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Note sparse su genesi e attuali sviluppi del sistema monetario internazionale. 1

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Spesso le ricostruzioni storiche sono fatte con lo sguardo rivolto al presente; in un forum dall’anima operativa, questa distorsione ( inevitabile a dire il vero) è stata ricercata.
La chiave di lettura infatti è duplice:

1. Perché il sistema monetario internazionale si è imperniato sul dollaro, facendo del dollaro valuta di scambio e di riserva mondiale?

2. Come si concilia questo status di valuta di scambio e di riserva con l’essere al tempo stesso ‘valuta domestica’? Cioè come si è atteggiata nel tempo la scelta tra la difesa del dollaro come riserva di valore sul piano mondiale e il sostegno alla base produttiva statunitense?

Possiamo innanzitutto dire che questa ponderazione è stata fatta dagli americani (e non da altri) ed è stata ovviamente operata avendo riguardo alla salvaguardia del loro interesse nazionale; interesse nazionale che, a seconda delle contingenze, a volte ha voluto un dollaro forte altre volte un dollaro debole. Cioè gli americani hanno ricercato in primo luogo l’equilibrio a loro conveniente, senza curare se tale equilibrio causasse squilibri altrove ( riscontreremo questo fenomeno nei tempi a noi vicini del QE di Bernanke) a meno che tali squilibri non producessero delle negatività ( di riflesso direi) sull’interesse nazionale americano. Nei recenti statement della FED leggiamo una costante attenzione alla situazione economica globale ( soprattutto con riguardo ai principali partner commerciali) e possiamo dire che un dollaro forte è stato tollerato, ad esempio, anche per consentire all’Eurozona di evitare la spirale deflattiva, ovviamente vi sarà un punto di equilibrio …
Quindi quando l’eurusd viaggiava sopra 1.5 i Segretari al Tesoro americani dicevano ‘ è interesse dell’America avere un dollaro forte’… a Jackson Hole la scorsa estate l’attuale Segretario al Tesoro, Lew, si scagliava invece contro le svalutazioni competitive ai danni del dollaro. Da notare come la ponderazione dell’equilibrio in oggetto presso lo stesso establishment americano possa comportare dei contrasti, a seconda della minore o maggiore attenzione alle istanze per così dire mercantilistiche. Così mentre Lew pronunziava quelle parole, alla FED il vice della Yellen , Fischer, diceva .‘il dollaro forte esprime la forza dell’economia statunitense’. Nella conferenza stampa a conclusione del FOMC del 18 marzo abbiamo visto come la stessa Yellen abbia assunto una posizione per così dire ‘mediana’ tra le due opposte visioni.


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Gli scambi commerciali e i movimenti di capitali a livello internazionale presuppongono l’esistenza di un sistema monetario internazionale, cioè un insieme di accordi, prassi, istituzioni ( prime tra tutte le autorità monetarie nazionali e sovranazionali) volte a garantire la convertibilità delle valute: convertibilità essenziale per consentire agli agenti economici di paesi con diversa valuta di poter operare liberamente tra loro.


Per capire la fenomenologia dobbiamo quindi accennare alla nozione di bilancia dei pagamenti: in essa si registrano tutti i movimenti di valuta di un paese con l’estero.

Si suddivide in due conti: quello delle partite correnti che fa riferimento ai movimenti di valuta a seguito dell’ importazione/esportazione di beni e servizi, e il conto finanziario, che si riferisce all’acquisto o alla vendita di attività finanziarie ( azioni, obbligazioni, etc).
Si fanno in un certo senso rientrare nel conto finanziario anche le c.d. riserve ufficiali detenute dalla banca centrale di un paese: si tratta di oro, valute estere, crediti internazionali in valuta.
Le riserve ufficiali sono strumento di compensazione degli squilibri della bilancia dei pagamenti: se il saldo è in attivo vengono acquisite in pagamento riserve ufficiali di altri paesi, se il saldo è in passivo avremo la cessione delle riserve.
Vedremo come in un certo momento storico il deficit delle partite correnti degli Usa ( dovuto agli alti consumi della classe media americana) si sia atteggiato in maniera del tutto peculiare visto lo status del dollaro ( valuta di riserva e di scambio) in quanto ha amplificato proprio quello status.

A prescindere dal caso peculiare del dollaro ( e anche lì come vedremo alla fine si dovette operare un riequilibrio della bilancia dei pagamenti) le riserve ufficiali non possono compensare squilibri di lunga durata, pena il loro completo esaurimento.

Per ridurre ( o eliminare) il deficit della bilancia dei pagamenti storicamente si può intervenire in tre direzioni ( le ultime due alternative):

1. Politiche protezionistiche: innalzamento dei dazi doganali per favorire i prodotti interni a scapito di quelli esteri. Le misure protezionistiche oltre che tariffarie possono essere normative, ad esempio con riferimento a talune ‘caratteristiche’ nazionali dei prodotti.

2. Innalzamento del tassi di interesse da parte dell’autorità monetaria, il che attira capitali dall’estero, quindi il deficit delle partite correnti è finanziato dal surplus del conto finanziario. Inoltre alti tassi d’interesse penalizzano i consumi interni e quindi le importazioni.

3. Svalutazioni competitive , svalutando il cambio si rendono più costose le importazioni e si agevola l’export.


Abbiamo detto che il sistema monetario internazionale è l’insieme di accordi , prassi , istituzioni, volti a garantire la convertibilità tra le valute.

Da questo punto di vista si distinguono due principali sistemi valutari:

1. Il regime a cambi fluttuanti: uno o più paesi decidono di lasciare che i tassi di cambio siano liberamente determinati dal mercato valutario in base alla legge della domanda e dell’offerta.

2. Il regime a cambi fissi : uno o più paesi concordano di mantenere i tassi di cambio fissi o, più spesso, liberi di oscillare solo entro un limitato intervallo di valori. Questo regime richiede la massima cooperazione tra le autorità monetarie e la massima vigilanza da parte delle stesse o di enti sovranazionali. Nel caso in cui, per una qualsiasi ragione, un tasso di cambio si allontana dall’intervallo di oscillazione l’autorità monetaria nazionale è tenuta a intervenire, con le proprie riserve, per riportarlo entro la banda di oscillazione.
In un certo contesto storico (Secondo Dopoguerra) questo regime fu considerato ‘preferibile’ per garantire lo sviluppo dell’economia internazionale , ma quando i costi superarono i benefici il sistema venne abbandonato.




PRIMA PARTE

Dal gold standard della sterlina al dollar standard di Bretton Woods


1. Gold standard

Ho associato il sistema monetario aureo alla sterlina perché esso caratterizza il periodo storico che vede l’apice della potenza imperiale britannica: dalla seconda metà del XIX sec. alla Prima Guerra Mondiale.

Nel gold standard , l’oro , principale forma di detenzione della ricchezza, è unità di conto nelle transazioni internazionali. Esso comportava un regime di cambi fissi, in quanto ciascuna valuta era in un rapporto ben definito con l’oro, aveva cioè un valore espresso in oro, e le banche centrali nazionali erano tenute a convertire in oro qualunque ammontare di valuta nazionale (convertibilità aurea). I saldi della bilancia dei pagamenti erano quindi regolati in oro.
Le banche centrali accettavano a dire il vero come mezzo di pagamento anche la valuta nazionale principale, cioè la sterlina; questo come conseguenza proprio della potenza imperiale britannica con la sua forte marineria che da tempo aveva assunto il controllo delle rotte commerciale: mutatis mutandis è il fenomeno che ritroveremo nel Secondo Dopoguerra con riferimento al dollaro e all’Impero americano.
Tranne il caso della sterlina, il modo usuale di compensare gli squilibri della bilancia dei pagamenti era l’aumento o la riduzione dello stock d’oro detenuto da una banca centrale ( che veniva quindi ricevuto o dato in pagamento); poiché in base alle regola della convertibilità aurea, da questo stock dipendeva l’ammontare della massa monetaria in circolazione, si realizzava un meccanismo virtuoso per superare , in maniera pressoché automatica, gli squilibri della bilancia dei pagamenti.
Secondo la teoria quantitativa della moneta, un aumento della massa monetaria in circolazione comportava l’aumento dei prezzi interni e quindi ostacolava l’export ( determinando il riequilibrio in caso di surplus) , l’opposto in caso di diminuzione della massa monetaria in circolazione in seguito alla riduzione dello stock d’oro, trasferito ad una banca centrale estera per far fronte al deficit della bilancia dei pagamenti.

Un sistema perfetto ma che poteva funzionare solo in quel preciso contesto storico e richiedeva: 1. Grande disponibilità di oro nonché grande mobilità dei relativi flussi . 2. Rigido rispetto da parte della banche centrali nazionali della convertibilità aurea. 3. Flessibilità dei prezzi interni in grado di avverare la teoria quantitativa della moneta. 4. Politiche monetarie che non interferissero con quel meccanismo di riequilibrio automatico illustrato sopra, ad esempio con le cosiddette svalutazioni competitive. La scarsa forza dei movimenti sindacali, in un contesto in cui non si era ancora affermato il diritto universale al voto, non poneva alle autorità governative e a quelle monetarie l’obiettivo della piena occupazione, che da lì a breve sarebbe stato la principale ragione giustificativa delle politiche di allentamento monetario.

Tutte queste condizioni sono venute meno dopo la Prima Guerra mondiale, in un contesto aggravato prima, per lo meno in alcuni paesi, dal costo delle riparazioni post belliche e poi, quasi ovunque, dalla Grande Depressione del 1929. Molti paesi non riuscirono più a far fronte alla convertibilità aurea; la flessibilità dei prezzi divenne rigidità (fra l’altro ci si rese conto che la classica teoria quantitativa della moneta non bastava, bisognava ad esempio introdurre il concetto di velocità di circolazione della moneta per meglio spiegare le dinamiche inflattive); il tessuto sociale era più composito e poneva alle autorità governative e monetarie istanze prima sopite; in Europa si andavano costruendo regimi autoritari che per scelta o necessità dovettero essere autarchici; viceversa gli Stati Uniti e molti paesi latino- americani volevano ampliare il loro ambito d’influenza , esportando merci e importando capitali. Furono decenni di anarchia del sistema monetario internazionale, il commercio internazionale ebbe un crollo verticale: le barriere dogali e le svalutazioni competitive di un paese erano neutralizzate da quelle dei paesi vicini, in un inestricabile circolo vizioso. Si correva verso la guerra…


2. Sulla via di Bretton Woods


Mentre ancora si combatteva la Seconda Guerra mondiale si avviarono le prime serie riflessioni su una possibile rifondazione del sistema monetario internazionale. Dal punto di vista teorico erano stati elaborati due progetti, uno dall’economista inglese Keynes, l’altro dall’economista americano, White. Il progetto di Keynes prevedeva la creazione di una Clearing Union internazionale, con sede a Londra, una sorta di stanza di compensazione, presso la quale le banche centrali nazionali avrebbero tenuto i loro depositi ( in proporzione al volume del commercio internazionale dei rispettivi paesi nell’ultimo triennio). Questi depositi sarebbero stati espressi in una nuova valuta, il bancor, il cui valore sarebbe stato agganciato all’oro, mentre il valore delle valute del sistema sarebbe stato espresso in termini di bancor. Le varie banche centrali potevano quindi scambiare oro con bancor e utilizzare quest’ultimo per far fronte agli impegni di pagamento.
Il piano di White invece prevedeva la creazione di un Fondo di stabilizzazione, cui potevano accedere i paesi membri in caso di bisogno( nel saldare i deficit della bilancia dei pagamenti) ma solo in misura proporzionale alla quota di capitale versata ( e determinata in base al reddito del paese, alla popolazione e alla dotazione di oro).

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Updated 11-05-15 at 15:41 by lanter

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