Rinfreschiamo la memoria ai piddini su chi è davvero De Benedetti, uno dei loro eroi
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    Rinfreschiamo la memoria ai piddini su chi è davvero De Benedetti, uno dei loro eroi

    La ‘complicità’ (lo affermerà la stessa Magistratura) tra Romano Prodi e Carlo De Benedetti inizia nel luglio 1982, quando Prodi viene nominato presidente dell'IRI, il più grande ente economico dello Stato, in casa del suo storico compare Carlo De Benedetti (proprietario del gruppo Repubblica ed Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), nel caso di Repubblica addirittura De Benedetti ne è l'unico editorialista, quindi gli articoli se li scrive lui stesso (ci immaginiamo l’obiettività).


    L'attività di Prodi dal 1982 al 2007 è stata concentrata principalmente in un solo unico compito:

    Svendere (o regalare) tutti gli enti pubblici dello Stato al suo alleato Carlo De Benedetti a un prezzo irrisorio con bandi truccati.


    De Benedetti, dal canto suo, si è poi puntualmente affrettato a rivendere immediatamente tali società al loro reale valore di mercato (di solito 20 volte il loro prezzo d'acquisto) a gruppi stranieri (o addirittura allo Stato stesso, che li ricomprava a prezzi folli), realizzando guadagni incalcolabili a danno degli italiani.

    Prodi, per 7 anni guidò l’ IRI dello Stato, concedendo tra l'altro incarichi miliardari alla sua società di consulenza "Nomisma", con un evidente conflitto di interessi.


    Al termine di questi 7 anni il patrimonio dell’ IRI risultò dimezzato per la cessione di importanti gruppi quali Alfa Romeo e FIAT, dalla quale prese grosse somme di denaro in tangenti per la Nomisma, passando da 3.959 a 2.102 miliardi. La Ford aveva offerto 2.000 miliardi in contanti per l'Alfa Romeo, ma Prodi la regalò alla FIAT per soli 1000 miliardi a rate. Egli nel frattempo lottizzò ben 170 nomine dei quali ben 93 diessini.

    Le privatizzazioni dell'IRI fatte da Romano Prodi sono state delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano a gruppi privati della Sinistra (De Benedetti, Coop Rosse) complici del professore, anche se "svendere" un ente pubblico a un decimo del suo valore quando ci sono altri gruppi privati che offrono il doppio, più che una "svendita" è un regalo, o per essere ancora più precisi è una serie incredibile di furti colossali a danno dello Stato e degli italiani perpetrata impunemente per anni.

    Giocando sulle parole e sull’interpretazione dello statuto dell’Ente, Romano Prodi vantò utili inverosimili (12 miliardi e 400 milioni nel 1985). La Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, portò alla luce l'enorme falso in bilancio di Prodi: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono... sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984». La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.


    Romano Prodi, davanti alle folle dei suoi fan (si sa, l’Italia non scarseggia in quanto a ********) tutt’oggi si vanta tantissimo che durante i suoi 7 anni alla presidenza dell' IRI riuscì a far guadagnare utili stratosferici. La verità, come chiarito dalla Corte dei Conti, è che invece di utili stratosferici realizzo perdite stratosferiche, regalando il patrimonio dello Stato e degli Italiani ai suoi amici della Sinistra.


    Prodi uscì indenne dai processi perché le aziende erano S.P.A. di diritto privato e quindi i dirigenti non erano qualificati come pubblici ufficiali. Mani Pulite cambierà anche questo, per cui le società controllate da enti pubblici sarebbero state considerate tutte operanti nell'interesse pubblico, con le relative conseguenze per gli amministratori.


    La conferma di tutto questo si trova nell’indebitamento dell’Istituto, salito dal 1982 al 1989 da 7.349 a 20.873 miliardi (+184 per cento), e quello del gruppo IRI da 34.948 a 45.672 (+30 per cento). Perdite stratosferiche appunto.

    Lo stesso D’Alema, intervistato da Biagi in televisione, affermò che Romano Prodi, da lui scelto per guidare la coalizione contro Berlusconi, era un «uomo competente» perché quando lasciò l’IRI nel 1989 il bilancio dava un «più 981 miliardi». Fu facile confutare queste affermazioni, facendogli notare che la cifra reale, tenendo contro delle perdite siderurgiche transitate soltanto nel conto patrimoniale, era di «meno» 2.416 miliardi. Il buco reale non fu mai contestato dai diretti interessati.



    La vera abilità di Romano Prodi è sempre stata di riuscire a prendere soldi dallo Stato a costo zero. La conferma ci viene da un articolo di Paolo Cirino Pomicino, nel quale rileva che dei 28.500 miliardi erogati dallo Stato a titolo di fondo di dotazione dalla data di nascita dell’IRI, Romano Prodi ne ottenne ben 17.500!

    Nel 1986, Romano Prodi, con un contrattino di appena 4 paginette (anziché centinaia come normalmente si fa) a trattativa privata, svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME, alla Buitoni del suo amicone Carlo De Benedetti per soli 393 miliardi. La SME, già nelle casse aveva più di 600 miliardi di denaro liquido, ma il suo valore globale era di 3.100 miliardi. A Prodi e De Benedetti fu dato torto in primo grado, in Corte d'appello e in Cassazione da ben 15 magistrati, all'unanimità. Il magistrato Saverio Borrelli del pool Mani Pulite di Milano, 6 anni dopo, incriminerà invece penalmente Silvio Berlusconi, per aver impedito (insieme a Ferrero e Barilla con una pubblica offerta d'acquisto enormemente superiore rispetto a quella di De Benedetti) l'ennesima svendita di Romano Prodi: la SME (un regalo di 3100 miliardi dello Stato) a Carlo De Benedetti, nonostante a questi due compari fosse stato dato torto in tutti e 3 i gradi di giudizio dal Tribunale di Roma e dal TAR del Lazio e nonostante Berlusconi e gli altri imprenditori non ci avessero guadagnato alla fine nulla.

    Come presidente dell'IRI, svendette anche la Italgel alla Unilever, essendo contemporaneamente consulente di quest'ultima, nonostante quindi un conflitto di interessi evidente.


    Se l'IRI era, come in realtà era, un covo di corruzione senza limiti sarebbe stata giusto arrestare e processare Prodi, che la presiedette per 7 anni e non solo chi (Nobile) lo fece per soli 17 mesi.

    Durante Tangentopoli, Di Pietro stava per arrestare Prodi, ma lui se ne andò dritto a piangere (nel vero senso della parola) da Mancuso e dal presidente della Repubblica Scalfaro, il quale, come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, riuscì a non farlo incriminare. Tutto in un giorno.

    Durante il suo Governo nel 1996 regalò 5.000 miliardi alla Fiat per fare una rottamazione.

    Durante i fallimenti Parmalat e Cirio, Prodi difese i banchieri che truffarono i risparmiatori e loro ricambiarono il favore con i loro giornali schierati.

    I PM dovrebbero usare lo stesso metro, lo stesso zelo sia con Fiorani che con Consorte; o, almeno, sullo stesso Fiorani credergli sempre o mai. Anche quando dice, e Boni conferma, d'aver dato 750 mila euro Palenzona (Margherita), che sono 15 volte di più di quanto dato (e rifiutato) dal leghista Giorgetti. Anche se il Corriere su Giorgetti ha fatto un titolo 15 volte più vistoso di quello per Palenzona.

    Ricordiamo chi è veramente il Signor Prodi

  2. #2
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    Chi è veramente Carlo De Benedetti?

    Nato in una famiglia benestante ebraica, fratello del Senatore Franco Debenedetti nonostante il cognome diverso per errore dell'ufficiale d'anagrafe. Si laureò in ingegneria elettrotecnica nel 1958 al Politecnico di Torino per poi entrare nella "Compagnia Italiana Tubi Metallici" del padre.

    Assieme al fratello Franco, acquisì nel 1972 la Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli trasformeranno in una holding impiegata soprattutto nell'industria metalmeccanica. Carlo De Benedetti nella Gilardini ricoprirà le cariche di presidente ed amministratore delegato fino al 1976.

    La tentata scalata della FIAT

    Nel 1976, grazie all'appoggio di Umberto Agnelli, suo vecchio compagno di scuola, fu nominato amministratore delegato della FIAT. Come "dote" portò con sé il 60% del capitale della Gilardini, che cedette alla FIAT, in cambio di una quota azionaria della stessa società (il 5%) venduta dall’holding IFI. De Benedetti cercò da subito di monopolizzare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Dopo un breve periodo (quattro mesi) De Benedetti si dimette – la versione ufficiale delle sue improvvise dimissioni fu a causa di "divergenze strategiche" -. La verità ovviamente è un’altra, la famiglia Agnelli, scoperto il maldestro e malcelato tentativo da parte di De Benedetti di scalare la società, appoggiato da gruppi finanziari elvetici lo caccia senza nessun tentennamento.

    L'acquisizione di CIR e l'ingresso in Olivetti

    Nel dicembre dello stesso anno, De Benedetti rilevò le "Concerie industriali riunite" dai Conti Bocca. L'Ingegnere cambiò la denominazione della società in Compagnie Industriali Riunite (CIR), vendette l'originaria attività delle concerie e trasformò la CIR in una holding speculativa. La prima acquisizione fu quella della Sasib di Bologna dall'americana AMF.

    Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, pose le basi per un nuovo periodo di finto sviluppo grazie a leggi fate su misura per la sua azienda, come l’introduzione obbligatoria per tutti gli esercizi commerciali del registratore di cassa rigorosamente Olivetti, nonché la produzione di scadenti personal computer e sull'ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide l'aggiungersi di stampanti, telefax, fotocopiatrici mal funzionanti che invasero gli uffici di tutte le amministrazioni pubbliche nazionali quindi il più grosso cliente del “geniale” ingegnere divento lo stato poco importa se poi tutte quelle cianfrusaglie nel giro di qualche anno erano da buttare.

    De Benedetti e il Banco Ambrosiano

    Nel 1981 entrò nell'azionariato del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi giusto il tempo per depredare qualche decina di miliardi . Con l'acquisto del misero 2% del capitale, De Benedetti ricevette la carica di vicepresidente del Banco. Dopo appena due mesi, il furbo Ingegnere lasciò l'istituto, già alle soglie del fallimento, motivandone le ragioni sia alla Banca d'Italia sia al ministero del Tesoro e cedendo la sua quota azionaria. De Benedetti fu accusato di aver fatto una plusvalenza di 40 miliardi di lire e per questo processato per concorso in bancarotta fraudolenta. Condannato in primo grado e in appello a 8 anni e 6 mesi di reclusione, fu assolto in Cassazione con una sentenza sconcertante.



    De Benedetti e caso SME

    Il 29 aprile 1985 Romano Prodi, in qualità di presidente dell'IRI, e Carlo De Benedetti in qualità di presidente della Buitoni, stipularono un accordo preliminare naturalmente soto banco e soprattutto sotto costo per la vendita del pacchetto di maggioranza, 64,36% del capitale sociale, della SME, finanziaria del settore agro-alimentare dell’IRI, per 497 miliardi di lire. Il consiglio di amministrazione dell'IRI, del quale solo il comitato di presidenza era già informato della trattativa, approvò il 7 maggio. Il governo richiese una verifica sull'opportunità dell'operazione e Bettino Craxi dichiarò : "Se ciò che ci viene proposto risulterà un buon affare lo faremo. Se no no," e vendere la SME per quella cifra non era sicuramente un buon affare per lo stato.

    Si poneva quindi un problema di valutazione economica e sociale. Il 24 maggio (la scadenza per l'entrata in vigore dell'accordo, già prorogata dal 10 maggio, era prevista per il 28) l'IRI ricevette dallo studio legale dell'Avv. Italo Scalera un'offerta per 550 miliardi (10% in più dell'offerta Buitoni, il minimo per rilanciare); l'offerta non indicava i nomi dei mandanti, che sarebbero apparsi solo al momento della eventuale stipula, e l'avvocato Scalera, dopo quella prima ed unica lettera, non ebbe più contatti con l'IRI.

    Poco prima della mezzanotte del 28 maggio, data di scadenza dei termini, arrivò un'offerta via telex di 600 miliardi (altro rilancio minimo del 10%), molto più vantaggiosa, da una cordata, la IAR (Industrie Alimentari Riunite) composta da Barilla, Ferrero, Fininvest, a cui successivamente si sarebbe aggiunta Conserva Italia, lega di cooperative "bianche". Di seguito arrivarono ulteriori offerte ma il governo non diede la prevista autorizzazione alla vendita a nessuno dei potenziali compratori e decide di mantenere la SME in ambito pubblico. Contro questa decisione il furbetto De Benedetti com’è nel suo “stile” imprenditoriale giudiziario citò l'Iri davanti al tribunale di Roma. Sia in primo sia in secondo grado, però, i giudici non accolsero le tesi dell'ingegnere.

    L'ingresso nella stampa e il Lodo Mondadori

    Nel 1987, attraverso la CIR, l'Ingegnere entrò nell'editoria acquisendo una partecipazione rilevante nella Mondadori e, attraverso di essa, nel gruppo Espresso-Repubblica. Nel 1990 ebbe inizio la "guerra di Segrate" che per molti mesi vide contrapposti Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi. Sia la CIR che la Fininvest, infatti, rivendicavano accordi con la famiglia Formenton, erede delle quote Mondadori.

    Un collegio di tre arbitri diede ragione a De Benedetti. Ma la famiglia Formenton impugnò il Lodo arbitrale davanti alla Corte d'Appello di Roma e, nel settembre dello stesso anno, intervenne nel giudizio di appello, insieme agli altri partecipanti al patto di sindacato fra gli azionisti della Holding Mondadori, e la Fininvest.

    La Corte d'Appello di Roma, con la sentenza del 14 gennaio 1991 (Relatore Dott. Vittorio Metta) annullò il Lodo favorevole a De Benedetti, aprendo la strada alla spartizione della Mondadori, Repubblica, Espresso e i quotidiani locali Finegil andarono a De Benedetti cioè la fetta più redditizia, mentre alla Fininvest andò il resto della Mondadori

    De Benedetti coinvolto in Tangentopoli

    Nel 1993, come era logico tangentopoli travolse anche il “mitico” ingegnere Carlo De Benedetti, informato che presto sarebbe stato arrestato si presentò al pool di Mani Pulite con un ridicolo memoriale in cui si assunse parzialmente le responsabilità di tutte le vicende di cui era al corrente cosi facendo nessun altro dirigente di Olivetti fu oggetto di provvedimenti della Magistratura. L'Ingegnere ammise di aver pagato tangenti per 10 miliardi di lire ai partiti di governo funzionali all'ottenimento di una commessa dalle Poste Italiane. Su iniziativa della Procura di Roma, fu arrestato e liberato nella stessa giornata, (un corrotto e corruttore come De Benedetti va trattato con riguardo ha amici tropo influenti), mentre il Presidente dell’Eni Gabriele Cagliari moriva “suicida” in carcere, Raul Gardini stessa sorte ma in casa, l’ingegnere veniva invitato a bere un caffè in procura, a raccontare quattro piccole verità, nel giro di qualche ora veniva "arrestato" e “scarcerato” e dopo qualche anno tutte le accuse nei suoi confronti sono inevitabilmente cadute in prescrizione per deccorrenza dei termini non certo per assoluzione.

    Dal 2009 acquisita la cittadinanza svizzera. Ha giustificato questa scelta con motivi "affettivi".

    Dopo mesi di attesa, arriva l’ennesima sentenza a favore ovviamente del “furbetto” De Benedetti la Corte d’appello gli da ragione sul lodo Mondadori. Berlusconi quindi la finivest dovrà sborsare quasi cinquecento milioni di euro a suo favore. Ormai e una regola è la normalità, De Benedetti con l’aiuto della piazza aizata dalla forza persusiva del suo gruppo politico editoriale, con l’aiuto dei magistrati, con il servile impegno dei politici e politicanti suoi camerieri come Bersani, come Di Pietro, come Fini, come i Vendola e di tutta quella sinistra radical-chic, comunista radicale e massimalista anti Cavaliere, riesce quasi sempre a far passare la sua come un immagine “onesta” democratica e vincente, continuando a fare utili per gli azionisti Cir quindi per se stesso e per i suoi famigliari, e a far brillare gli occhi ai suoi servi pseudo-intellettuali di sinistra che vedono Carlo come un icona da oltre trentanni, gente come Saviano, Travaglio, Santoro e i vari Guzzanti, maschere amorfe al sevizio del più forte, al servizio del potere forte, sparsi in questa povera povera Italia.
    UN

  3. #3
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    «Una montagna di miliardi comprando (a poco) dallo Stato e vendendo (a molto) per le sue tasche. Così hanno fatto i soldi - quelli veri - in tanti in quegli anni, compreso l’ingegner De Benedetti. E così sognano di farne ancora e di più. Un giochetto che Bettino Craxi e chi stava all’epoca con lui al governo non gli avrebbe mai permesso e per questo chi più chi meno siamo stati massacrati. Adesso la storia si ripete. E probabilmente ora l’ostacolo da abbattere si chiama Silvio Berlusconi».
    Ex segretario del Partito Liberale, per quasi 10 anni ministro della Sanità e poi dell’Industria (proprio con il primo governo Craxi) Renato Altissimo fu uno dei testimoni oculari di quella stagione che portò prima alla rimozione della classe dirigente con Tangentopoli e dopo al grande sacco dell’Italia attraverso le privatizzazioni «all’amatriciana» di decine di aziende pubbliche.
    «Storie che gridano vendetta - batte i pugni sul tavolo con la rabbia di chi ha già assistito allo stesso crimine -. Dietro i racconti di lenzuola, i siluri dei giornali di De Benedetti e dei suoi amici, e persino - di complemento - le litanie quotidiane di Franceschini e Di Pietro, c’è una posta altissima. Miliardi di euro».
    Ma va’! C’è la crisi… in Italia tutti piangono che non c’è una lira. Dove sarebbe questo bengodi?
    «Stavamo male anche agli inizi degli anni ’90. Il debito pubblico era consistente. La lira si batteva con le altre monete con la forza di una piuma. E l’inflazione rischiava di mangiarsi i risparmi di imprese e lavoratori. Eppure proprio a quell’epoca c’è chi ha fatto i più grandi affari della sua vita, guadagnando in poco tempo migliaia di miliardi. Ovviamente il conto, salatissimo, è stato ancora una volta pagato dallo Stato».
    Sia più chiaro. Lei era ministro dell’Industria e fino al 1992 segretario di uno dei partiti di governo, il Pli. Cosa è successo?
    «Lo raccontava bene mercoledì scorso Geronimo sul Giornale. La sinistra mandata al governo da Tangentopoli, col sostegno palese, mai smentito, dell’Ingegner De Benedetti, ricambiò la cortesia consentendo la svendita di beni dello Stato - cioè di tutti - proprio al gruppo di Ivrea. La vicenda più incredibile fu quella di Omnitel e Infostrada. La prima, ottenne la concessione per diventare il secondo gestore della telefonia mobile a urne aperte, era il 1994, appena in tempo per pagare il “debito di riconoscenza” prima della sorprendente vittoria di Berlusconi contro la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, D’Alema e compagni. La seconda, Infostrada - cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato - fu ceduta all’Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila - ripeto - 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman. L’Ingegnere è diventato ricco. Lo Stato decisamente più povero».
    Una rondine non fa primavera…
    «Ma qui di rondini è pieno il firmamento! Altre plusvalenze miliardarie sono arrivate con Telecom, Seat-Pagine Gialle, Autostrade e così via. Per non parlare delle banche che appartenevano all’Iri. Oggi nessuno sa chi sono i veri proprietari delle grandi banche, tranne i soliti noti».
    L’Ingegnere è stato più bravo di altri. Ha vinto sul mercato...
    «Ma che mercato e mercato. Questo è capitalismo di rapina. Sulla Sme io stesso feci presente al presidente dell’Iri dell’epoca - sto parlando di Romano Prodi - che c’erano altri gruppi molto interessati a comprare l’azienda. Mi fu risposto picche, che di vendere la Sme proprio l’Iri non ci pensava nemmeno lontanamente. Tre mesi dopo aveva concluso la svendita a De Benedetti!».
    Possibile che fosse così facile far tanti soldi?
    «Mica per tutti. E mica così facile. Il primo problema era Craxi e la classe dirigente dell’epoca. Noi non avremmo permesso un tale saccheggio del Paese. Una delle ragioni importanti (e non certo la sola) che stavano dietro alla Operazione Mani pulite fu proprio la rimozione dell’ostacolo rappresentato da quella classe dirigente. Le inchieste colpirono in maniera chirurgica alcuni partiti e tennero fuori dalla mischia altri. Il Pci che sponsorizzava i capitani coraggiosi non fu raggiunto nemmeno da uno schizzetto di fango. La fattura fu saldata nel giro di qualche anno. E il prezzo per la collettività è stato altissimo».
    Qual è il legame con la situazione odierna?
    «La logica e gli interessi sono ancora gli stessi. O qualcuno pensa che le cannonate di Repubblica e L’espresso siano un capriccio dei direttori all’insaputa del loro editore? Il metodo è lo stesso. Far fuori chi governa per far posto a chi può saldare il conto. Una cosa però è molto diversa rispetto a prima».
    Cosa?
    «Vedo troppo nervosismo. Troppa fretta di dare la spallata. Forse, nonostante i tanti soldi guadagnati, sotto sotto quei gruppi si sono indeboliti e forse sono in difficoltà. Certo, con un governo amico, magari con a Palazzo Chigi qualche “neo” campione delle privatizzazioni, il panorama sarà più roseo…».
    «De Benedetti? Vi spiego chi è davvero» - IlGiornale.it

  4. #4
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    è il vero padrone piddino. e di altri politici.
    CAPITALISMO DI RAPINA E NON SOLO. DISTRUZIONE DI UN POPOLO, QUELLO ITALIANO. a lui non interessa, appartiene al popoloeletto

  5. #5
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    “De Benedetti risulta essere entrato nella massoneria a Torino, nella loggia Cavour del Grande Oriente d’Italia (GOI), ‘regolarizzato col grado di Maestro il 18 marzo 1975 con brevetto n.21272′ (Ansa, 5 novembre 1993).
    L’informazione è accertata in quanto proviene direttamente dal Gran Maestro del Goi Gustavo Raffi, che lo ha dichiarato pubblicamente nel 1993…. Il Gran Maestro Raffi ha affermato che De Benedetti era ‘proveniente dalla massoneria di piazza del Gesù’. Quindi la sua affiliazione dovrebbe essere anteriore: a quando risale? Ancora più interessante sarebbe capire a quale loggia di piazza del Gesù appartenesse l’imprenditore. E’ noto infatti che la massoneria di piazza del Gesù, molto forte in Piemonte, aveva al pari del GOI delle logge coperte, la più celebre delle quali è stata Giustizia e Libertà, cui sarebbero appartenuti Cuccia, Merzagora, Carli e altre figure della finanza laica. Sembra inoltre che la Giustizia e Libertà sia confluita nel Grande Oriente nel 1973. Ma De Benedetti non è entrato nel Goi col grado di Apprendista: era già Maestro in una non meglio identificata loggia di piazza del Gesù. Quale? Impossibile stabilirlo, certo è curioso che molti anni dopo De Benedetti lanci un’iniziativa politica chiamata «Libertà e Giustizia», con Enzo Biagi, Umberto Veronesi, Giovanni Sartori, Umberto Eco, Claudio Magris….
    “Sta di fatto che, secondo Raffi, De Benedetti resta nel Grande Oriente, come Maestro, dal marzo 1975 al dicembre 1982. Un periodo estremamante significativo, in cui accadono molti eventi forti legati alla massoneria. Un anno dopo l’ammissione al Grande Oriente, nel 1976, a De Benedetti viene affidata la carica di amministratore delegato della Fiat…”.
    “De Bendedetti entra ed esce dalla massoneria come da un taxi ” (Stefano Cigolani)
    DE BENEDETTI, EUGENIO SCALFARI E LA MASSONERIA. UNA VITA PER IL POTERE |

  6. #6
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    Ricostruire il lungo e complesso «filo rosso» della finanza massonica significa occuparsi anche della figura dell'ingegner Carlo De Benedetti. Una figura la cui storia imprenditoriale è intrecciata con quella di altri uomini della finanza ritenuti vicini alla finanza «laica» e alla massoneria: Roberto Calvi in primis, Enrico Cuccia e soprattutto Silvio Berlusconi, un massone «dormiente» con il quale De Benedetti si è più volte incontrato e scontrato.
    De Benedetti risulta essere entrato nella massoneria a Torino, nella loggia Cavour del Grande Oriente d'Italia, «regolarizzato nel grado di Maestro il 18 marzo 1975 con brevetto n. 21272» (Ansa, 5 novembre 1993). L'informazione è accertata, in quanto proviene direttamente dal Gran Maestro del Goi Gustavo Raffi, che lo ha dichiarato pubblicamente nel novembre 1993. La documentazione relativa è stata poi pubblicata sui giornali senza ricevere smentite dall'interessato.
    Ma già riguardo all'ingresso dell'industriale nella loggia Cavour esiste un piccolo «giallo»: il Gran Maestro Raffi ha affermato che De Benedetti era «proveniente dalla massoneria di piazza del Gesù». Quindi la sua affiliazione dovrebbe essere anteriore: a quale anno risale? Ancor più interessante sarebbe capire a quale loggia di piazza del Gesù appartenesse l'imprenditore. E noto infatti che la massoneria di piazza del Gesù - molto forte in Piemonte - aveva al pari del Goi delle logge coperte, la più celebre delle quali è stata la Giustizia e libertà, cui sarebbero appartenuti Cuccia, Merzagora, Carli e altre figure della finanza laica.
    Sembra inoltre che la Giustizia e libertà sia confluita nel Grande Oriente nel 1973. Ma De Benedetti non è entrato nel Goi col grado di Apprendista: era già maestro all'interno di una non meglio precisata loggia di piazza del Gesù. Quale? Impossibile stabilirlo, certo è curioso che molti anni dopo De Benedetti lanci una iniziativa politica chiamata Libertà e Giustizia: sicuramente un riferimento ai valori dell'azionismo cari a De Benedetti, ma anche un curioso anagramma del nome della loggia coperta.
    All'epoca in cui De Benedetti viene «regolarizzato» come maestro alla loggia Cavour, l'imprenditore è alla guida della Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli Carlo e Franco De Benedetti trasformeranno in una holding di successo, impegnata soprattutto nell'industria metalmeccanica. Nel 1974 era stato nominato presidente dell'Unione Industriali di Torino, una realtà che ha sempre vantato una forte presenza massonica, a partire dallo storico «fratello» Gino Olivetti, una dei massoni più rappresentativi del mondo economico torinese negli anni Venti.
    «Quando divenni presidente degli industriali di Torino, fui invitato ad iscrivermi alla massoneria perché era una tradizione. Partecipai per due volte a delle riunioni, ma in seguito non ci andai più», ha raccontato De Benedetti, quando nel novembre 1993 ha avuto una polemica a mezzo stampa con Gustavo Raffi, che dichiarava che l'ingegnere «si è scatenato contro le logge che a suo dire lo perseguitano. Viste le vicende che lo travagliano, il Goi-Palazzo Giustiniani non può che rallegrarsi di tale accanimento. Può così evitare interessate generalizzazioni che lo possono accomunare alle azioni dell'Ingegnere». Carlo De Benedetti rispose tramite il portavoce dell'Olivetti: «Sempre e solo nel 1975 l'Ingegnere partecipò a due riunioni e poi a nessun'altra non avendo riscontrato motivazioni tali da giustificare un ulteriore impegno di tempo» (Ansa, 5 novembre 1993).
    Sta di fatto che, secondo Raffi, De Benedetti resta nel Grande Oriente, come maestro, dal marzo 1975 al dicembre1982. Un periodo estremamente significativo, in cui accadono molti eventi forti legati alla massoneria.
    Un anno dopo l'ammissione al Grande Oriente, nel 1976, a De Benedetti viene affidata la carica di amministratore delegato della Fiat. Come «dote» porta con sé il 60 per cento del capitale della Gilardini, che cedette alla società degli Agnelli, in cambio di una quota azionaria della stessa Fiat (il 5 per cento). De Benedetti cercò di rinnovare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Ma dopo un breve periodo, quattro mesi - a causa, si disse, di «divergenze strategiche» - abbandonò la carica in Fiat. Per alcuni, ma il condizionale è più che d'obbligo, i due fratelli avrebbero trovato un ostacolo insormontabile nella parte di dirigenza Fiat più legata alla famiglia Agnelli, che avrebbe scoperto un loro tentativo di scalata della società, appoggiata da gruppi finanziari elvetici.
    Con il denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni Fiat, De Benedetti rilevò le Compagnie industriali riunite (Cir), a cui in seguito garantirà il controllo azionario del quotidiano «la Repubblica» e del settimanale «L'espresso». Successivamente vedrà la luce anche Sogefi, operante sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici di cui De Benedetti è stato presidente per venticinque anni consecutivi, prima di cedere il posto al figlio Rodolfo, conservando però la carica di presidente onorario. Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, ma molto indebitata e dal futuro incerto, porrà le basi per un nuovo periodo di sviluppo, basato sulla produzione di personal computer e sull'ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa.
    Nel 1981 il primo incontro-scontro con un potente «fratello»: Roberto Calvi, membro della P2 e della massoneria d'oltralpe, ma anche uomo di riferimento della finanza vaticana. Il 19 novembre 1981, dopo una serie di contatti avviati in ottobre, Carlo De Benedetti acquista il 2 per cento delle azioni del Banco (tramite due società, Cir e Finco). L'imprenditore entra nel consiglio di amministrazione dell'Ambrosiano e viene nominato vicepresidente. Vi rimarrà per sessantacinque giorni, sino al 25 gennaio 1982 quando, a seguito di contrasti sulla gestione e sulla reale situazione finanziaria dell'istituto, rassegna le dimissioni e viene liquidato con oltre 80 miliardi di lire.
    Cos'era successo in quel lasso di tempo? Le interpretazioni si dividono. Uno scontro tra De Benedetti e Calvi sui conti reali del Banco Ambrosiano e sulle gestione della rete estera è fuor di dubbio. Ma c'è un versante che è stato meno analizzato. Dal luglio del 1981 Calvi aveva iniziato un processo di rottura con gli ambienti della P2 e durante la detenzione a Lodi aveva manifestato la disponibilità a collaborare con i giudici, parlando dei rapporti tra la P2 e la politica (in particolare con i socialisti). Far entrare nel capitale dell'Ambrosiano un imprenditore che godeva di un'ottima immagine (De Benedetti era stato nominato da poco «imprenditore dell'anno» e controllava «la Repubblica» e «L'espresso») poteva essere un'opzione vincente. Qualcuno, però - forse la componente piduista della massoneria - gli aveva detto che avrebbe dovuto ripensare a quella scelta.
    Già durante un incontro del 21 novembre 1981 (due giorni dopo l'accordo) nella villa di Calvi, a Drezzo, il banchiere inizia a lanciare messaggi ambigui all'ingegnere.«Sembrava un animale impaurito che cercasse di sfuggire alla luce. Ovviamente qualcuno o qualcosa gli aveva suggerito di abbandonare l'associazione con De Benedetti», osserva un fine analista, Rupert Cornwell. Così, dopo l'incontro del 21 novembre, la situazione tra Calvi e De Benedetti si deteriora rapidamente.
    «Poco prima della riunione del consiglio di amministrazione [del Banco, Nda] del 6 dicembre 1981 Calvi aveva preso da parte De Benedetti in un corridoio: "Stia attento, la P2 sta raccogliendo informazioni su di lei. Le consiglio di fare attenzione, perché io so"», racconta Cornwell. Era una minaccia o una disperata richiesta di aiuto?
    Emilio Pellicani, 82 nel suo memoriale, rivela un dettaglio interessante: «L'onorevole Armando Corona [che sarebbe diventato Gran Maestro del Goi pochi mesi dopo i fatti di cui si narra, nel marzo 1982, Nda] doveva intervenire con il vicepresidente del Banco, De Benedetti, il quale stava procurando qualche fastidio a Calvi. A tale proposito Carboni mi riferì che lo stesso Corona effettuò un viaggio in Israele, affinché fosse richiamato il De Benedetti dai fratelli massonici; tale richiamo sfociò, sempre a detta del Carboni, nell'uscita del De Benedetti, clamorosa, dal Consiglio del Banco Ambrosiano».Pellicani aggiunge un altro dettaglio rivelatore: «Mazzotta [Maurizio Mazzotta, l'assistente di Francesco Pazienza, Nda] disse al Carboni che doveva preoccuparsi anche del fatto che non accadesse nulla al De Benedetti».
    Questo aspetto delle possibili «minacce» a De Benedetti è stato spesso letto come un «avviso» da parte di Calvi. C'è un passo della requisitoria del processo Calvi in cui figura una deposizione di Francesco Pazienza: «Francesco Pazienza ha dichiarato che i rapporti tra Calvi e Rosone erano di odio/amore. Quando Calvi era stato arrestato per la violazione della legge valutaria Rosone aveva tentato "un colpo di mano" alleandosi con Carlo De Benedetti. Dopodiché i rapporti erano diventati piuttosto tesi e Calvi non si fidava più di Rosone. Rosone osteggiava tutto quello che faceva Roberto Calvi».Ma esiste un'altra chiave di lettura, secondo la quale gli ambienti della mafia e del riciclaggio - che si erano già avvicinati al Banco Ambrosiano e a Roberto Calvi, costringendolo a «collaborare» - non gradissero una «presenza estranea» come quella di De Benedetti.
    Calvi avrebbe corteggiato il finanziere proprio per sottrarsi a quell'«abbraccio mortale» con forze contigue alla mafia, ben documentato dalla requisitoria del pm Tescaroli. Diversamente, non si comprende perché Calvi avrebbe dovuto cedere la vicepresidenza del Banco Ambrosiano per un modesto 2 per cento del capitale. Il banchiere, in realtà, già nel 1981 temeva per la propria vita. Non a caso già nell'autunno di quell'anno, quando la sua presidenza non era ancora in discussione, aveva elaborato un piano di fuga in caso di emergenza. Segno che Calvi temeva, più che di perdere la sua leadership, di perdere la vita. E che già nel 1981 il presidente dell'Ambrosiano era al corrente dell'esistenza di un piano per eliminarlo, qualora avesse rivelato il coinvolgimento in attività di riciclaggio (i pm parlano dei proventi di ben tre sequestri) e di investimento per conto della mafia e di imprenditori a essa vicini. Ma c'era anche un'opposizione politica all'acc
    «Calvi trascurava di considerare la non irrilevante questione che la presenza di De Benedetti gli avrebbe alienato le simpatie di Bettino Craxi e di certi settori della Dc», osserva Pazienza nel suo memoriale. Che in ogni caso Calvi volesse svincolarsi dall'abbraccio mortale con la P2 è testimoniato da una drammatica lettera che il banchiere inviò al Gran Maestro Armando Corona nella primavera del 1982. Ma anche dalle lettere al cardinale Palazzini, gran protettore dell'Opus Dei, che inviò nello stesso periodo.
    L'intesa con De Benedetti, però, non funzionò. Il leader dell'Olivetti, con una tecnica non dissimile da quella usata nei suoi «100 giorni alla Fiat», uscì dal Banco Ambrosiano, abbandonando Roberto Calvi al suo destino. Le interpretazioni, su questo punto, divergono. C'è chi, come Leo Sisti e Leonardo Coen, è sicuro delle buone intenzioni di De Benedetti nel tentare sino all'ultimo il salvataggio del Banco. Su questa linea anche David Yallop, secondo cui «la nomina di un vicepresidente non era conforme ai piani di Gelli e Ortolani di continuare a rubare nel Banco Ambrosiano».
    Secondo l'interpretazione di Floriano De Angeli, su Calvi e sull'Ambrosiano si giocò uno scontro tutto interno alla massoneria, quello tra la «galassia Mediobanca» e la cordata Sindona-Gelli-Craxi-Andreotti. Nell'ambito di questo scontro andrebbe letto il dissenso espresso da Romiti e Agnelli sull'accordo tra Calvi e De Benedetti e alcune dichiarazioni critiche della famiglia Calvi.
    Più sfumata la lettura di Rupert Cornwell, che sottolinea: «L'associazione di Calvi con De Benedetti ha un particolare risalto in quanto fu voluta da lui solo, come dimostrarono le pressioni esercitate su di lui per cambiar rotta. Forse Calvi immaginò di poter sfruttare brevemente De Benedetti per poi scartarlo, di utilizzarlo per placare i suoi nemici "laici" a sinistra e nella magistratura milanese che, si era andato convincendo, era uno strumento del Partito comunista. Oppure si trattava di un atto spontaneo per esprimere, nel solito modo indiretto, la volontà di farla finita con tutto e di salvare la banca che aveva creato dal precipizio che l'aspettava? Non lo sapremo mai».
    C'è infine chi, come Luigi Cavallo, parla di un «piano estorsivo di De Benedetti in tre fasi: 1. vicepresidenza e finta collaborazione; 2. contestazione e pressione crescente su Calvi; 3. ultimatum, rottura, estorsione e incasso».

    Va peraltro detto, al riguardo, che il 22 aprile 1998 la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna a quattro anni e sei mesi comminata a Carlo De Benedetti nel 1996 (a sua volta frutto di una riduzione rispetto alla precedente sentenza nel 1992, che erogava sei anni e quattro mesi per bancarotta fraudolenta) per il crack del Banco Ambrosiano.
    E interessante notare il fatto che attorno alla figura del piduista Calvi si muovono due imprenditori, De Benedetti e Berlusconi, che perseguivano l'obiettivo della conquista del «Corriere della Sera», di fatto controllato dall'Ambrosiano.
    Come nota Cornwell, De Benedetti «voleva impossessarsi del "Corriere" attraverso la porta di servizio». L'Ingegnere stesso non fa mistero delle sue intenzioni in un'intervista a Enzo Biagi. Ma nel maggio del 1982, anche Berlusconi sembra comparire sulla scena con gli stessi appetiti per il quotidiano milanese: nasce infatti una cordata Cabassi per rilevare l'Ambrosiano dietro la quale si sarebbe celato Berlusconi, pronto a subentrare in un secondo tempo. Giuseppe Cabassi si muoveva nell'entourage di marca «socialista» del direttore finanziario dell'Eni, Florio Fiorini, e di altri imprenditori vicini a Bettino Craxi. Oltre che con Berlusconi, Cabassi aveva infatti intensi rapporti con Giancarlo Parretti. Ma anche con De Benedetti.

    Tratto da "Fratelli d'Italia", di Ferruccio Pinotti (Bur)

  7. #7
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    basta dire che si presentò al pool durante tangentopoli confessando di aver pagato tangenti...

    ah, e ovviamente mica è stato perseguito

    archiviostorico.unita.it/cgi-bin/highlightPdf.cgi?t=ebook&file=/archivio/uni_1993_05/19930517_0003.pdf

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Vadobene Visualizza Messaggio
    “De Benedetti risulta essere entrato nella massoneria a Torino, nella loggia Cavour del Grande Oriente d’Italia (GOI), ‘regolarizzato col grado di Maestro il 18 marzo 1975 con brevetto n.21272′ (Ansa, 5 novembre 1993).
    L’informazione è accertata in quanto proviene direttamente dal Gran Maestro del Goi Gustavo Raffi, che lo ha dichiarato pubblicamente nel 1993…. Il Gran Maestro Raffi ha affermato che De Benedetti era ‘proveniente dalla massoneria di piazza del Gesù’. Quindi la sua affiliazione dovrebbe essere anteriore: a quando risale? Ancora più interessante sarebbe capire a quale loggia di piazza del Gesù appartenesse l’imprenditore. E’ noto infatti che la massoneria di piazza del Gesù, molto forte in Piemonte, aveva al pari del GOI delle logge coperte, la più celebre delle quali è stata Giustizia e Libertà, cui sarebbero appartenuti Cuccia, Merzagora, Carli e altre figure della finanza laica. Sembra inoltre che la Giustizia e Libertà sia confluita nel Grande Oriente nel 1973. Ma De Benedetti non è entrato nel Goi col grado di Apprendista: era già Maestro in una non meglio identificata loggia di piazza del Gesù. Quale? Impossibile stabilirlo, certo è curioso che molti anni dopo De Benedetti lanci un’iniziativa politica chiamata «Libertà e Giustizia», con Enzo Biagi, Umberto Veronesi, Giovanni Sartori, Umberto Eco, Claudio Magris….
    “Sta di fatto che, secondo Raffi, De Benedetti resta nel Grande Oriente, come Maestro, dal marzo 1975 al dicembre 1982. Un periodo estremamante significativo, in cui accadono molti eventi forti legati alla massoneria. Un anno dopo l’ammissione al Grande Oriente, nel 1976, a De Benedetti viene affidata la carica di amministratore delegato della Fiat…”.
    “De Bendedetti entra ed esce dalla massoneria come da un taxi ” (Stefano Cigolani)
    DE BENEDETTI, EUGENIO SCALFARI E LA MASSONERIA. UNA VITA PER IL POTERE |
    .
    Citazione Originariamente Scritto da Stealt Visualizza Messaggio
    Allegato 1709337



    le persone stupide proliferano



    La crisi economica

    ha capovolto la fottutissima evoluzione.

    Il benevolo e il saggio, sono stati contrastati e ostracizzati.

    L'italiano continua a diventare sempre più stupido.

    L’insensibilità è un’abitudine, la stupidità, è stata spinta ai limiti dell’immaginabile.


    Darwin si sta rivoltando nella bara.

    I più saggi, stanno sopravvivendo molto meno spesso…

    Ora tutto sembra essere invertito..

    Qualcuno ha attivato un miscelatore nella piscina genetica.

    Ora la mentalità della folla incazzata non è più l’eccezione, è la regola.

    È un po’ come Charlton Heston, nel “Il Pianeta delle scimmie”,

    arenato su un pianeta di primati,

    con gli eserciti d scimmie, che obbedivano ai gorilla,

    e su tutti un governo di “oranghi”

    Con i seguaci che seguendo le favole e le stupidaggini ,

    gli permetteranno di governare senza riguardo.

    Non c’è scampo per la democrazia quando l’ignoranza è celebrata.

    Il voto di un politologo, vale quanto quello di un ignorante di ritorno.

    La maggioranza comanda, non sta negli ospedali psichiatrici.

    Talvolta la voce dei più “balordi e cialtroni” offre le soluzioni più grandi…

    Che cosa ci resta?

    Un popolo d’incazzati in gravidanza,

    che sentono che è loro dovere ripopolare la patria

    trasmettere, attraverso la cultura dei sempliciotti, le soluzioni……..

    su come arrivare ai problemi,

    con buona pace della prosperità.


    Msg in codice.



    N.B.
    il pensiero dell' autore,rappresenta la linea editoriale de Allegato 1709336, che rimane autonoma e indipendente.


    P.s.

    per le prossime elezioni
    facciamo omaggio

    Allegato 1709338

  9. #9
    L'avatar di Vadobene
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    E i sinistrati vengono qui a farci la predica?
    Il PD fa il PD e le banche fanno le banche?

    Ma andate a quel paese….

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Stealt Visualizza Messaggio
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    Di rispondere nel merito, ovviamente, nemmeno ci provi, eh?

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