i soldati italiani nella 2a gm
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  1. #1
    L'avatar di rational
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    i soldati italiani nella 2a gm

    sto guardando alcuni documentari di sky sulla seconda guerra mondiale, quel che ne esce è che i soldati italiani, o meglio le forze armate italiane a confronto delle tedesche facevano pena, fra sconfitte, rese e ammutinamenti , armi antiquate e assurdità tattiche ne esce un esercito di pulcinella.
    A parte rari esempi di eroismo ed ardimento.

    Quindi posso dire senza ombra di smentita che il duce è stato colui che ha ridicolizzato le FF.AA nel mondo.
    Eppure ancora oggi spesso chi è militare o militarista lo ammira.

  2. #2
    L'avatar di freude
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    in realtà non c'era questa gran differenza
    Immagini Allegate Immagini Allegate i soldati italiani nella 2a gm-tigre.jpg i soldati italiani nella 2a gm-main-qimg-fd1b7b1365b354464547c8807c6d9c3c.jpeg 

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da rational Visualizza Messaggio
    sto guardando alcuni documentari di sky sulla seconda guerra mondiale, quel che ne esce è che i soldati italiani, o meglio le forze armate italiane a confronto delle tedesche facevano pena, fra sconfitte, rese e ammutinamenti , armi antiquate e assurdità tattiche ne esce un esercito di pulcinella.
    A parte rari esempi di eroismo ed ardimento.

    Quindi posso dire senza ombra di smentita che il duce è stato colui che ha ridicolizzato le FF.AA nel mondo.
    Eppure ancora oggi spesso chi è militare o militarista lo ammira.
    l' inefficienza dell' esercito e' esattamente cio' che viene o veniva raccontato a livello individuale da padri / nonni che l' hanno fatta

  4. #4
    L'avatar di gmc
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    alla fine della 1ww il R.E. non era a distanza abissale dagli altri dei maggiori stati europei ,anche se iniziava ad aumentare il gap. francesi tedeschi inglesi americani e russi avevano intrapreso la costruzione dei blindati da combattimento e stavano riadattando le strategie ,noi causa la insufficienza industriale e provabilmente anche per pensiero che sui ns confini i tanks non sarebbero serviti molto dirigemmo la maggior parte delle spese "tecniche " sull'allestimento di una marina forte ,e forte lo era per davvero,le corazzate Littorio erano il meglio quando furono progettate ,purtroppo l'evoluzione dei mezzi di ricerca (radar) non fu all'altezza. poi ovvio eravamo deficitari un po' su tutto ,ma per una guerra di difesa sul ns territorio qualcosa si poteva fare ,altro dicorso proiettare potenza oltre mare o laggiu' in Russia dove tra l'altro andammo a guerra ormai compromessa e le riserve gia' fagocitate dalla guerra in Africa. che pero' l'inefficenza della macchina militare italiana sia da imputare a mussolini mi sembra semplicistico.

  5. #5
    L'avatar di OttoSettembre
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    Mimmo Franzinelli

    DISERTORI

    Una storia mai raccontata della Seconda guerra mondiale


    Furono vigliacchi o eroi? Si rifiutarono di partire per il fronte nella Seconda guerra mondiale, non rientrarono da una licenza, fuggirono dalle lande gelate durante la Campagna di Russia, non vollero accettare la Repubblica sociale dopo l’8 settembre: migliaia di ragazzi – giovanissimi, anche se molti già padri di famiglia, spesso gli unici a portare a casa uno stipendio – finirono davanti ai Tribunali di guerra. Quelli condannati alla fucilazione subirono l’infamante morte riservata ai traditori.
    La diserzione è, senza dubbio, un lato oscuro del Secondo conflitto mondiale, ignorato sinora dai libri di storia, i cui segreti – serbati negli archivi dei Tribunali militari, nei diari e nelle testimonianze di tanti reduci – vengono qui finalmente svelati ed esplorati con scrupolo.Mimmo Franzinelli rivisita questo complesso periodo storico per delineare tipologia e motivazioni dei disertori, e lo fa analizzando le dinamiche repressive (Codice penale di guerra, Tribunali militari, modalità delle esecuzioni capitali) e ricostruendo le storie di tanti soldati, nei più disparati scenari, le cui drammatiche vicende sono sottratte all’oblio non solo grazie ai diari inediti ma anche al ricordo ancora attuale dei loro parenti.Dalla «non belligeranza» (settembre 1939 - giugno 1940), quando due distinti flussi di soldati fuggono in Francia e Iugoslavia, alla prima fase dell’intervento italiano, quando disertori sono soprattutto i contadini e gli artigiani, poco disposti a morire in una guerra in cui non credono, sino all’estate 1943, quando, con lo sbarco in Sicilia, molti considerano persa la guerra, si battono di malavoglia e il fenomeno della diserzione aumenta a dismisura, acuendo la durezza della repressione, con «fucilazioni pedagogiche» dinanzi alle reclute.Con l’armistizio e la divisione dell’Italia in due governi (e sotto contrapposte occupazioni militari), la diserzione diventa il tarlo che rode l’impalcatura della Repubblica sociale e del Regno del Sud: i Tribunali militari lavorano a pieno ritmo e a Salò le fucilazioni si estendono anche a chi aiuta i «traditori», donne incluse.Questa storia, peraltro, non si conclude nel 1945: per oltre un ventennio la magistratura militare perseguirà gli ex disertori, inquisiti o imprigionati (e persino rinchiusi in manicomio) per essersi rifiutati di continuare a combattere.Disertori è un libro illuminante in cui si alternano speranze e drammi, illusioni e realtà di tanti giovani risucchiati loro malgrado nell’inferno della guerra.




  6. #6
    L'avatar di OttoSettembre
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    Citazione Originariamente Scritto da gmc Visualizza Messaggio
    alla fine della 1ww il R.E. non era a distanza abissale dagli altri dei maggiori stati europei ,anche se iniziava ad aumentare il gap. francesi tedeschi inglesi americani e russi avevano intrapreso la costruzione dei blindati da combattimento e stavano riadattando le strategie ,noi causa la insufficienza industriale e provabilmente anche per pensiero che sui ns confini i tanks non sarebbero serviti molto dirigemmo la maggior parte delle spese "tecniche " sull'allestimento di una marina forte ,e forte lo era per davvero,le corazzate Littorio erano il meglio quando furono progettate ,purtroppo l'evoluzione dei mezzi di ricerca (radar) non fu all'altezza. poi ovvio eravamo deficitari un po' su tutto ,ma per una guerra di difesa sul ns territorio qualcosa si poteva fare ,altro dicorso proiettare potenza oltre mare o laggiu' in Russia dove tra l'altro andammo a guerra ormai compromessa e le riserve gia' fagocitate dalla guerra in Africa. che pero' l'inefficenza della macchina militare italiana sia da imputare a mussolini mi sembra semplicistico.
    Ah no?...un condottiero si vede anche da chi si sceglie intorno e da un disertore smidollato che concluse vigliaccamente la sua esistenza, che ti potevi aspettare?...

    DISERTARE SALÒ
    La nemesi della diserzione

    Soldato di leva della classe 1883 del Distretto di Forlì, il 27 marzo 1904 Benito Mussolini non si presenta al servizio militare e il successivo 30 aprile viene «dichiarato disertore per non aver risposto alla chiamata alle armi della sua classe». Denunciato al Tribunale militare di Bologna, il 2 agosto è condannato a un anno per diserzione semplice. La Svizzera rifiuta di estradarlo e gli concede asilo. In quel periodo il ventunenne rivoluzionario romagnolo raccomanda un mezzo infallibile per abbattere l’infame coartazione militarista: disertare! Egli, tuttavia, è un disertore dimezzato: a fine novembre cede alle insistenze materne e rimpatria, regolarizzando la sua posizione. Assegnato al 10° reggimento bersaglieri, in una caserma di punizione di Verona, beneficia dell’amnistia per la nascita del principe Umberto.
    Smobilitato nel settembre 1906, non ha mutato le proprie idee. Nell’ottobre 1911, con il repubblicano Pietro Nenni, capeggia violente manifestazioni contro la guerra di Libia, per bloccare le tradotte dei soldati: i due agitatori sono arrestati e condannati. Mussolini, liberato nell’aprile 1912 e divenuto direttore dell’«Avanti!», sino all’estate 1914 inneggia alla diserzione, «mezzo infallibile per annientare l’infame militarismo», arma micidiale contro la guerra voluta dalla borghesia internazionale. Di lì a poco salta la barricata e diviene interventista.
    Per i corsi e i ricorsi della storia, trent’anni più tardi combatterà i disertori, sabotatori della «sua» guerra. Dalla riva occidentale del lago di Garda, ove è relegato dai tedeschi, vuole allestire un esercito per uscire dall’irrilevanza politico-militare. A Salò è visitato dalla nemesi, divinità ellenica distributrice della giustizia, che lo atterrisce col fantasma della diserzione, quello stesso da lui invocato in gioventù.
    A metà ottobre 1943 il segretario particolare Giovanni Dolfin annota nel diario l’ossessione del dittatore per l’allestimento delle Forze armate: «È il suo assillo quotidiano, il problema dei problemi la cui soluzione ha, secondo quanto afferma e ripete, fondamentale importanza».1 Mussolini lo ribadisce nel telegramma ai capi delle province: «Vi impegno personalmente per quanto riguarda la imminente chiamata alle armi delle classi 1924-1925».
    Siccome i tedeschi trattengono nel Reich quasi seicentomila militari, il duce vorrebbe attingere da questo bacino. Il progetto tramonta, sia per l’ostilità germanica alle Badogliotruppen sia per l’indisponibilità degli internati a combattere per i nazifascisti. Soltanto il 5 per cento dei soldati e il 28 per cento degli ufficiali accoglie la possibilità di uscire dal lager.2 È giocoforza rivolgersi ai coscritti, dai quali si sperano migliori risultati: il 20 ottobre 1943 vengono attivati gli uffici di leva e il 9 novembre si dirama il manifesto che chiama i giovani ai distretti per la seconda metà del mese. Il soldo della truppa è fissato a 300 lire mensili, non poco in tempi di miseria, non abbastanza per trattenere i giovani. Fonti fasciste computano le «assenze arbitrarie» tra il 10 e il 15 per cento degli organici, mentre stime tedesche le collocano al 25 per cento.
    Tra i primi provvedimenti della Repubblica sociale italiana vi è la Legge fondamentale sulle Forze Armate, emanata con decreto del duce il 27 ottobre 1943. Al nuovo esercito, costituito da volontari e da militari di leva, apparterrà ogni cittadino di età compresa dai 17 ai 37 anni. L’articolo 2 definisce «la coscrizione militare un servizio d’onore per il popolo italiano ed un privilegio per la parte più scelta di esso».
    Eppure, gran parte della popolazione aborrisce il reclutamento e le masse giovanili ne rifuggono.
    I bandi di arruolamento del maresciallo Rodolfo Graziani (ministro delle Forze armate) spingono i giovani sulle montagne, per istintiva autodifesa più che per valutazioni politiche, possedute da ben pochi. Ragazzi disorientati e confusi affluiscono ai distretti militari, per poi eclissarsi appena possibile.
    La renitenza, dilagante tra fine 1943 e inizio 1944, nell’incalzare degli eventi diviene resistenza.3
    Nell’estate 1944 il rimpatrio delle quattro divisioni addestrate in Germania prelude alla diserzione di migliaia di militari, che se ne vanno alla spicciolata o incolonnati in lunghe file. Le bande dei patrioti ne traggono notevole beneficio, anche per l’armamento.
    In autunno – con la stasi del fronte e il Proclama Alexander sulla sospensione delle operazioni di guerriglia – affluiscono nell’organizzazione germanica del lavoro (Todt) decine di migliaia di giovani non in regola con la leva, trovandovi provvidenziale asilo. Riprenderanno piena libertà nel marzo-aprile per ritrasformarsi in partigiani, nell’offensiva finale.
    I principali avversari della Rsi sono dunque i disertori e i partigiani. I primi indeboliscono gli apparati militari di Salò, i secondi li combattono.
    Renzo De Felice sostiene che già «quando nel novembre-dicembre 1943 ad essere chiamate furono le classi di leva del 1924 e del 1925 il vero problema per la Rsi non fu tanto quello della renitenza, quanto quello delle diserzioni».4 Il timore di venir inviati in Germania per l’addestramento e lo spauracchio del fronte orientale contro l’Armata Rossa demotiva chi fu reclutato con la coazione più che con la convinzione. Emblematica la fuga di una sessantina di neofiti del 51° reggimento fanteria, a Perugia, la sera del 13 gennaio 1944, «mentre venivano trasferiti dalla caserma Regina Margherita a quella Braccio Fortebraccio». Sei disertori vengono presto ripresi e processati; a uno di loro, ******** Ranocchia, condannato a morte quale promotore della sedizione, viene sospesa la pena.5
    I gappisti, nuclei di fuoco del Partito comunista, prendono di mira i comandanti dei distretti militari, nemici giurati di renitenti e disertori. Il 1° dicembre 1943 viene ucciso il tenente colonnello Gino Gobbi, responsabile degli arruolamenti in Toscana. Il volantino di rivendicazione lo definisce «comandante di tutte le ritorsioni che i fascisti e i carabinieri esercitavano verso i genitori dei giovani del 1924-25 che non si presentavano alle armi». Per rappresaglia si fucilano cinque prigionieri politici, condannati con rito sommario da un improvvisato Tribunale speciale.6
    Dopo il primo bando del 4 novembre 1943, si rilanciano gli arruolamenti nella primavera 1944, con esiti deludenti. A giugno, secondo i Notiziari della Guardia nazionale repubblicana di Parma (la Gnr raccoglie l’eredità della milizia fascista e incorpora i carabinieri, al comando di Renato Ricci), «la chiamata alle armi delle classi 1920-21 e 1926 sta dando un esito molto infelice poiché quasi tutti i giovani passano a ingrossare i gruppi dei banditi o si nascondono per evitare di essere inviati in Germania».7
    Aumenta esponenzialmente il lavoro dei tribunali militari, contro le cui sentenze «non è ammessa alcuna impugnativa». Il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Archimede Mischi, ordina il 9 dicembre 1944 ai Comandi militari regionali di denunciare ufficiali e soldati che, attaccati dai ribelli, non attuino «pronta ed immediata reazione». In precedenza, Mischi – presidente del Tribunale militare straordinario del Corpo addestramento reparti speciali (poi Controguerriglia) – minacciò di gravi conseguenze penali i comandanti che non segnalassero sollecitamente renitenti e disertori.8
    Con i contravventori alla leva, il governo di Salò usa alternativamente – e contraddittoriamente – il bastone e la carota. Dirama decreti che ribadiscono la pena di morte, mescolati a provvedimenti «a favore dei disertori e dei renitenti presentatisi volontariamente» entro determinate scadenze; in caso di arruolamento, si garantisce il perdono.9
    In deroga alle disposizioni dei codici militari, il decreto legislativo del duce n. 30 del 18 febbraio 1944 (Bando Graziani, da intendersi quale reazione al sostanziale fallimento del reclutamento coatto) infligge la fucilazione a renitenti e disertori:
    Art. 1 – Gli iscritti di leva arruolati ed i militari in congedo che, durante lo stato di guerra e senza giustificato motivo, non si presenteranno alle armi nei tre giorni successivi a quello prefisso, e quelli che dopo essersi regolarmente presentati, si assenteranno arbitrariamente dal reparto saranno considerati disertori di fronte al nemico, ai sensi dell’art. 144 Cpmg e puniti con la morte mediante fucilazione al petto.
    Art. 4 – La stessa pena sarà applicata ai militari che essendo in servizio alle armi si allontaneranno senza autorizzazione dal reparto restando assenti per tre giorni, nonché ai militari che essendo in servizio alle armi e trovandosi legittimamente assenti non si presenteranno senza giusto motivo nei cinque giorni successivi a quello prefissato.
    Per evitare la morte, bisogna presentarsi alle caserme tra il 28 febbraio e l’8 marzo. Nonostante le minacce – divulgate con manifesti e volantini – si registrano solo diciottomila adesioni. Poiché il Codice penale militare di guerra prevede la fucilazione dei soli disertori in presenza del nemico, il bando attua uno stravolgimento giuridico, contestato dal procuratore generale militare Ovidio Ciancarini, secondo il quale non si può equiparare la renitenza alla diserzione, né considerare la diserzione nella sua fattispecie più grave. Graziani lo allontana dal servizio.
    Non è questo il solo sintomo di malessere della magistratura militare. Il colonnello Enrico Macis (già presidente del Tribunale militare di guerra di Lubiana), assegnato al Tribunale militare territoriale di guerra di Torino della Rsi, non prende servizio e resta latitante sino alla fine della guerra (nel 1945 sarà riconosciuto dal Cln quale collaboratore, mentre la Iugoslavia lo inserisce tra i criminali di guerra da estradare). Eppure, nel ventennio, sia Ciancarini sia Macis si distinsero quali zelanti collaboratori del regime: Macis (giudice militare dal 1925) ordinò l’arresto di Gramsci e lo deferì al Tribunale speciale;10 l’autorevolezza di Ciancarini risalta dalla sua prefazione all’edizione dei Codici penali militari stampata nel 1942 da Giuffrè.
    Tra i magistrati transitati dal Regio esercito alla Rsi spicca Sofo Borghese (già incontrato, in queste pagine, per una diserzione collettiva nella campagna greco-albanese). Egli non si iscrive al Partito fascista repubblicano e nell’estate 1944 entra in contatto con emissari del Corpo volontari della libertà, cui passa informazioni sui processi a lui assegnati; cerca di attenuare le responsabilità di partigiani e renitenti alla leva, ma nel 1944 – giudice relatore presso il Tribunale militare di Milano – partecipa al procedimento conclusosi con la fucilazione di cinque «ribelli».11 Incriminato nel maggio 1946 dalla Commissione d’epurazione dell’Ordine giudiziario dell’Alta Italia per «aver preso parte in periodo d’occupazione tedesca anche ad udienze conclusesi con condanne a morte di patrioti», verrà prosciolto (opererà nei tribunali di Milano e a Roma, coronando la carriera nel 1981 come procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione).12
    Pur senza doppiogiochismi, molti giudici si comportano prudentemente, nei processi a sfondo politico-militare.13 Anche per questo, il numero delle pene capitali inflitte dai Tribunali militari regionali è decisamente basso, contrariamente a quanto ritenuto comunemente (anche dalla storiografia).14
    L’applicazione delle attenuanti trasforma la pena di morte in pochi anni di detenzione.
    Il Tribunale militare veneto (con sede a Padova) assolve il 9 marzo 1944 il sottufficiale Salvatore Pezzino, che giustifica il mancato rientro dalla licenza con una malattia. Il giorno successivo vengono rispettivamente inflitti sette anni e dieci mesi a Luigi Montresor e a Mario Giuliani, per truffa aggravata (ruberie perpetrate durante perquisizioni) e diserzione. Il 14 marzo Bruno Brunello, imputato di istigazione alla diserzione (reato che comporta la fucilazione), sostiene di essersi ubriacato e viene assolto per insufficienza di prove.15
    Queste sentenze e altre consimili irritano il duce, contrariato perché «i tribunali del Veneto rifuggono da pene severe».16 Proteste inutili, visto l’esito del processo del 10 maggio a Venezia contro cinquantotto tra disertori e renitenti delle classi dal 1922 al 1925: nessuna pena capitale e detenzioni inferiori ai quindici anni, sospese per la richiesta di arruolamento dei condannati: «Tutti – informa la stampa cittadina – saranno ora assegnati a reparti dell’Esercito repubblicano e quindi partiranno per la zona di combattimento».17
    I giudici interpretano le leggi con encomiabile moderazione; siccome la guerra va male, temono ritorsioni (d’altronde, il guardasigilli Pisenti svincola i magistrati dal giurare fedeltà alla Rsi).18
    Il decreto legislativo n. 145 del 18 aprile 1944 perdona chi si presenti entro trenta giorni. La data fatidica per il ritorno di sbandati, renitenti, disertori e partigiani viene posticipata al 25 maggio e propagandata con tambureggianti campagne-stampa, radiotrasmissioni, comizi e manifesti murali. Contribuiscono alla mobilitazione cappellani militari fanaticamente fascisti, da padre Eusebio Zappaterreni a fra Ginepro di Pompeiana.19 Trascorsi cinque mesi dall’inizio del reclutamento, i disertori sono circa trentamila.
    Ulteriori decreti (in particolare i nn. 169 e 394, del 24 marzo e 16 giugno 1944) inaspriscono le pene per «assistenza e favoreggiamento» di renitenza e diserzione: da un minimo di vent’anni alla «morte mediante fucilazione nel petto». Si vuole, insomma, far terra bruciata attorno ai reprobi.
    Si terrorizzano i giovani per arruolarli, ma l’eccezionale numero degli «assenti arbitrari» rende inapplicabili norme che comporterebbero migliaia e migliaia di fucilazioni.
    Mussolini ha un rapporto schizofrenico con la violenza. Esige la più spietata repressione, tranne cedere inopinatamente a sentimenti umanitari. Contribuisce di persona e in modo determinante alla stesura del Bando Graziani sulla fucilazione di renitenti e disertori, poi sollecita dai magistrati la più severa applicazione della legge.
    Il 13 aprile 1944 il duce richiama il generale Gioacchino Solinas al massimo rigore contro chi elude l’arruolamento. Poi, siccome l’alto ufficiale non attua le direttive punitive del generale Mischi, lo caccia dalle Forze armate (Solinas rivendicherà di non avere «mai ordinato nessun arresto, nessuna convocazione di Tribunale straordinario, nessun rastrellamento di partigiani, disertori ecc.»).20
    Quando però, il 20 aprile 1944, il Tribunale militare di Parma condanna a morte trentasette renitenti, e centinaia di cittadini protestano in piazza, Mussolini commuta la pena capitale in dieci anni di reclusione, irritando sia i fascisti locali sia il Comando germanico.21
    Lo Schema per la costituzione dell’Esercito repubblicano – elaborato nel luglio 1944 dal sottosegretario dell’Esercito, colonnello Carlo Emanuele Basile – prevede che gli ufficiali siano esclusivamente volontari. Per la truppa, poiché le classi di leva «hanno miseramente risposto alla chiamata» e dal momento che «i pochi che hanno risposto alla chiamata non possono né devono essere considerati volontari», si vorrebbe tenere alle armi solo chi voglia effettivamente restarvi, per libera scelta.22 Ma poi si conferma l’obbligatorietà dell’arruolamento, per non svuotare le caserme. I Tribunali di guerra emanano a pacchi gli ordini di cattura contro i disertori: li si ritrova oggi negli archivi militari, acclusi ai fascicoli sull’Esercito repubblicano.
    Pressioni e minacce producono esiti fallimentari, come ammetterà nel gennaio 1945 il maresciallo Graziani, deprecando il «rilevante numero dei renitenti e mancanti alla chiamata che vivono nascosti nei paesi, nei centri agricoli e urbani, o alla macchia», dove alloggiano «indisturbati nelle loro case, anche nei paesi dove esistono organi di PS o distaccamenti della Gnr».23
    Nella guerra tra i disertori e la Rsi, quest’ultima ha la peggio.
    La fragilità dell’esercito spingerà il ministero delle Forze armate a ritirare ai suoi dipendenti «i documenti civili di riconoscimento e ciò per evitare che con tali documenti i militari, in caso di abusivo allontanamento dal Corpo e di diserzione, possano facilmente sottrarsi alle ricerche». Questo provvedimento, d’inizio febbraio 1945, chiarisce definitivamente – se ce ne fosse bisogno – la fragilità dell’esercito di Salò.24
    Guerra ai disertori (e ai loro familiari)
    Consapevoli dell’impopolarità dell’arruolamento, i fascisti vogliono costringere i giovani a presentarsi loro malgrado ai distretti. La pressione più efficace – e più crudelmente ingiusta – consiste nelle vendette contro i genitori. Sin da metà ottobre 1943 i manifesti di chiamata alle armi delle classi 1923-1924-1925 rimarcano «che in caso di mancata presentazione dei militari soggetti alla chiamata, oltre alle pene stabilite dal codice militare di guerra saranno presi immediati provvedimenti anche a carico dei capifamiglia».25
    Il 24 ottobre il generale Gastone Gambara, capo di stato maggiore dell’esercito, ordina l’arresto dei capifamiglia. I Comandi militari regionali opereranno sul doppio binario:
    arresto di uno dei membri della famiglia del renitente;
    rastrellamento dei territori del comune con operazioni di polizia.26
    Tra fine novembre 1943 e febbraio 1944 si combatte in molte cittadine una logorante battaglia tra gli apparati repressivi di Salò e le comunità locali, strette a difesa dei giovani minacciati di arresto. Il 30 novembre un agguerrito gruppo di donne libera dalla caserma dei carabinieri di Bagnolo Cremasco ventiquattro familiari di renitenti; l’episodio si ripete il 21 dicembre a Vailate (Cremona) da parte di un migliaio di persone disperse con raffiche a salve; il 19 dicembre una cinquantina di Camicie nere circonda Arzago d’Adda (Bergamo) e cattura tutti gli inadempienti alla leva; il 20 dicembre la folla caccia da Vernasca (Piacenza) militi della Gnr che inseguono i renitenti; il 9 gennaio 1944 i carabinieri disperdono a colpi di mitra «un gruppo di giovinastri» che reclama la liberazione di due ragazzi trascinati al centro di reclutamento di Cetona (Siena); il 19 gennaio i militi uccidono un manifestante che a Montieri (Grosseto) insieme a molti cittadini chiedeva il rilascio di undici genitori di renitenti; il 20 gennaio i carabinieri disciolgono una folla di donne e ne arrestano sei che a Roccastrada (Grosseto) cercavano di liberare la madre di un disertore.27
    Su ordine del ministero della Difesa nazionale, «debbono essere fermati come ostaggi genitori o congiunti di sesso maschile di militari resisi disertori».28
    Due anziani genitori scrivono una dignitosa lettera a chi li imprigiona per ricattare il figlio:
    Mantova, 16-9-1944
    Al Comando Militare Provinciale
    P.C. 791
    Al Sig. Colonnello Comandante
    Io sottoscritto Guerreschi Vilelmo fù Paolo, nato a Casale il 9 maggio 1894, residente a Pieve di Coriano, essendo stato arrestato insieme a mia moglie il giorno 16 settembre 1944 perché mio figlio sottotenente dei Bersaglieri Guerreschi Giovanni – classe 1920 – in forza presso a un Battaglione Cacciatori dei Appennini dal giorno 17 luglio noi non abbiamo più avuto sue notizie, e la mia posta è sempre ritornata indietro. Non posso dare notizie in quanto attualmente non so dove sia.
    Data la nostra età avanzata e le gravi condizioni di salute di mia moglie ci affidiamo alla bontà vostra per essere liberati quanto prima.
    Posso giorare di avere sempre insegnato a mio figlio la more per la Patria dato che io sono stato combattente, e decorato alla Medaglia di Bronzo al valore Militare dalla guerra mondiale e l’obbedianza agli ordini dei superiori.
    Dichiaro inoltre che lui non mi à mai parlato di voler disertare, perche se la vesse fatto lo avrei rimproverato sul serio.
    Sperando nella vostra bontà umilmente mi firmo
    Guerreschi Vilelmo
    Bottura Iola29
    Il generale Archimede Mischi, interprete della linea dura, si occupa personalmente di ritorsioni. Lo fa per esempio nel luglio 1944 quando, dopo la diserzione di un alto ufficiale, ordina «che tutti i componenti la famiglia del ten. col. Renato Franci siano presi come ostaggi e sistemati in luogo assolutamente sicuro a mia disposizione. Qualora il Franci non avesse famiglia o questa non fosse prontamente reperibile, saranno frattanto presi come ostaggi 10 capifamiglia di noti esponenti ribelli». Le vendicative conclusioni del dispaccio: «Dispongo che tutti i membri della famiglia dell’ufficiale siano subito catturati come ostaggi e trattenuti fino a che l’ufficiale non si sarà ripresentato».30
    Contestualmente Mussolini esorta Mischi a misure risolutive «contro il banditismo» in Piemonte: «Bisogna liberarci di questa odiosissima piaga, col ferro e col fuoco».31 Il volitivo generale intraprende la «Marcia contro la Vandea», nel vano tentativo di estirpare il partigianato dalle vallate alpine.
    Mischi ha il rovello della ritorsione sui familiari: contro quelli dei ribelli come contro quelli dei disertori. Nel Gran rapporto ai comandanti regionali dell’esercito, da lui tenuto a Bergamo il 15 giugno 1944, raccomanda di prendere in ostaggio le famiglie dei militi della Guardia nazionale repubblicana «in relazione alla scarsa resistenza che oppongono i presidi della Gnr quando non sono addirittura conniventi con i ribelli».32
    I Notiziari dei Comandi provinciali della Gnr individuano nelle famiglie e nelle popolazioni il principale sostegno di renitenti e disertori. In Lombardia, per esempio, nell’agosto 1944 «si segnalano ancora defezioni dai reparti, anche su istigazione delle famiglie, che compiono in molti casi opera deleteria sull’animo dei giovani alle armi».33
    Persino la censura della corrispondenza evidenzia «una morbosa tendenza a incitare alla diserzione e al disfattismo politico».34
    Pur di far liberare i genitori, i giovani si presentano a testa china, rassegnati a servire in armi uno Stato nel quale non si riconoscono. L’odioso reclutamento provocherà pesanti contraccolpi sulla Rsi.
    I padri dei disertori rientrati nei ranghi sono ritenuti responsabili della loro condotta; in caso di nuova fuga, ne pagheranno le conseguenze. Per responsabilizzarsi, debbono sottoscrivere un impegno a futura memoria:35
    Il sottoscritto domiciliato nel comune di …… padre del …… (1)
    nel pieno riconoscimento della colpevolezza del figliolo che chiede ora di compiere coscienziosamente il proprio dovere di buon cittadino e di buon soldato, si dichiara con la presente suo garante morale e materiale, nel senso che qualora il suddetto figlio venisse ulteriormente meno ai suoi doveri militari, il sottoscritto ne assume a priori le relative conseguenze che possono giungere sino al sequestro della proprietà ed al proprio trasferimento in Germania.
    Data ……
    (1) renitente o mancante alla chiamata.
    Sui padri pende la spada di Damocle della rovina economica e della deportazione. Nell’ultima settimana del 1943 la Gnr chiude a Vercelli sette negozi e affigge sulle saracinesche la scritta Chiuso perché padre di un disertore. A Sondrio si ritira la licenza a un tassista perché tre suoi figli sono espatriati in Svizzera. Episodi simili vengono pubblicizzati dal «Corriere della Sera» e dalla stampa di provincia.36
    I Comandi militari regionali calibrano la repressione a seconda delle circostanze. Il capo della provincia di Livorno ordina la confisca dei beni ai favoreggiatori di disertori: saranno distribuiti ai denunziatori dei ribelli.
    In alcune regioni (Umbria in primis) vengono ritirate le carte annonarie ai familiari dei fuggiaschi, per ridurli alla fame.
    A metà febbraio 1945 lo stato maggiore dell’esercito impartisce direttive draconiane, basate sul criterio della responsabilità parentale:
    A) Fermo dei membri maschi della famiglia cui appartiene il disertore, in età dai 18 ai 40 anni. Da tale fermo sono esclusi i famigliari regolarmente iscritti al Partito Fascista Repubblicano o che esercitino attività presso Enti militari italiani o tedeschi, ove aderiscano al Regime. Il fermo è limitato a 7 giorni e viene tramutato in arresto per la durata di 3 settimane, trascorse le quali se il disertore non è rientrato al Corpo, l’arrestato viene tradotto in un Campo di concentramento.
    B) Nei confronti delle famiglie le quali, oltre ad avere un proprio componente disertore, sono decisamente contro il Regime, la rappresaglia non deve limitarsi al fermo, ma deve essere integrata dalle seguenti misure:
    1. Rurali: severa perquisizione domiciliare, sequestro del bestiame e di altri beni;
    2. Commercianti: sequestro di merci, ritiro della licenza, chiusura del negozio;
    3. Liberi professionisti: radiazione dall’albo;
    4. Salariati in genere: licenziamento in tronco, senza alcuna indennità.37
    Nella guerra civile chi di rappresaglia ferisce di rappresaglia perisce. Se si molestano e vessano le famiglie dei disertori, altrettanto accadrà alle famiglie dei fascisti. Nel luglio 1944, dopo che al Comando provinciale di Genova si registrano «altre 145 diserzioni», il generale Giusiana ritiene «prevedibile non rimanga fra breve alcun militare inquadrato nei reparti», come conseguenza delle intimidazioni partigiane contro i familiari dei soldati.38

  7. #7

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    In Italia non si riesce a fare un qualcosa di minimamente organizzato in tempo di pace, figurarsi in guerra, come singoli sappiamo essere fenomenali, come collettivo facciamo ridere, non dipende dai soldati dipende dalla catena di comando.

    Esempio di mio addestramento militare, alpini, CAR a Cuneo, anno i967, lancio di bomba a mano… procurarsi un sasso grosso circa come un pugno, mettersi tutti in fila indiana, attendere l'ordine, poi avanzare di 5 passi, fianco dest, attenti e saluto al capitano seduto sulla sedia (il sasso nella sinistra altrimenti di dai una sassata in testa), fianco sinst, avanzare 5 passi, gamba sinistra in avanti, con la destra lanciare la pietra, dietro front avanzare 5 passi, fianco sinist, attenti, saluto al capitano, fianco dest e levarsi dalle palle alla svelta che deve arrivare un altro a lanciare il sasso.

    Al reggimento, quota sopra ai 1.000 metri diritto a rancio speciale, cibo di mer.. corrente elettrica tagliata dalle 17 alle 21,50, allacciata per 10 minuti poi tolta, tutti in branda, era necessario comprarsi le candele per scrivere a casa o fare una partita a carte, uscire neanche a parlarne, fuori solo tedesco, freddo e senza soldi che fai? Rubavano su tutto il possibile, fossimo andati in guerra il primo giorno di battaglia un 10% degli ufficiali e sottufficiali sarebbe morto per fuoco amico (e non scherzo!).

    Santo cielo che esercito! Eppure gli ufficiali freschi di accademia erano veramente bravi e motivati, poi l'ambiente li guasta.
    Ultima modifica di carpen; 07-12-19 alle 18:39

  8. #8
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    caro Otto leggi bene ,ho scritto che e' semplicistico addossare al duce bla bla .. altrimenti tutte quelle decine di migliaia di incapaci che pululavano gia' allora nell'amministrazione sono da considerarsi emendati ? andiamo su ,gli Italiani ,quasi tutti ,(i miei nonni per es no, non avevano la tessera e campavano male proprio per quello) portano la responsabilita' . pure quei compagni che si svegliarono dal torpore sul traguardo es napolitano o poveretti dovevano pur insegnare ,iotti e molti altri cambia camicia all'ultimo senza dire dell'elite dell'imprenditoria nazionale . il post e' stato aperto sull'efficenza delle forze armate 2ww. per esempio i tedeschi erano ai vertici come efficenza ma non e' bastata.

  9. #9

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    Non si capivano neanche, molti parlavano solo il dialetto, poi non ci hanno mica finanziato.

  10. #10
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    caro Otto leggi bene ,ho scritto che e' semplicistico addossare al duce bla bla .. altrimenti tutte quelle decine di migliaia di incapaci che pululavano gia' allora nell'amministrazione sono da considerarsi emendati ? andiamo su ,gli Italiani ,quasi tutti ,(i miei nonni per es no, non avevano la tessera e campavano male proprio per quello) portano la responsabilita' . pure quei compagni che si svegliarono dal torpore sul traguardo es napolitano o poveretti dovevano pur insegnare ,iotti e molti altri cambia camicia all'ultimo senza dire dell'elite dell'imprenditoria nazionale . il post e' stato aperto sull'efficenza delle forze armate 2ww. per esempio i tedeschi erano ai vertici come efficenza ma non e' bastata.
    E' semplicistico un par di balle..

    gia' il tuo beniamino crapa pelada in primis era una nullita' totale oseno' una presa per ilcu' come quella "degli aerei" l'avrebbe sgamata...

    ahahahah

    tra lui e l'altra cima del fratello Arnaldo pensavano solo a rubare...ladroni di stato...anzi, super ladroni...

    Tra il 1926 e il 1928 Ernesto Belloni è il podestà di Milano. Sotto la sua gestione la città s’indebita enormemente, si parla addirittura di 700 milioni di deficit. La metropoli s’impoverisce, mentre il podestà diventa sempre più ricco. Molti lo considerano un profittatore, un uomo che sfrutta la sua carica per fare affari. Durante il suo mandato entra nel consiglio d’amministrazione di una ventina di società, alcune delle quali ottengono dal comune contratti molto generosi. C’è poi la storia del prestito americano – 600 milioni di lire – concesso al municipio dall’istituto di credito Dillon, Read & Co. Belloni e il ministro delle Finanze, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, sostengono, contro la rivale J.P. Morgan & Co., l’offerta della Dillon Read che considerano la migliore. Si tratta di un’operazione finanziaria complessa, che ha bisogno di forti coperture politiche. Patrocinatore del prestito è Arnaldo Mussolini, direttore del «Popolo d’Italia» e gran signore di Milano. Così, grazie anche ai buoni uffici del fratello, il duce dà il via libera alla manovra e l’affare si chiude in tempi record.È un prestito che fa discutere, sospetti e veleni si addensano sul Duomo. Farinacci, sempre attento alle vicende milanesi, intravede nei traffici di Belloni e soci un’occasione di rilancio dopo l’estromissione dalla segreteria del partito. Nel 1928, un fedelissimo del ras – l’onorevole Carlo Maria Maggi, già federale di Milano – invia a Mussolini una serie di memoriali con cui accusa di corruzione il podestà, il federale in carica Mario Giampaoli e altri politici locali. In particolare Giampaoli, fascista diciannovista ma acerrimo nemico di Farinacci, sarebbe a capo di una vera e propria organizzazione criminale, mentre Belloni avrebbe intascato una maxitangente per l’appoggio fornito all’offerta Dillon Read. Il regime accusa il colpo, ma all’inizio fa quadrato attorno all’amministrazione meneghina: Milano è un centro politico-finanziario strategico e Belloni è troppo vicino ad Arnaldo Mussolini per essere bruscamente scaricato. Anche se Maggi viene ammonito e sconfessato, con il passare dei mesi, però, qualcosa si muove. Il dissesto del bilancio comunale, le accuse precise di Maggi e l’offensiva di Farinacci impongono un cambio della guardia. Giampaoli è prima allontanato con una promozione e poi espulso dal partito e inviato al confino con altri 34 esponenti del gruppo dirigente milanese. Belloni è costretto alle dimissioni, ma viene salvato e rieletto deputato alle elezioni del 1929.Per Farinacci è già una vittoria, ma il ras sa bene che dietro all’ex podestà si nasconde Arnaldo Mussolini. Decide allora di alzare la posta, giocando con il duce una partita sul filo del ricatto. Nell’estate del 1929, dalle colonne del suo giornale, accusa ripetutamente l’onorevole Belloni di illeciti amministrativi e per il sostegno alla Dillon Read nonostante fossero pervenute offerte migliori da altre banche. La storia del prestito investe Milano e scuote Roma, perché coinvolge il governo e il ministero delle Finanze. Per chiudere rapidamente la vicenda, Mussolini nomina una commissione d’inchiesta. Belloni ne esce male e viene sospeso da ogni attività politica, ma anche Farinacci è sconfitto, e rimedia una deplorazione formale per aver lanciato pubblicamente accuse diffamatorie contro il governo.La polemica però non si placa, e nel febbraio 1930, spalleggiato dal segretario Turati, Belloni decide di querelare per diffamazione «Il Regime Fascista». A nulla serve un incontro tra Farinacci, Turati, Leandro Arpinati, Achille Starace, Arnaldo Mussolini e Alessandro Melchiori per cercare una soluzione capace di salvaguardare l’immagine del regime. Della riunione resta un verbale, che mostra quanto la «rivoluzione» fascista sia stata intesa da molti dei suoi protagonisti come un vero e proprio affare:
    ARPINATI: Dopo la sua nomina a podestà [Belloni] migliora ancora la sua posizione … Bisogna vedere se è un reato. Se delle persone sono andate da lui per la sua posizione politica, chi è fra noi che non usa la sua posizione politica?STARACE: È automatico.ARPINATI: Io ora vado in automobile, ho la serva; tutte cose che prima non avevo…TURATI: Sotto questo punto di vista siamo tutti dei profittatori! [sic!]ARPINATI (continuando) … ho una posizione sociale che prima non avevo e che mi permette un determinato tenore di vita. Tu stesso che fai l’avvocato, io credo che tu non pensi che saresti diventato il grande avvocato Farinacci se non fossi ex Segretario del Partito.50
    «Siamo tutti profittatori.» Sì, ma anche tutti innocenti. È questo il senso del mea culpaturatiano e il «puro» Farinacci non è certo da meno. D’altronde già nel 1928, quando sul suo giornale aveva elogiato quei fascisti rimasti «********» come nel 1922, Mussolini gli aveva scritto:
    Quanto alla pezzenteria e alle fortune io non contesto che tu fossi pezzente nel 1922 ma nego nella maniera più recisa che tu sia rimasto pezzente nell’anno di grazia 1928 – sesto del regime. I veri ******** non vanno in automobile e non frequentano alberghi di lusso. La demagogia del falso ********smo mi è odiosa.51
    La riunione dei sei gerarchi, al di là delle buone intenzioni, non approda a nulla di concreto. L’idea di Arnaldo Mussolini di risolvere la questione all’interno del partito fallisce. Belloni non ritira la querela e Turati lo lascia fare, sperando così di liberarsi una volta per tutte di Farinacci. Il 18 marzo 1930 viene avviata la fase istruttoria del processo contro Paolo Pantaleo, direttore responsabile del «Regime Fascista», ma Farinacci, vestendo ancora i panni dell’incorruttibile censore, chiede di essere processato e la Camera concede l’autorizzazione a procedere. Intanto Alessandro Groppali, travolto dallo scandalo della Banca Popolare Agricola e abbandonato da Farinacci, tenta di vendicarsi inviando a Belloni un memoriale pieno di accuse contro il vecchio amico. Ne nasce l’inchiesta, già citata, condotta dal senatore Alberici che corre parallela all’istruttoria. Oltre all’imbarazzante storia della tesi di laurea e ai terreni di Ala-Ponzone, compaiono altri affari e presunte mazzette intascate dal ras. E se alla fine risulta che le accuse di Groppali non si basano «su prove inconfutabili»,52 è altresì vero che molti dei testimoni ascoltati da Alberici sono persone legate al ras. Farinacci, però, come si è visto, ne esce pulito.Pochi giorni dopo la chiusura dell’indagine interna, si apre il dibattimento processuale contro Belloni. Mussolini è preoccupato: secondo la voce messa in giro da Farinacci e sodali, l’ex podestà di Milano avrebbe diviso la maxitangente di 5 milioni della Dillon Read proprio con Arnaldo Mussolini e Giampaoli. Il ras com’è ovvio si guarda bene dal dirlo pubblicamente, ma al duce il messaggio ricattatorio giunge chiaro. Così, a pochi giorni dalla prima udienza, Mussolini costringe alle dimissioni Augusto Turati, il grande nemico di Farinacci. Il tempestivo rimpasto alla segreteria del Pnf è un segnale di tregua lanciato al ras e, guarda caso, al processo il nome di Arnaldo Mussolini non è mai evocato e anche il governo, seppur tirato in ballo da Belloni, riesce a farla franca. Alla fine il tribunale assolve Farinacci e Paolo Pantaleo, mentre l’ex podestà viene espulso dal Pnf per i suoi traffici e inviato al confino per cinque anni. Il ras ha vinto la sua battaglia, e ancora una volta può presentarsi come il camerata che ha salvato il fascismo dalla corruzione e dal malaffare. Mussolini lo riabilita revocando la deplorazione del 1929. È un atto dovuto, del quale il duce avrebbe volentieri fatto a meno. La corda ancora una volta non si è spezzata, ma il ricatto di Farinacci ha compromesso i rapporti. Così, nonostante il trionfo, il ras non ottiene alcun incarico governativo né, tantomeno, la segreteria del Pnf, affidata, dopo l’estromissione di Turati, al moderato Giovanni Giuriati. Il gerarca resta dunque ai margini del regime, e per anni il duce si rifiuterà di riceverlo. Solo tra il 1933 e il 1934 il contrasto sarà sanato.È, quello, un momento di grandi cambiamenti. La Germania ha scelto Hitler e il Vecchio Continente, uscito da Versailles, sembra scricchiolare. In questo mutato scenario internazionale, Mussolini inizia a guardare oltremare e a sognare la creazione di un impero. Per dettare la via e mobilitare il paese serve tutta la retorica della vecchia guardia. Il mito dell’azione e del combattentismo, l’esaltazione della guerra e del sangue tornano di moda. Sono i temi tipici dello squadrismo, le note care alle camicie nere, le corde che nessuno sa toccare e far vibrare come Farinacci. Per il ras è un ritorno alle origini, per il duce un calcolo politico: serve il fascismo intransigente e, dunque, serve Farinacci. Così il ribelle torna in auge, viene confermato alla Camera dei deputati nel 1934 e riammesso nel 1935 nel Gran Consiglio del fascismo. Il moralizzatore della vita pubblica si fa megafono del nuovo corso mussoliniano, senza più creare problemi all’establishment e ovviamente senza mai trascurare i propri affari. I metodi poco ortodossi del ras speculatore riemergono chiaramente in una relazione Ovra di quell’anno, dove il gerarca, con il «filibustiere» Varenna, è descritto come uno che «taglieggiava molti industriali» obbligandoli a versare «cifre rilevanti» al suo giornale.53 «Trenta, quaranta mila lire… Chi sottostava per paura, chi sottostava per avere poi favori dall’on. Farinacci legato in modo speciale alle cricche affaristiche»54 del ministero delle Corporazioni.Al di là dei presunti ricatti e minacce, Farinacci continua a essere il referente politico di settori importanti della finanza e dell’alta industria, il terminale ultimo delle consorterie e dei potentati locali, una sorta di grande vecchio capace di condizionare la macchina statale e piegarla al proprio volere. Il 4 marzo 1935, per esempio, la polizia intercetta una telefonata tra il ras e un certo dottor Riva. «Domani si discuterà la questione che sai» dice Riva, e Farinacci: «Sì, sì. Ho addomesticato il giudice». Riva insiste: «L’essenziale è che si provveda in quel senso». Farinacci risponde senza esitazioni: «Si andrà davanti al giudice, che farà un interrogatorio addomesticato».55Pochi mesi dopo, quando l’Italia aggredisce l’Etiopia, il gerarca decide di sospendere momentaneamente gli affari e testimoniare la sua fede fascista, partendo volontario alla conquista dell’impero. La sua avventura esotica in terra d’Africa assume tinte grottesche quando un giorno, insieme ad altri commilitoni, va a pescare in un lago nei pressi di Dessiè. Niente canne né reti, solo bombe a mano. Qualcosa però va storto, e la pesca finisce male: una granata esplode improvvisamente e Farinacci perde la mano destra. Sarebbe solo una disgrazia, se non fosse proprio lui a renderla tragicomica ordinando ai presenti: «Ohè, mi raccomando, noi stavamo facendo un’esercitazione. Che nessuno dica che eravamo a pescare».56 Ma la voce corre e dal deserto africano giunge a Roma. E se la gente già mormora, il regime, impegnato a costruire il mito imperiale, chiude invece un occhio concedendo al reduce il Gran cordone dell’Ordine coloniale della Stella d’Italia, la medaglia d’argento al valor militare e, con sommo disappunto dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, addirittura la tessera di mutilato.Così, accolto trionfalmente nella sua Cremona, l’eroe d’Abissinia torna alla politica e ai suoi traffici. Dopo la campagna d’Etiopia, l’idillio con il regime prosegue con l’avvicinamento italiano alla Germania di Hitler. Farinacci sostiene la svolta filonazista, diventando anche uno dei principali protagonisti della campagna antisemita, che nel 1938 porterà alla promulgazione delle leggi razziali. È proprio in questo contesto, che si collocano alcune inquietanti informative dell’Ovra. Farinacci è accusato di sfruttare le misure antiebraiche per arricchirsi: avrebbe, infatti, aiutato «il notissimo ebreo di Parma»57 Giuseppe Muggia a ottenere la discriminazione dal ministero dell’Interno ricevendo in cambio ben 2 milioni di lire. È una somma rilevante, ma Muggia sicuramente può permettersela. È un imprenditore «multimilionario»,58 che si occupa di trasporti pubblici e costruzioni. Sull’intercessione del gerarca la spia non ha dubbi e il quadro generale non fa che aumentare i sospetti. Murgia non solo risulta effettivamente discriminato per «benemerenze eccezionali», ma le sue donazioni effettuate per «accattivarsi la benevolenza delle Autorità» sono ampiamente documentate,59 come quella di 1 milione di lire del 1938 alle opere assistenziali del regime. Ed è inquietante che, citando un altro caso di discriminazione, la spia alluda alla cifra di 2 milioni come a una «tariffa fissa» chiesta da Farinacci per il suo compenso in prestazioni di questo genere.60L’accusa di aver protetto molti ebrei «lautamente pagato»61 torna anche in altri documenti. Nella già citata relazione del 1941 si parla di un certo Kirchen e poi del «noto ebreo rumeno Schiapira», consigliato da persone legate al ras di rivolgersi proprio «all’On. Farinacci per ottenere la discriminazione».62 Il suggerimento, però, suona ricattatorio, perché quando Schiapira «tergiversa, non risponde e non si fa vivo», allora gli si fa subito arrivare l’avvertimento «che senza Farinacci egli non otterrà niente».63 Sono gli anni cupi della persecuzione ebraica, dell’abbraccio fatale con la Germania nazista, del secondo conflitto mondiale. Farinacci attraversa questo periodo, sposando in pieno la causa nazifascista. Tutto, però, crolla con il 25 luglio 1943.Nella notte del Gran Consiglio il ras non vota l’ordine del giorno Grandi, presentando invece una propria mozione. Poi, l’arresto di Mussolini e la caduta del fascismo. Farinacci si rifugia nell’ambasciata tedesca e il 26 luglio, protetto dai nazisti, raggiunge la Germania. È la sua grande occasione per accreditarsi definitivamente come l’erede del duce. Incontra anche Hitler, ma le critiche rivolte a Mussolini durante il colloquio non piacciono al Führer. Goebbels, nel suo diario, descrive Farinacci come «un babbeo», un «********* maldestro» che forse ha partecipato anche al «complotto» contro il dittatore italiano.64 Ormai senza prospettive e «affidato alle cure di Himmler»,65 il ras è trasferito a Marienbad, nei Sudeti. Intanto, a Roma, il governo Badoglio inizia a indagare sulle fortune degli ex gerarchi.Il 16 agosto 1943, Ettore Casati, presidente della commissione per gli illeciti arricchimenti, su richiesta del ministero delle Finanze, ordina «il sequestro conservativo»66 del patrimonio di Roberto Farinacci. Scattano le perquisizioni a tappeto. Nell’abitazione del ras gli agenti trovano «due schede testamentarie scritte e sottoscritte di pugno» da Farinacci nel 1942 con una lista dettagliata del suo patrimonio: testata del giornale, intero pacchetto azionario della società editoriale Cremona Nuova, appartamento di via Aterno a Roma, tenuta in via Nomentana, sempre a Roma, appartamento a Milano in via Luciano Manara n. 1, villa a Serapo, presso Gaeta, piccola proprietà in via Sant’Agostino degli Scalzi a Napoli, 6 milioni tra buoni del tesoro e titoli azionari, un’assicurazione sulla vita di 300.000 lire.67Va altresì detto che la società editrice era proprietaria anche del lussuoso palazzo che ospitava il giornale, tant’è che il gerarca con il suo testamento poteva disporre a favore della segretaria particolare Maria Antonioli uno degli appartamenti dell’immobile. Con questa disposizione, Farinacci – annotava la commissione – «palesemente attribuivasi la proprietà di quell’edificio».68 L’osservazione è rilevante, perché il ras aveva tentato di nascondersi dietro dei prestanome, ma l’espediente era emerso proprio durante la perquisizione della sua abitazione con il ritrovamento di cinque lettere, inviate il 22 luglio 1942, da Giuseppe Moretti, Nino Mori, Enrico Mario Varenna, Antonio Della Corna e appunto Maria Antonioli. Ufficialmente risultavano essere azionisti di minoranza della società, ma nelle missive «ciascuno di essi precisava che le azioni a loro intestate erano di proprietà di Roberto Farinacci».69 Dunque non erano soci, ma solo dei prestanome. Le lettere confermavano il metodo farinacciano, già segnalato dall’Ovra, di affidare le sue ricchezze a società anonime e a prestanome per poter continuare «con spudoratezza ad attaccare gli altri a insinuare contro gli altri e a far credere che lui è quello che non è, che non è mai stato».70Il regime, quindi, sapeva, ma lasciava correre. Solo con la caduta del fascismo la verità viene a galla investendo il ras e la sua cricca. Mori e Varenna vengono arrestati, e la polizia ferma anche «la famigerata Maria Antonioli», la potente segretaria di Farinacci che, secondo l’Ovra, aveva accumulato negli anni un tesoretto da «oltre due milioni» di lire.71 I quotidiani raccontano che nella «sua borsetta sarebbe stato ritrovato un mazzo di chiavi di cassette di sicurezza, assegni di banca e gioielli».72 Con quelle chiavi, il 31 agosto, la Guardia di Finanza irrompe in una filiale cremonese del Credito Italiano. Qui, nella cassetta di sicurezza n. 88, le fiamme gialle sequestrano buoni del tesoro, marchi tedeschi, titoli azionari e vari libretti di risparmio per un totale di 6.129.501 lire.73 L’indagine si estende subito alla Banca Nazionale del Lavoro, dove vengono sequestrate le azioni della società editrice intestate a Farinacci e ai suoi prestanome. Gli inquirenti s’impossessano, poi, dei mobili dell’appartamento cremonese «nonché delle biancherie, dei libri, dei capi di vestiario» per un valore complessivo di 1.819.120 lire.74 La scena si ripete alla Cascina Guarnieri e al «piano terra del Palazzo della Rivoluzione fascista» con il sequestro di beni per un totale di 167.720 lire. Infine, sono confiscate due automobili valutate «l’una 80.000, l’altra 13.000 lire».75 Nel mentre, la famiglia tenta di salvare il salvabile in tredici casse e quindici colli, carichi di «oggetti vari in argento, vassoi, candelabri, vasi, anfore, piatti di diverse dimensioni, servizi diversi da tavola …, coperte, biancheria di varia specie, stoviglie, cristalleria».76Il ras, ancora in Germania, viene a sapere dei sequestri e, preoccupato per il suo patrimonio, prende contatti all’insaputa dei tedeschi con l’ambasciata italiana a Berlino, tramite la quale fa pervenire alla commissione Casati un memoriale in cui, lungi dallo scagliarsi contro i traditori della patria, plaude all’iniziativa del governo Badoglio, lamentando però che «dei soprusi già erano avvenuti e gli era giunta notizia che tutto quanto gli apparteneva era stato sequestrato».77 Nel memoriale il ras dichiara inoltre di aver guadagnato come avvocato 11.900.000 lire in diciassette anni e altri 2 milioni in operazioni di borsa, per un totale di 13.900.000 lire. Di questi, 5.500.000 lire sarebbero finiti in buoni del tesoro, azioni e conti correnti, mentre altri 3.190.000 lire sarebbero stati spesi per l’acquisto della villa di Gaeta, dell’appartamento di via Aterno e della tenuta di via Nomentana a Roma, e dello studio di Milano.Frattanto, alla commissione Casati giungono le prime denunce. Il 1° settembre 1943, il signor Tullio Biagioli di Pavia scrive «che nel periodo dal 1923 al 1930 lungo la strada Jolanda di Savoia nelle bonifiche Ferraresi» si vedevano molti cartelli con scritto «Proprietà Farinacci tenuta…».78 Successivamente tali scritte sarebbero state sostituite da altre recanti il nome di una società anonima. Il signor Biagioli ancora non sa che per quella denuncia finirà presto nei guai. Mancano ormai pochi giorni all’armistizio dell’8 settembre, alla liberazione del duce e alla nascita della Repubblica Sociale. Con la creazione del nuovo regime fascista e la conferma da parte di Mussolini dell’inchiesta sugli illeciti arricchimenti, le accuse di Biagioli, come tutto il materiale prodotto dalla commissione Casati, finiscono nelle mani delle autorità repubblichine. Farinacci, intanto, il 18 settembre è rientrato in Italia, recuperando quasi tutti i beni che gli erano stati sequestrati nei famosi quarantacinque giorni.Nella Rsi il gerarca non ricopre alcuna carica politica, ma continua a essere il signore di Cremona. Biagioli, dunque, ha paura. Quando viene interrogato, ritratta maldestramente: parla di un «mistero di coscienza», forse legato a un vecchio «trauma per caduta» del 1915, che lo avrebbe indotto a rivelare «fatti che non esistevano».79 Naturalmente i magistrati non gli credono. Farinacci, da parte sua, respinge le accuse, negando di «aver mai posseduto dei beni terrieri nel territorio di Ferrara».80 Intanto la commissione di Brescia inizia a fargli i conti in tasca. Il 740 che Farinacci ha inviato alla commissione Casati non convince la magistratura repubblichina. Gli inquirenti hanno in mano i verbali dei sequestri effettuati da Badoglio e la cifra complessiva dei buoni del tesoro, titoli e conti correnti sarebbe molto più alta: 6.129.501 lire. Il ras non ha dichiarato tutto, mancano all’appello oltre 600.000 lire. Sarebbe già grave, ma non finisce qui, perché la commissione contesta al ras anche altre «omissioni»: la liquidazione «dei premi delle assicurazioni» e la spesa «per l’arredamento ricchissimo» delle sue abitazioni, «per l’acquisto di automobili», per l’argenteria e gli oggetti preziosi, per il palazzo del giornale e «il macchinario tipografico». Alla fine, confrontando i redditi dichiarati – ben 700.000 lire all’anno – e le tasse pagate annualmente, la commissione di Brescia ordina nel giugno 1944 la devoluzione allo Stato di «tre milioni quale importo di tributi … non corrisposti dall’Avv. Roberto Farinacci nel periodo dal 1° gennaio 1926 al 25 luglio 1943».81Insomma, per la Repubblica Sociale, Farinacci è semplicemente un avvocato che ha evaso il fisco. Si tratta di una sentenza incredibile e paradossale. L’anonima Cremona Nuova sarebbe una finta società, di cui Farinacci si attribuisce la proprietà in quanto unico azionista. In realtà, sostiene la commissione, si tratterebbe più propriamente di una fondazione, poiché il capitale sociale è costituito da donazioni volontarie versate al giornale e non al ras. Dunque, non facendo parte Cremona Nuova del patrimonio personale del gerarca, la commissione dichiara la sua incompetenza a procedere nell’accertamento di eventuali illeciti arricchimenti da devolversi allo Stato.Il gioiello di famiglia è salvo, ma il ras non ci sta ugualmente. Non intende passare per evasore e pagare ben 3 milioni di lire per tasse arretrate, così reagisce alla sua maniera. E, per rappresaglia contro il ministro della Giustizia, inoltra al duce un memoriale compromettente scritto da Pisenti e «inviato a Badoglio, nell’agosto del 1943, nel quale tentava di separare le sue responsabilità dal Fascismo e da Mussolini».82 È un attacco frontale. Il ministro della Giustizia è costretto a giustificarsi e scrive a Mussolini,83 mentre Farinacci continua la sua azione, inviando al duce una memoria in cui, come al solito, si presenta vittima di una congiura politica e contesta le accuse mosse dalla commissione per gli illeciti arricchimenti. Pisenti è descritto come un «nemico personale», mentre i magistrati avrebbero agito politicamente, trasformandosi «da giudici in uomini di parte».84 Il gerarca nega di essere scappato in Germania con il malloppo, ma piuttosto «con un sol fazzoletto, senza cappello, e col poco denaro»85 che aveva in tasca. Sostiene inoltre di essere stato l’avvocato «più tassato» d’Italia e di non dover rispondere a nessuno riguardo alle donazioni che aveva ricevuto a vario titolo, perché, scrive, «io mi sentivo, e tutti mi ritenevano, un uomo superiore ad ogni sospetto».86 Infine Farinacci, il totalitario che aveva contribuito a cancellare tutte le libertà e i diritti individuali e calpestato la legge in nome del regime, trovandosi ora sul banco degli imputati e dovendosi difendere, riscopre i vantaggi della legalità e del garantismo, reclamando addirittura «che con apposita legge sia ammesso il ricorso per Cassazione».87 Alla fine, nel settembre 1944, il ras risulta comunque prosciolto. Sulle ragioni del provvedimento, in assenza di documenti, si possono solo avanzare alcune ipotesi: o la Rsi, ritenendolo un evasore, lo ha assolto dall’accusa di illeciti arricchimenti, oppure la protesta del ras è andata a buon fine.Qui si chiude l’inchiesta della Repubblica Sociale, ma non quella dello Stato italiano. Dopo la morte del gerarca, nel dopoguerra, l’indagine investe i suoi eredi, la vedova Anita Bertolazzi e i due figli Franco e Adriana. Nel giugno 1947, il Tribunale di Cremona ordina la confisca di tutti i beni di proprietà del defunto Roberto Farinacci. Ha inizio una lunghissima battaglia legale tra lo Stato e la famiglia, che non ha nessuna intenzione di cedere beni immobiliari di grandissimo valore. Solo le due tenute romane di via Nomentana e Casal de’ Pazzi, più l’appartamento di via Aterno, secondo il ministero delle Finanze, valgono complessivamente 70 milioni. A questi si aggiungono i 450 milioni della società editrice Cremona Nuova, proprietaria del prestigioso palazzo sede del giornale. La direzione generale per la finanza straordinaria sa bene che lo sviluppo patrimoniale della società è «derivato dalla posizione dell’ex gerarca e dai contributi cosiddetti “volontari” e forzati di privati e di enti» di cui Farinacci, tra l’altro, disponeva liberamente. Gli inquirenti scoprono, inoltre, che la famosa tenuta di Casal de’ Pazzi, valutata ben 15 milioni, era stata ceduta nel 1939 «al Farinacci dal Ministero dell’Agricoltura e Foreste … a condizioni di particolare favore, tanto è vero che tale fondo costato allo Stato lire 400.000 venne venduto all’ex gerarca per sole lire 225.000».88Tra il 1947 e il 1952, per ben tre volte, la Cassazione accoglie i ricorsi degli eredi Farinacci contro la richiesta di confisca totale del patrimonio dell’ex gerarca, rinviando ogni volta il contenzioso a un nuovo processo. Nel mentre, per cautelarsi, lo Stato decide di avviare il procedimento di avocazione per profitti di regime per una cifra complessiva accertata di 614.627.000. Già con la seconda sentenza, ai sensi dell’art. 9 del dll 27 luglio 1944, n. 159, che fissava le sanzioni contro il fascismo e prevedeva la confisca totale dei beni di coloro che avevano collaborato con la Rsi, la Corte aveva cassato la sentenza del tribunale chiedendo che fossero precisate le responsabilità di Farinacci dopo l’8 settembre 1943 per graduare «la confisca in rapporto alla gravità delle ipotesi delittuose». Il tribunale aveva però insistito sulla confisca totale, costringendo la Cassazione a rinviare nuovamente la vertenza e a escludere esplicitamente l’art. 9. Alla fine del 1952, quando stava per iniziare il quarto processo, l’Avvocatura dello Stato manifestava al ministero delle Finanze la convinzione che la Cassazione non avrebbe mai approvato «una pronuncia di confisca totale», ricordando anche il caso del Maresciallo Graziani, nei confronti del quale, pur davanti a gravissime responsabilità di collaborazionismo, era stata disposta una confisca solo parziale.La battaglia legale andrà avanti, tra richieste di confisca, respingimenti della Cassazione e vani tentativi di accordo, fino all’aprile 1956 quando, di fronte all’ennesimo respingimento, il ministero delle Finanze decide di chiudere il contenzioso tramite concordato.È un accordo al ribasso. Non solo l’accertamento dei profitti di regime viene rivisto, e dai 614.627.000 di lire del 1949 si passa ai 269.500.000 del 1956, ma tale importo è pagato dagli eredi Farinacci tramite alcuni beni confiscati. E qui sta «il trucco», perché la confisca è una pena che prevede l’espropriazione senza indennizzo. Lo Stato, dunque, avrebbe potuto appropriarsi dei beni e pretendere comunque il pagamento degli illeciti arricchimenti dell’ex gerarca. Invece, grazie al concordato, la confisca finisce per assorbire quasi integralmente i profitti di regime. E le regalie non finiscono qui perché, anche nella scelta dei beni da confiscare, lo Stato mostra di piegarsi agli interessi dei Farinacci soprattutto nel caso del «gioiello di famiglia», il palazzo del giornale. Si tratta di un moderno edificio di tre piani costruito alla fine degli anni Trenta, diviso in una parte industriale e una civile costituita da appartamenti con ingresso e scala indipendenti. Gli eredi puntano ovviamente agli appartamenti, tra i quali spicca quello «super-lussuoso» del defunto ras, lasciando all’Erario il resto dell’immobile, occupato dai macchinari tipografici. Sono in totale 27 vani, che l’amministrazione pubblica cede alla famiglia per un tozzo di pane, valutandoli solo 4.100.000 lire, mentre la stima reale del 1956 risulta di ben 26 milioni. La cifra, poi, non venne neanche versata, perché già sequestrata a Farinacci prima della sua morte. Lo Stato s’impadronisce anche del 20 per cento della tenuta di Casal de’ Pazzi. In tutto, tra le azioni della società Cremona Nuova e la tenuta di Roma, la confisca è valutata 261.500.000 lire, cosicché ai Farinacci bastano solo 8 milioni per estinguere il debito relativo ai profitti di regime, pari a 269.500.000 lire.Il patrimonio dell’ex ferroviere, che durante il ventennio si era arricchito illecitamente grazie al fascismo, è salvo. Le case, le ville, i poderi, i titoli azionari, i gioielli, l’argenteria, gli oggetti preziosi e lo sfarzoso arredamento restano di proprietà della famiglia. Dopo undici anni di battaglie legali, gli eredi riescono così a preservare una ricchezza valutata oltre 600 milioni, pagando una cifra irrisoria in comode rate, e cedendo appena poco più di 2 ettari di terreno e una società in gravissime condizioni economiche, che nessuno più voleva, dopo averla comunque depredata di una bella fetta del suo patrimonio immobiliare. Nella battaglia contro i Farinacci, la Repubblica italiana esce sconfitta.
    Ultima modifica di OttoSettembre; 07-12-19 alle 19:08

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