Eroi dimenticati - Pagina 28
Piazza Affari inciampa, Banco BPM ostaggio del rebus M&A. Bene ENI e Saipem
Giornata senza verve per Piazza Affari. A tenere banco è sempre il newsflow sui vaccini con le autorità UK che son state le prime ad approvare l’uso del vaccino anti-Covid …
Banco BPM ha voglia di risiko, AD Castagna: ‘molto disponibili’, ma titolo maglia nera in Borsa. Vandelli (Bper): M&A ‘difficile se non impossibile’
Banco BPM si conferma interessata e disponibile a vagliare operazioni di fusioni: lo ha ripetuto oggi il numero uno, l’amministratore delegato Giuseppe Castagna, ammettendo di provare anche un po’ di …
Crollo UniCredit post addio Mustier: fondi esteri in fuga, che farà BlackRock? A caccia del nuovo AD: tra i nomi Morelli e Massiah
Fuga da UniCredit: emblema di fuga dall’Italia? Di certo il caso dimissioni Mustier ha appannato l’immagine sia della banca che del governo italiano e dunque di nuovo dell’Italia, provocando un …
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  1. #271
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    grazie per i tuoi contributi JACK !!!

  2. #272
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    Giuseppe Stuto, resistere a Caporetto



    La “Volpe del Deserto” Erwin Rommel è un personaggio divenuto famoso durante la seconda guerra mondiale ma non tutti sanno, forse, che fu un grande soldato anche durante la prima guerra mondiale. A Caporetto, infatti, fu l’astuzia di Rommel a far retrocedere gli italiani nella celebre rotta. Molti tentarono di resistere al nemico tedesco ed austriaco, pochi ci riuscirono. Questa è la storia di un soldato che diede tutto per quella battaglia: Giuseppe Stuto.

    Il soldato topografo
    Era nato in una città in provincia di Agrigento, a Favara, il 14 dicembre 1870. Giuseppe Stuto aveva altri sei fratelli, lui era il quarto. Non appena terminò gli studi, entrò a far parte dell’esercito. Fu operativo in tutta Italia dal centro fino al nord, a Treviso, ad Imola per poi tornare al sud, in Sicilia, dove lavorò come topografo per effettuare alcuni rilevamenti in territorio siculo.

    La sua avventura bellica inizia nel 1915, inquadrato all’interno del 12° Reggimento di Imola. Giuseppe Stuto combatté all’estremo nord, ai confini con il nemico, in prima linea e si distinse in più occasioni. La prima fu durante l’offensiva del Podgorica dove venne ferito ben due volte ed, in entrambi i casi, in maniera piuttosto grave. Nonostante tutto, non volle abbandonare la sua posizione e combatté fino a che non stramazzò al suolo esausto. Venne salvato sempre in extremis. Ma si sa, come dicono anche i soldati del film “La linea di fuoco”, di miracoli, un uomo, ne ha solo tre a disposizione.

    L’eroico sacrificio
    Il 15 maggio 1917, infatti, Giuseppe Stuto venne ferito una terza volta in modo piuttosto grave ma non mortale. La sua mobilità era molto ridotta e, per questo motivo, assolutamente pericolosa divenne la sua presenza al fronte. Venuto a sapere del disastro di Caporetto, decise di raggiungere la sua 9° Compagnia e di prodigarsi come “diversivo” per i nemici, distinguendosi valorosamente mentre i suoi compagni si mettevano in salvo. Un proiettile lo colpì alla fronte mentre la calca austriaca lo inghiottiva. Stuto era ferito in maniera critica ma rimase in vita fino al 19 novembre 1917 quando, in un campo medico austriaco, morì.

    In suo onore gli venne concessa la terza ed ultima medaglia d’argento al valor militare. Un soldato assolutamente coraggioso, fortunato da un certo punto di vista e che volle rendere grazie alla sorte donando quello che più di grande aveva per una nobilissima causa: la difesa della patria.

  3. #273
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    Aldo Fiorini, il valoroso soldato della “Centauro”




    I soldati sono quanto di più esemplare e disciplinato una persona possa scegliere come punto di riferimento. La correttezza, il rispetto della legge, della pulizia nelle azioni sono tutti elementi che rendono l’uomo bonus. Ed era assolutamente un homo bonus Aldo Fiorini, caduto in Albania all’inizio dell’avventura bellica dell’Italia.

    L’atleta della Farnesina
    Aldo Fiorini nacque ad Ancona il 4 marzo 1916 mentre l’Italia era impegnata nel primo conflitto mondiale. Terminati i conflitti, crebbe in un Paese segnato dalla crisi e dalla distruzione di una guerra che, malgrado avesse interessato per lo più il nord, aveva gettato nella disperazione molte persone. Ecco che, quindi, solo con gli anni ’20, quando Fiorini era un adolescente, si ritrovò una certa stabilità. In particolare, il governo fascista imponeva ai propri giovani una preparazione fisica adeguata alla formazione dell’uomo italico. Aldo Fiorini non fu da meno dei suoi compagni coscritti e decise di intraprendere la carriera di sportivo. Dapprima, si impegnò in attività come corsa e altre discipline dell’atletica leggera.

    Ma fu il calcio che trasformò Aldo Fiorini in un idolo indiscusso della Unione Sportiva Anconetana, la prima squadra di Ancona. Il carattere, poi, gentile e benevolo di Fiorini lo aiutarono ad avere un enorme successo anche nel mondo lavorativo. Fiorini divenne, infatti, professore di educazione fisica ed insegnò anche alla Farnesina.

    Il volontario Aldo Fiorini
    Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Aldo Fiorini partì volontario in forza al 5° Reggimento Bersaglieri “Centauro” alla volta della Grecia e dei Balcani. L’avanzata fu molto difficoltosa, il terreno greco era impervio ma Fiorini avanzò con i suoi compagni nel tentativo di raggiungere Valona.

    Gli attacchi nemici divennero sempre più frequenti ed il 5° Reggimento venne rapidamente decimato. Per salvare i propri compagni, il 16 novembre 1940, Aldo Fiorini decise di salvare quante più vite potesse sacrificando la sua. Mentre i soldati italiani retrocedevano, l’eroe italiano si staccò dalla compagnia con alcune bombe a mano per disperdere i nemici. A dirla tutta, Fiorini riuscì nel suo intento ma una scarica di colpi di mitragliatrice lo uccise sul colpo.

    In suo onore, venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Comandante di un plotone bersaglieri, guidava il reparto per più giorni di combattimento con eroico valore e successivamente resisteva a rinnovati attacchi di forze soverchianti fino ad esaurire le dotazioni di munizioni. Incaricato con pochi valorosi di proteggere il ripiegamento della compagnia, consapevole dell’importanza e difficoltà del compito ricevuto, con fiero sentimento del dovere militare, attendeva, votato al sacrificio, il nemico. Nella lotta che se ne seguiva, si lanciava decisamente al contrassalto e riusciva con sole bombe a mano e con indomito ardimento a volgere in fuga l’avversario. Mentre fiero del successo lanciava orgoglioso il grido di vittoria, veniva abbattuto da una raffica di mitragliatrice. Fulgido esempio delle più nobili e gloriose tradizioni militari italiane”.

    Anche il Direttorio Divisioni Superiori della FIGC volle onorare la sua memoria, dedicandogli nel 1943 la Coppa Aldo Fiorini, competizione calcistica tra squadre iscritte alla Serie C che fu vinta dal Casale.


  4. #274
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    Andrea Bafile, ardito di Marina




    Andrea Bafile nacque il 7 ottobre 1878 a Montecchio, frazione de L’Aquila, dal medico Vincenzo Bafile e Maddalena Tedeschini D’Annibale. Fu il primo di dodici figli. Studiò presso la Regia Accademia Navale di Livorno, ne uscì col grado di guardiamarina e il 21 dicembre 1899 e si imbarcò sulla corazzata Lepanto. Ufficiale della Regia Marina, nel 1902 venne promosso sottotenente di vascello e poi, nel 1907, tenente di vascello. Si imbarcò dapprima sul torpediniere Elba e, successivamente, sulla nave da battaglia Vittorio Emanuele.

    Sprezzo del pericolo
    Nel 1911 prestò servizio presso l’Arsenale di Venezia e nel settembre dello stesso anno si imbarcò sull’esploratore Quarto, in allestimento a Napoli. Il 23 aprile 1913, proprio sul Quarto, si sviluppò un pericolosissimo incendio che rischiò di propagarsi fino alla santabarbara. Bafile impartì gli ordini necessari ai marinai ma, resosi conto della difficoltà di raggiungere i maneggi degli allagamenti, si fece calare, con grave rischio per la propria vita, nella stiva e con fermezza d’animo e sprezzo del pericolo riuscì ad aprire i tubi di allagamento, impedendo alla nave di saltare in aria.

    Il giorno 27 luglio 1913, in virtù dell’accaduto, venne decorato di medaglia d’argento al valor militare dal Re Vittorio Emanuele (fatto non comune in tempo di pace).

    La Grande Guerra
    Rinunciò alla promozione a Capitano di Corvetta e ad un incarico presso lo Stato Maggiore per poter continuare ad imbarcarsi su navigli leggeri. Dalla nave Quarto Andrea Bafile si imbarcò su siluranti da superficie: prima, con l’incarico di ufficiale in seconda, sull’Audace e poi come comandante sulla torpediniera Ardea, a bordo della quale operò durante la Grande Guerra, fino al giugno 1917.

    Nella notte tra il 4 ed il 5 ottobre dello stesso anno partecipò, in veste di osservatore volontario, al bombardamento aereo sulle Bocche di Cattaro, in Dalmazia, dov’era ubicata una fornitissima base navale austriaca: era la celeberrima spedizione guidata da Gabriele d’Annunzio (che lo chiamava “mio fratello d’Abruzzo”) e dal maggiore Armando Armani, nel corso della quale alcuni obiettivi nemici presenti nella baia vennero sorpresi e distrutti.

    In precedenza sui quattordici trimotori “Caproni” attrezzati per il volo da terra (Squadriglia 1° bis e 15° bis), Bafile aveva fatto installare attrezzature per il volo marittimo: fanali “Donati”, pistole da segnalazione “Very”, razzi illuminanti, salvagenti “Karpoc” a collare ; ma, soprattutto, volle le “bussole a liquido” di tipo navale, molto simili a quelle regolamentari usate dalle torpediniere, bussole che consentivano il volo cieco a piloti di terra abituati al volo a vista.

    Sebbene modesta, in termini di risultati pratici, l’impresa di Cattaro restò una delle imprese più famose della guerra aerea, avendo dimostrato le nuove potenzialità offensive sulla grande distanza della Regia Aeronautica Militare Italiana.

    L ‘esperienza e il contributo tecnico di Bafile furono ritenuti fondamentali, tanto da valergli una Medaglia di Bronzo al Valore Militare, onorificenza che consacrò come “meritevole” l’impresa alle Bocche di Cattaro.

    Da questa spedizione, purtroppo, Andrea Bafile non trasse solo onori ma anche una grave lesione alla cornea dell’occhio sinistro. Sul finire di ottobre venne mandato in licenza per cure. Aveva 39 anni.

    Alla fine del 1917, passato alle dipendenze del comando marittimo di Venezia, nonostante la menomazione alla cornea ottenne il comando del prestigioso Battaglione fucilieri “Monfalcone” del Reggimento di Marina “San Marco”, con il quale contribuì alla difesa di Venezia, tenendo saldamente il tratto di trincee e di paludi del Basso Piave a lui affidato.

    Il Reggimento San Marco era articolato in quattro battaglioni di tre compagnie da 250 uomini ciascuna, con il nome delle località che dovevano il compito di difendere: Monfalcone, Grado, Caorle, Golametto.

    L’estremo sacrificio
    Il 2 marzo 1917 Andrea Bafile, sostituendo il comandante Pietro Starita gravemente ammalato, assunse, quasi quarantenne, la direzione del famoso Battaglione d’Assalto Caorle (marinai arditi) partecipando alla preparazione di un’offensiva con lo scopo di operare una rettifica del fronte italiano oltre il Piave; lo scopo era, chiaramente, quello di sventare la minaccia di un’invasione di Venezia da parte austriaca. Mantenne il comando del Caorle fino ai fatti d’arme che ne causarono la morte, avvenuta sul Piave, a Cortellazzo (VE). Nella notte tra l’11 e il 12 marzo 1918, con altri quattro marinai arditi, riuscì ad oltrepassare il fiume per delle importanti ricognizioni sul suolo nemico; in fase di riattraversamento, mentre era alla ricerca di un compagno non rientrato col gruppo, venne scoperto e gravemente ferito. Spirò dopo essere rientrato dalla missione. Avvolta la bara in una grande bandiera tricolore, con un motoscafo prima e su un affusto di cannone poi, la salma fu trasportata presso il cimitero dei marinai a Cà Gamba, vicinissimo Cava Zuccherina (l’attuale Jesolo). Fecero corona moltissimi ufficiali con il comandante di Stato Maggiore Thaon di Revel ed il Generale Ceccherini. Celebrò la messa funebre il Tenente Colonnello Giordano, sacerdote del reggimento.

    La tragica fine di Andrea Bafile suscitò grande emozione nell’opinione pubblica e segnò profondamente l’animo degli uomini al fronte. All’indomani della morte, il capitano di vascello Alfredo Dentice di Frasso avanzò la proposta di conferire una medaglia d’oro alla memoria, proposta che venne subito accolta. Il 9 aprile 1918 il Battaglione “Monfalcone” venne rinominato “Andrea Bafile”, prima medaglia d’oro del reggimento.

    Così recita la motivazione della medaglia d’oro: “Comandante di un battaglione di marinai, mentre preparavasi una operazione sull’estrema bassura del Piave, volle personalmente osare un’arrischiata ricognizione tra i canneti e i pantani della sponda sinistra perchè, dallo strappato segreto delle difese nemiche, traesse maggiore sicurezza la sua gente. Tutto vide e frugò, e sventato l’allarme, già trovava riparo, quando notò la mancanza di uno dei suoi arditi. Rifece allora da solo la via perigliosa per ricercarlo e, scoperto poi dal nemico mentre ripassava il fiume,e fatto segno a vivo fuoco, veniva mortalmente ferito. Guadagnata la sponda destra in gravissime condizioni, conscio della fine imminente, con mirabile forza d’animo e completa lucidità di mente, riferiva anzitutto quanto aveva osservato nella sua ricognizione, e dirigendo ai suoi infiammate parole, atteggiato il volto a lieve sorriso che gli era abituale , si diceva lieto che il suo sacrificio non sarebbe stato vano. E passò sereno qual visse, fulgido esempio delle più elette virtù militari, coronando con gloriosa morte una vita intessuta di luminoso coraggio, di fredda, consapevole e fruttuosa audacia, del più puro eroismo”.
    -Basso Piave , 12 marzo 1918.



    Dal 20 settembre 1923 le spoglie mortali di Andrea Bafile riposano in un sacrario scavato fra le rocce della Majella a Bocca di Valle, presso Guardiagrele (Chieti), sacrario realizzato a partire dal 1920 per commemorare i caduti abruzzesi della prima Guerra Mondiale, il progetto fu eseguito da Raffaele Paolucci, l’eroe di Pola. La lapide, posta in ricordo dell’evento, così recita: “Figli D’Abruzzo morti combattendo per l’Italia e sepolti lontano tra le Alpi e il mare, la Majella madre vi guarda e benedice in eterno”.

  5. #275
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    Nicolò De Carli, infiltrato dietro le linee austriache



    La spia è un ruolo ambiguo, quasi subdolo, ma quanto mai fondamentale. Non è assolutamente un compito facile da svolgere, è difficile, bisogna essere pronti fisicamente ma, soprattutto, psicologicamente a fronteggiare qualsiasi problema. Nicolò De Carlo fu uno degli 007 ante litteram migliori del nostro esercito, uno dei più valorosi nella storia militare contemporanea.

    Il valente bersagliere
    Nicolò De Carli nasce il 19 maggio 1894 ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone. La città era già sotto il controllo italiano ma i confini austriaci erano a pochi chilometri. Si arruolò nel Regio Esercito ad inizio 1915 in forza al reggimento dei Bersaglieri. Una volta divenuto operativo, il 24 maggio dello stesso anno, venne mandato sulle Dolomiti bellunesi.

    La sua storia fu davvero molto ricca di colpi di scena e di atti di coraggio. Si distinse, in particolare, in occasione dei combattimenti sul Colbrincon essendo stato il primo a raggiungere la vetta e rinominarla in nome dell’Italia. In questa occasione, ottenne la medaglia di bronzo al valor militare: “Sempre in testa alla compagnia durante l’avanzata, dando esempio di valore ai suoi dipendenti giungeva sull’alta vetta, obiettivo dell’azione, gettando lo scompiglio tra i nemici”. Tutto, però, si stravolse con la disfatta di Caporetto.

    Infiltrato dietro le linee nemiche
    Gli austriaci ruppero le linee di difese italiane e penetrarono in territorio friulano e veneto. Anche Azzano Decimo cadde in mano nemica e De Carli dovette abbandonare la madre ad un destino nefasto. La promessa fu sacra: sarebbe tornato a salvarla. Nicolò De Carli, assieme al fratello Giuseppe, mantenne la promessa.

    Conoscendo la lingua austriaca, i De Carli riuscirono ad infiltrarsi all’interno del territorio nemico travestiti da pescatori. Le autorità, però, scoprirono Giovanni e lo condussero in tribunale. La sentenza per lui era certa: morte. Se non fosse stato per l’intervento della saggia madre che, al momento di garantire il riconoscimento del figlio, negò che si trattasse di Giovanni De Carli, probabilmente il giovane sarebbe morto. Egli venne, di conseguenza, liberato e poté riabbracciare il fratello e la madre astuta.

    Nicolò De Carli rimase in incognito per alcuni mesi fornendo informazioni fondamentali per quella battaglia che sarebbe stata decisiva: Vittorio Veneto. Una volta terminata la guerra, ai due fratelli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Offertosi spontaneamente, insieme col proprio fratello, per farsi trasportare in aeroplano nel suo diletto Friuli invaso, a compiervi la delicatissima missione di informatore, riusciva a compierla felicemente attraverso le più grandi difficoltà e le più terribili insidie, dando prova di sapiente spirito di organizzazione, di sublime abnegazione e di fulgido coraggio, sostenuto dalla fede incrollabile nella santità della nostra causa”.

    Nel dopoguerra, De Carli sostenne il fascismo fin dalla sua origine e divenne, anzi, deputato per il Partito Nazionale Fascista. La sua avventura si concluse il 1° dicembre 1937 a Torino quando un male incurabile ed immediato lo strappò dall’amore dei suoi cari e della nazione che, con grande coraggio, aveva servito e difeso.

  6. #276
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    Enrico Baroni, il marinaio fiorentino delle due guerre




    Di soldati che, in battaglia, hanno dato la vita ne abbiamo narrati tanti. Molti morirono sulla terra, che diventa sacra alla nazione dell’anima cadutaci sopra. Altri scomparirono in aria in seguito a tremendi scontri tra le nuvole. Altri sprofondarono con la loro nave, divenuta la loro dimora, tra i flutti del mare. Anche Enrico Baroni non abbandonò la propria imbarcazione.

    La Grande Guerra
    Enrico Baroni nacque a Firnze il 24 novembre 1892. Il suo ideale era semplice, conciso e preciso: diventare un valente marinaio. Lo scoppio della prima guerra mondiale non aiutò il giovane toscano nel suo intento dal momento che dovette frequentare l’Accademia di Livorno in pieno conflitto. Terminati gli studi venne immediatamente imbarcato sulla corazzata Roma, prima, e sulla Cavour, in seguito.

    Nel corso dei mesi, affinò le tecniche di combattimento nell’Adriatico e venne promosso a primo direttore di tiro sulla corazzata Dante Alighieri. La sua avventura nel conflitto terminò nel 1918, quando le ostilità cessarono. Tuttavia, serviva ancora molto lavoro prima di poter ambire ad avere una marina efficace come quella inglese. Per questo motivo, Baroni non lasciò mai la sua postazione ed, anzi, continuò a compiere missioni in giro per il mondo, in Medio Oriente per precisione.

    Il secondo conflitto mondiale
    Enrico Baroni partì, nel 1940, alla volta di Tobruk sul cacciatorpediniere Espero. Questa nave divenne molto famosa, di lì a poco, per la battaglia che ingaggiò insieme ad altre due imbarcazioni italiane contro 5 incrociatori anglo-australiani. La scelta di Baroni fu unica ed inequivocabile. Decise di spostarsi dalla traiettoria e di attaccare le cinque navi mentre le altre due, cariche di materiale e di mezzi per le truppe italiane in Africa, continuavano la propria rotta.

    L’Espero non poté praticamente nulla contro le navi alleate e, dopo due ore di strenuo e coraggioso combattimento, venne immobilizzato. Quando tutti i marinai furono messi in salvo, decise di restare lì, sull’Espero mentre colava a picco inesorabilmente.

    Al grido di “Viva l’Italia!”, la leggenda di Enrico Baroni scompariva tra i flutti.

  7. #277
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    Giacomo Schirò, soldato italo-albanese vittima dell’odio rosso



    La violenza rossa esiste. Da sempre. Inutile negarlo, ridimensionarne la presenza o gli episodi. La violenza della sinistra è nata insieme con i primi movimenti socialisti e comunisti e, da quel momento, ha trovato sempre il gruppo politico di turno che ne ha portato all’estrema esagerazione. A tal punto da condurre anche alla morte. Come nel caso del 18enne Giacomo Schirò.

    Una famiglia legata alla Patria
    Giacomo Schirò nacque in Sicilia il 23 novembre 1901, da una famiglia appartenente all’etnia arbereshe, i cosiddetti “albanesi d’Italia”. Il padre Giuseppe, in particolare, era molto patriottico e devoto alla sua terra d’origine a tal punto che non poté non contenere l’emozione quando la provincia dell’Epiro divenne indipendente dall’Impero Ottomano nell’immediato anteguerra.

    Schirò venne, pertanto, istruito all’istituto ginnasiale italo-albanese affinché conoscesse le proprie origini ma, al contempo, imparasse a vivere, convivere ed ad integrarsi con la realtà italiana, sua nuova patria. Divenne un grande sostenitore delle forze armate italiane e decise, quando era ancora solo un adolescente, di voler combattere sotto il vessillo del tricolore italiano. Per questo motivo, il giovane non attese ad iscriversi alle formazioni di volontari inquadrati all’interno dei Bersaglieri.

    L’odio rosso
    Giacomo Schirò entrò in servizio nel 1920. Quando ancora era solo poco più che diciottenne, venne mandato a Piana degli Albanesi, suo paese di nascita. Qui, infatti, si teneva un concerto popolare ma l’agguato dei socialisti era dietro l’angolo. Schirò, pertanto, si fermò in piazza vestendo fiero la divisa da Bersagliere.

    Dei simpatizzanti di estrema sinistra notarono il ragazzino. Iniziarono a schernirlo, ad offenderlo ed a minacciarlo di morte. Giacomo Schirò cercò di mantenere l’ordine come meglio poteva, intimando parole di forza e brandendo la baionetta, ma non era nell’indole del soldato sparare sulla folla, sui suoi stessi compaesani. Non la pensarono allo stesso modo quella decina di socialisti che, infuriati dal suo comportamento, lo rincorsero per le vie della città e, una volta raggiunto, lo crivellarono con più di 50 accoltellate. Un atto vile, meschino, assurdo se si considera che il giovane era indifeso e non aveva assolutamente cercato, in alcun modo, di far inveire la folla.

    In suo onore, gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare: “Ispirato ad alti sentimenti di patriottismo e di civismo, tenne testa risolutamente a una turba di sovversivi, che vilmente lo avevano aggredito, proferendo parole di vilipendio al Re e alla patria. Dopo essersi difeso accanitamente con la baionetta, colpendo anche uno degli avversari, sopraffatto dal numero e respinto dentro la sala di un circolo, cadde crivellato da ben cinquantatré ferite. Abbandonato a terra morente, ebbe la forza suprema di trascinarsi per la sala e di raccogliere una bandiera nazionale, strappata e buttata a terra da quei forsennati, e di avvolgersi in essa. Fulgido esempio del più puro eroismo emise l’ultimo respiro stretto ancora tra le pieghe del glorioso simbolo, riconsacrato dal suo sangue generoso”.

    Gli fu intitolata la sezione albanese dell'Istituto Orientale di Napoli. Negli anni trenta, durante il periodo di politica agraria per la costituzione di nuovi borghi rurali nel periodo fascista, gli veniva intitolato un borgo nel territorio di Monreale: borgo Giacomo Schirò.

  8. #278
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    Antonio Vellere, il tenente dell’aria




    Eroi dell’aria, aviatori, pionieri. Molti valorosi soldati hanno dato la vita per difendere il cielo italiano e molti non sono mai più atterrati vivi con i loro velivoli. Davanti alla chiesa di Santa Maria a Sarcedo, in provincia di Vicenza, campeggia un monumento dedicato ad uno di questi eroi dell’aria, natale proprio di questo paesino: Antonio Vellere.

    L’infanzia tra povertà e seminario
    La famiglia di Antonio Vellere non versava nelle migliori condizioni economiche. Nato nel piccolo borgo vicentino il 5 giugno 1913, seguì un corso di studi incentrato dapprima sulla regola religiosa, in seguito anche allo studio dei classici. Di buona condotta e di ottima preparazione umanistica, divenne maestro di scuola elementare dopo aver completato anche le scuole magistrali atte a permettere la pratica dell’insegnamento. Lavorò, dapprima, in un piccolo paesino nei pressi di Thiene, in seguito nella stessa città vicentina ed, infine, a Lodi. Proprio nella città piemontese poté coltivare la sua seconda grande passione: quella per il volo.

    L’aerosilurante
    Antonio Vellere si arruolò nella Regia Aeronautica nel 1938 e frequentò la Regia Accademia di Caserta. Appena un anno dopo fece il suo primo volo e, nel giro di pochi mesi, entrò in possesso del brevetto di pilota militare. Il giovane prodigio non abbandonò nemmeno gli studi e si laureò in lettere nel 1941 mentre studiava, al contempo, per l’ottenimento del brevetto di pilota da caccia.

    La prima missione bellica ebbe luogo il 10 novembre 1942. Sotto il comando del maggiore Massimiliano Erasi, il giovane vicentino, a bordo del suo Marchetti S.M. 84, attaccò la Ibis, una nave inglese, che venne fatta affondare.

    Il 2 dicembre 1942, Antonio Vellere partì con altri otto compagni alla volta di Orano, avamposto italiano in territorio algerino. Un convoglio inglese, infatti, era in rotta verso l’Egitto. Da quella missione torneranno solo tre velivoli, Antonio Vellere non era presente tra questi. Un colpo di cannone aveva centrato in pieno il suo S.M. 79 facendolo esplodere in aria.

    La sua medaglia d’oro al valor militare presenta la seguente dicitura: “Superba figura di aerosiluratore, reduce invitto da numerosi cimenti contro poderose formazioni navali nemiche, partecipava ad azioni di siluramento particolarmente difficile durante un intenso ciclo operativo, scagliandosi più volte e sempre con lo stesso animo, contro le navi nemiche, attraverso la barriera di fuoco della difesa, dava superba prova delle sue eroiche doti di soldato. Rientrato ferito da un’azione notturna, solo compreso delle necessità contingenti, e deciso a non tornare se non col serto della vittoria, chiedeva di prendere parte alle altre azioni del reparto. Partito per una rischiosa azione di siluramento, di pieno giorno ed attaccato da soverchianti forze da caccia, pur vedendo precipitare tre velivoli della sua formazione, manteneva il suo posto, fermo nella decisione di raggiungere a tutti i costi l’obiettivo. Colpito da una raffica di mitragliatrice fondeva nel rogo dell’ala la fiamma del suo ardimento, scomparendo quindi nel cielo della battaglia”.

  9. #279
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    Ermanno Carlotto, il martire dell’Estremo Oriente



    Cina, Giappone, India e nazioni limitrofe appaiono, all’uomo europeo, come un mondo da mille e una notte. Certo, questi Paesi hanno un fascino assolutamente indissolubile. All’inizio del ‘900, però, queste terre magiche sono state teatro di aspri scontri ai quali presero parte anche le potenze europee, Italia compresa. Ermanno Carlotto fu uno dei caduti nella celebre Rivolta dei Boxer.

    Il soldato della Carlo Alberto
    Ermanno Carlotto nacque a Ceva, in provincia di Cuneo, il 30 novembre 1878. La sua carriera militare iniziò nel 1892 quando, a 14 anni, entrò a far parte della celebre Accademia Navale di Livorno. Dopo un corso di studi durato ben 6 anni, ottenne il grado di Guardiamarina quando era appena ventenne. La sua avventura per mare iniziò nello stesso 1898, affidato all’incrociatore corazzata Carlo Alberto.

    Il compito degli ufficiali che seguivano la formazione dei giovani marinai italiani prevedeva una crociera di addestramento nei mari americani prima ed in quelli dell’estremo oriente in seguito. La preparazione di Carlotto lo aiutò decisamente nell’ottenimento della promozione a Sottotenente di Vascello ed alla sua prossima partenza a bordo del torpediniere Elba, di stanza in Cina.

    La battaglia di Tientsin
    Nel 1900, proprio in Cina, scoppiò una delle rivolte più famose del XX secolo: la ribellione dei Boxer. L’Italia vi partecipò al fianco delle altre 7 nazioni europee e non che difendevano gli interessi coloniali in Cina e Giappone. In particolare, Ermanno Carlotto venne posto a capo di 20 marinai affinché difendessero l’avamposto italiano di Tientsin. La città, infatti, era un importante crocevia per la strada verso Pechino.

    Carlotto guidò coraggiosamente i suoi compagni e combatté senza paura fino a quando un colpo di fucile non lo fulminò a terra. I soldati, vedendo il loro comandante a terra, non si persero d’animo e ne onorarono la morte ricacciando i nemici.

    In onore di Ermanno Carlotto è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare: “Sprezzando i pericoli si espose in ogni circostanza e cadde da prode mentre avanzavasi indifeso per scoprire i punti ove dirigere il fuoco del suo distaccamento”.

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    Davide Campari, l’inventore della più futurista delle bevande




    “Campari, red passion” è uno dei motti che più si sente nelle tv, nei cartelloni, sulle locandine e sui locali più chic di tutto il mondo. Il Campari è una bevanda alcolica molto famosa, raffinata, un po’ altoborghese. La sua storia è legata a Gaspare Campari ma pochi conoscono la storia del suo quartogenito, Davide Campari, e della sua passione per il futurismo.

    Il Caffè Camparino
    Passeggiando per le strade di Milano è possibile trovare in Galleria Vittorio Emanuele II, a due passi dal Duomo, il celeberrimo Caffè Camparino. Il nome è già, di per sé, una certezza in quanto si tratta proprio del bar fondato da Davide Campari. Questo giovane imprenditore, nato a Milano il 14 novembre 1867, era figlio del ben più noto Gaspare Campari, fondatore dell’omonimo bitter. Mentre il padre continuava a sperimentare nuove creazioni, anche Davide Campari cercò, in ogni modo, di sponsorizzare tutte le nuove bevande che il padre realizzava.

    Ecco che, quindi, mentre Gaspare Campari inaugurava la bottiglieria a lato del Duomo di Milano, dall’altro lato il figlio apriva questo locale che diverrà, nel corso dei secoli, il punto di ritrovo di molte personalità importanti di tutto il ‘900 e non solo. Il Camparino è un’opera d’arte in sé, costruito ed arredato da Alessandro Mazzucotelli ed Eugenio Quarti con l’apporto decorativo dal pittore Angiolo d’Andrea.

    Il Camparisoda
    Davide Campari, però, non era un semplice barista. Era anche un inventore. Ed era pure un imprenditore. A dirla tutta era anche un viaggiatore. Con alcune tecniche di marketing molto attuali per l’epoca, portò la sua azienda al successo mondiale. Innanzitutto, portò i gusti dei liquori francesi in Italia con la realizzazione del Cordial Campari al gusto di lamponi e Cognac. Alcune filiali vennero portate anche in Francia dove il Campari ottenne un enorme successo.

    Nel 1932 avvenne la svolta decisiva. Davide Campari decide di inventare un aperitivo rivoluzionario, sia nel gusto, che nella forma e nel formato. Il Camparisoda fu il primo aperitivo monodose su bottiglietta di vetro. La forma della bottiglietta, semiconica tronca, venne realizzata da Fortunato Depero, uno dei massimi esponenti del futurismo. Il Camparisoda ebbe un successo straordinario a tal punto che venne esportato anche oltreoceano, fino all’Argentina.

    Davide Campari morì a Sanremo il 7 dicembre 1936 lasciando la gestione dell’azienda al fratello minore Guido, in quanto non ebbe mai figli.

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