruolo”, il falsificazionismo di Popper è puerile nella scienza del mondo reale, ma su ciò dopo). In secondo luogo, il tacchino non vive all’aperto ma nasce per essere mangiato. Fa dunque bene a indurre che chi lo nutre è benevolo. Ne ricava infatti il suo sostentamento fino alla fine dei suoi giorni. Che cosa vuole di più?

    Al di là dell’esempio sbagliato, la filosofia di fondo è però giusta: una società può accumulare profitti anno su anno con una strategia che conduce, alla fine di un periodo, al crollo. Ma ciò che Taleb non capisce è che i semi della catastrofe ci sono già dal primo giorno. Il tacchino è condannato a morte sin da quando esce dall’uovo. Per lui la morte è una sorpresa, per il suo allevatore è una certezza.

    Nelle molte citazioni di scettici fatte da Taleb (da Hume a Sesto Empirico, da Bayle a Popper), manca purtroppo un’analisi della filosofia della scienza successiva a Popper (in primo luogo Kuhn), ciò rende a Taleb impossibile capire come funzionano le cose davvero. “non sto affermando che le cause non esistono…sto solo dicendo che non è così semplice” (136) e allora? È corretto sottolineare che usare i giochi d’azzardo come esempio di rischio non ha senso perché il rischio vero è sempre incerto, incalcolabile “le probabilità non si conoscono, vanno scoperte e le fonti di incertezza non sono definite”. Tuttavia, lo scetticismo non è un argomento valido a meno che non muti il valore relativo, la graduatoria di teorie alternative, visto che non possiamo fare a meno di utilizzare teorie per agire.
    Facciamo l’esempio di un gruppo di naufraghi su un’isola deserta. Uno dei naufraghi ha una ferita infetta e occorre curarlo. Tra i naufraghi c’è un giovane dottore in medicina, arrogante e sicuro di sé (l’arroganza epistemica di cui parla Taleb). Mentre il giovane medico si accinge a curare il ferito, un altro naufrago, filosofo scettico gli dice: “sopravvaluti quello che conosci e sottovaluti l’incertezza” e il giovane medico risponde: prego, vuoi curarlo tu? E il filosofo talebiano “no, non so nulla di medicina ma sto solo rimarcando la differenza tra ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere”. Come si vede, nulla di utile o di pratico. Diverso è il discorso se il filosofo talebiano dicesse: “sei troppo sicuro di te, ho studiato medicina da un vecchio stregone e posso curarlo”. Questo non è scetticismo e basta ma una modifica nella capacità pratica delle teorie in gioco. Se ci si pensa questa differenza è ciò che ha distrutto il falsificazionismo ingenuo di Popper a favore di quello mischiato a Kuhn di Lakatos.

    Lo stesso vale per l’idea che spesso più informazioni si hanno e più sicurezza si ha a scapito dell’accuratezza. Gli esperti non sanno ciò che ignorano ma con loro tutti noi. Dunque non stanno messi peggio solo perché arroganti. È vero, le previsioni falliscono, i piani falliscono ecc. Ma dicendo questo, l’autore dimostra di non capire la funzione dei piani. Se decido di andare a Parigi, posso consultare l’orario dei treni e scoprire che il prossimo treno partirà, diciamo, alle 19. Vado in stazione e scopro che è stato soppresso perché si è rotto, o perché c’è uno sciopero, o perché si sono rotte le relazioni diplomatiche tra Italia e Francia o per una qualunque altra causa. Mentre constato amareggiato questa circostanza guardando il tabellone della stazione un Taleb locale mi dice: hai visto? È inutile fare piani, fai come me che passo le giornate alla stazione sperando di prendere il treno giusto. Ovviamente la gente normale guarda eccome gli orari. Li consulta non perchè ritiene che non vi siano fonti di incertezza ma per eliminare almeno le fonti conosciute di incertezza. A questo serve un piano: a fare ipotesi di lavoro. D’altra parte l’alternativa per una grande azienda quale sarebbe? Taleb non ce lo dice. Perché non ne ha. Infatti fa il proprio esempio “non ho mai avuto una prospettiva e non ho mai fatto previsioni professionali” (p. 178) e siccome il trader Taleb non ha mai fatto previsioni, stati e aziende non dovrebbero farne. Ecco che la fallacia induttiva appare in tutta la sua evidenza.

    Dopo di che, le osservazioni sul fatto che ci sono tassi di errori enormi o che l’allungarsi del periodo di osservazione degrada la qualità della previsione sono giuste.

    Per conoscere il futuro bisogna incorporarlo nella previsione stessa. Dipende che cosa significa “conoscere il futuro”. Prendiamo un esempio concreto: il sistema bancario. È un fatto che nel tempo le banche si vanno concentrando. Le principali banche sono sempre più grandi e potenti. Nel 1980 potevamo prevedere che nel 1990 le prime banche (italiane, americane, francesi, ecc.) sarebbero state più grandi (rispetto all’economia) di dieci anni prima e nel 2000 rispetto al 1990. Significa questo prevedere se la banca A acquisirà la B o se la banca B fallirà e si fonderà invece con la C e così via? Ovviamente no. Significa che lo stato non può approvare una legge che smembra alcune banche molto grosse? Certo che può, ma la tendenza alla concentrazione è immanente al capitalismo e possiamo stare certi che dal giorno dopo che la legge è entrata in vigore, le banche cercheranno di aggirarla in mille modi fino a renderla sterile e continueranno a concentrarsi. Questo è ciò che possiamo e non possiamo conoscere in economia.

  4. #4
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    la valutazione del capitalismo

    Per tutta la sua eterodossia discutendo di finanza, Taleb è uno strenuo difensore del capitalismo. Lo difende con argomentazioni che potremmo definire schumpeteriane: la competizione capitalistica come processo di distruzione creatrice che conduce alla nascita di nuove idee, nuovi settori economici e così via. Solo che, a differenza di Schumpeter che era un economista, non trae le conseguenze di tale analisi ad esempio in termini di chi innova e come.

    Scalabilità e globalizzazione: la globalizzazione avrebbe accelerato il processo secondo cui chi vince prende tutto (questo peraltro aumenta il processo di concentrazione del capitale). Vincono dunque le società più libere. Per esempio “l’economia americana ha puntato molto sulla creazione di idee, il che spiega perché la perdita di posti di lavoro nell’industria può accompagnarsi a un miglioramento del tenore di vita” (53), forse oltre a cercare cigni neri, l’autore avrebbe fatto meglio ad analizzare la situazione reale dei cittadini americani prima di scrivere queste cose.
    E che dire del fatto che se oggi un calciatore o un attore prende cifre folli è per l’effetto cumulato di fortuna e globalizzazione? Si tratta, ovviamente, di cialtronate. È invece l’effetto di vent’anni di reaganismo, abbassamento della tassazione sui ricchi, ideologia laissez-fairista e così via.

    E invece no, il capitalismo è meraviglioso. I marxisti sbagliano a prevedere che i giganti controlleranno l’economia perché molte grandi aziende muoiono e altre ne sorgono. Questo è ovviamente e pateticamente falso se prendiamo un settore già affermato (quale grande banca europea o americana è sorta dal nulla negli ultimi 30 anni?). Quello che Taleb sta invece affermando è che il capitalismo crea nuovi settori. Ma ciò lungi dal negare le conclusioni marxiste, le rafforza enormemente. Ogni settore è dominato dai giganti. Ciò dimostra che è una legge ferrea e non l’operare del caso. Google, Microsoft, Cisco o Nokia confermano che Marx aveva ragione come ieri General Motors e Krupp.

    Splendida poi questa serie di non sequitur: “il capitalismo, fra le altre cose, è la rivitalizzazione del mondo grazie all’opportunità di essere fortunati. La fortuna è la grande livellatrice perché quasi tutti possono trarne vantaggio…Il caso ha l’effetto benefico di rimescolare le carte della società, mettendo al tappeto i potenti” (p. 235). Ovviamente ciò avrebbe una minima possibilità di applicazione se: non esistesse eredità, la moneta, lo stato, se i mercati fossero tutti di concorrenza perfetta, non esistessero esternalità e beni pubblici, insomma se vivessimo nel tranquillo mondo dei teoremi dell’economia del benessere. E meno male che Taleb vuole fare il realista.

    La statistica poi parla chiaro. Analizzando le tabelle di transizione della popolazione si dimostra che tali affermazioni sono completamente false, ma non è questo è il punto chiave. L’autore confonde, ancora una volta, il destino di Tizio e Caio col funzionamento del capitalismo. Che la singola grande azienda fallisca, che il singolo figlio di capitalisti finisca la vita in povertà sono problemi loro. Che la società sia dominata dal grande capitale, oggi più di ieri, è una legge economica. Che cosa ha da dire Taleb su questo? Non si sa se non che vinceranno i fortunati. Anzi, il punto non è solo economico perché “è la gerarchia sociale che conta. Le superstar ci saranno sempre”. Questa è la classica giustificazione del capitalismo a opera dei furbi e dei superficiali. Confondono infatti l’avere talento con l’avere denaro e potere. Un grandissimo attore potrebbe essere ammirato, lodato, applaudito e non per questo essere miliardario o finire presidente degli Stati Uniti. Einstein produsse la teoria della relatività in cerca di guadagni o potere? La realtà è che Taleb è completamente immerso nel mondo alienato del capitalismo, dove essere “più bravi” significa vivere nel lusso circondati da folle in miseria.

    Quanto Taleb abbia approfondito Marx lo dimostrano affermazioni come Marx voleva ridurre le deviazioni sociali in termini di distribuzione della ricchezza o che “aveva un debole per le idee di Quetelet” (che Taleb odia). Insomma ci aspettavamo meglio da un sedicente eterodosso.

  5. #5
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    Gauss e Mandelbrot

    È giusto osservare che le banche internazionali sono più fragili di un tempo in quanto collegate tra loro e supinamente dedite al risk management, a modelli VaR ecc. Che poi il mondo non sia gaussiano è vero, che eventi estremi siano frequenti e soprattutto decisivi è verissimo. “Negli ultimi cinquant’anni i dieci giorni più estremi dei mercati finanziari rappresentano metà degli utili” (p. 285). Taleb chiama quella di Markovitz e altri (la teoria standard del portafoglio) come una “frode” che si è impadronita a tradimento delle università. In realtà la teoria dell’efficienza dei mercati funziona ideologicamente. È il dominio del capitale finanziario che ne ha determinato le sorti. La presa in giro del fallimento del LTCM è però del tutto condivisibile. Premi Nobel dati a fanfaroni e su questo non si discute.

    Una piccola digressione semantica sul termine mediocre. La media della gaussiana indica solo una distribuzione, non ha nessun aspetto qualitativo collegato. Se prendiamo 1000 giocatori di pallacanestro, la media di altezza sarà probabilmente oltre l’1 e 90. Dunque sono “mediocremente alti”?

    Taleb distingue tra Mediocristan (il regno del prevedibile, “la tirannia del collettivo”) e Estremistan (dove ci sono i cigni neri). L’assunto implicito è che i mediocri sono per il collettivo, per il medio: il socialismo come regno dell’uomo qualunque (il che è ovviamente falso), ma il punto è che l’economia è assieme questi due mondi.

    Seguono considerazioni neurologiche (i cervelli split-brain, l’inevitabilità di interpretare, la compressione di Kolmogorov) sul fatto che cerchiamo una causa anche quando non c’è. Il comportamento umano è dunque inspiegabile. Uno uccide la moglie perché sì.

    Qui entra il famoso dibattito sulla possibilità di fare calcoli nel socialismo (il confronto tra “austriaci”, Mises, Hayek e marxisti). Taleb, che di questo dibattito non sembra aver capito granchè, sostiene che la società è meglio del pianificatore centrale “poiché riesce a pensare fuori dagli schemi”, una specie di argomento schumpeteriano.

    Non saremo certo noi a difendere l’homo economicus e le altre scemenze sulla razionalità dei mercati. Ma Taleb non comprende il processo evolutivo sottostante quando dice “gli economisti platonizzati ignorano il fatto che la gente potrebbe preferire fare altro che massimizzare i propri interessi economici” (p. 198). Se un capitalista non massimizza i profitti, rimane indietro, non ha capitale per investire, viene eliminato. La massimizzazione non è dunque una “scelta” come una tigre non sceglie di avere fame di carne.

    “Dovete imparare a vivere senza una teoria generale, per Giove” ma questa è una teoria generale, e delle più inutili.

  6. #6

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    Forse devi frazionare, diluire....
    ....sul web è indispensabile.

    La frequenza è 12 secondi e via...


    cmq
    E' un po' da malditesta.

    Quando esco di casa e vado a laurer cosa faccio?

    Metto a frutto le mie esperienze e ipotizzo

    - c'è sempre il bus che ho preso ieri
    - il bus ferma sempre due isolati prima di via Boncompagni
    - il mio ufficio nella notte non si è trasferito
    - se lavoro fino a fine mese, poi mi danno lo stipendio, come fanno
    tutti i fine mese
    - torno a casa la sera, la casa è sempre là, la serratura è
    la stessa
    - accendo la tele vedo i programmi, su televideo dice che c'è Montalbano
    - controllo: è vero c'è Montalbano
    ...etc etc

    cambiando il programma TV posso allungare la storia per
    molti giorni....

    la mia vita non è molto diversa da quella di milioni di altre persone..

    ...ora mi domando sono io un drago della previsione oppure anche in questo
    Taleb troverebbe da ridire?

    ...nel senso che Taleb potrebbe stravolgere la mia vita?

    Devo prendere un'aspirina...mi è venuta una pesantezza di capo



  7. #7
    L'avatar di csepel
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    Citazione Originariamente Scritto da mp6.3 Visualizza Messaggio
    Forse devi frazionare, diluire....
    ....sul web è indispensabile.
    hai ragione, ma l'idea era di presentare subito i 4 5 pezzi (tanti sono) per poi dare modo a chi vuole di intervenire

  8. #8
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    La strategia di Taleb (ultimo pezzo)

    Veniamo alla “strategia barbell” che Taleb applicava da trader e consiste nell’essere insieme iper-prudente e iper-aggressivo. In pratica l’85-90% nei titoli più sicuri del pianeta e il 10-15% nei titoli più rischiosi. Questa strategia ha due problemi. Il primo è epistemologico: che cosa vieta che un cigno nero faccia fallire il tesoro americano? Chi lo dice che i T-bond sono “sicuri”? Taleb risponderà “sono i più sicuri del pianeta” ma ciò ci conduce a una misura del rischio e dunque al mondo di Mediocristan da cui cerca di fuggire dall’inizio del libro.

    Secondo problema: poniamo che la strategia barbell sia la più efficiente. Con il passare del tempo, tutti la applicheranno e ciò condurrà all’inesorabile esito: crollo dei rendimenti dei T-bond e aumento dei prezzi dei titoli aggressivi. Ciò ridurrà via via i profitti fino a eliminarli. Bisognerà dunque cambiare strategia se si vuole continuare a guadagnare. Detto diversamente, per Taleb la strategia può funzionare, ma per tutti non può funzionare. Taleb confonde ancora una volta il suo destino con qualcosa che riguarda il mercato nel suo complesso. Lo dimostra anche poco dopo quando sostiene quanto segue: “se il mio portafoglio è esposto a un crollo del mercato finanziario di cui non posso calcolare la probabilità non devo far altro che acquistare un’assicurazione oppure tirarmi indietro e investire il denaro che non sono disposto a perdere in titoli meno rischiosi” (p. 223). Ma se acquisto l’assicurazione non elimino il rischio, semplicemente lo traslo su qualcun altro. E perché mai questo fesso dovrebbe volerlo? E che significa “uscire dal mercato”? Se tutti escono dal mercato, mi ritrovo in mano con nulla. Questi ragionamenti può farli un trader che parla dei propri soldi ma non ci dicono nulla su come funziona il mercato. Il cigno nero può essere evitato da Taleb ma non dal mercato.

    La strategia “generale” di Taleb è la seguente: “sono molto aggressivo quando ho occasione di espormi ai cigni neri positivi…e molto prudente quando sono minacciato da un cigno nero negativo” (p. 304). Ovviamente si tratta di filosofia non di trading. Chi lo dice che il cigno nero sarà positivo? Senza contare che, come detto, se tutti agissero così, tale strategia non darebbe utili.

  9. #9
    L'avatar di Laetitia
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    comprare opzioni put deep out of money non può essere catalogata come operazione iper-aggressiva, essendo tra l'altro la madre di tutte le coperture.

    poi 'tutti la applicheranno' non credo, essendo già una strategia praticamente open source da anni, ed in pochi la applicano.

    non dimentichiamo quanti deridevano il Taleb nei recenti anni in cui volatilità nulla e trend costante crescente corrodevano il suo portafoglio.

    Non credo che molti avrebbero resistito come egli ha fatto così a lungo.

    Adesso che la sua equity fa gain a tripple cifre (115% mi sembra... c'è un 3d apposito in questa sezione) non molti hanno ammesso le critiche ingiustificate ex-post

  10. #10

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    Fermati qui.

    Ora digeriamo.

    Quando vuoi, se vuoi e come vuoi:
    approfondisci il concetto di strategia barbell

    - origini storiche
    - legata a chi?
    - esempi applicativi storici
    insomma W.W.W. : Who, when, where

    come si fa nei libri di testo "ponzosi" con note e riferimenti a pie'
    di pagina.
    Puo' sembrare cattedratico ma non vedo sistema migliore.
    Altrimenti ci adeguiamo al mediocristan-infimosistan FOListican

    M.A.

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