Settore oil e materie prime in generale
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  1. #1
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    Settore oil e materie prime in generale

    Vorrei iniziare questa discussione su tali settori in estrema difficoltà.

    Potremmo quasi affermare che siamo in una fase di panic selling.

    Spero che gli esperti della sezione possano fornirmi lumi,spiegazioni,punti di vista,opinioni su tale argomento.

  2. #2
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    Inizio con due articoli cardine

    Petrolio: winners & losers
    La recente debolezza (eufemismo) di molte materie prime – in particolare quelle energetiche ed alcuni metalli industriali – ha avuto un significativo impatto sulle azioni delle industrie che da queste dipendono.

    Tutti coloro che affermano che prezzi più bassi saranno una manna per le economie occidentali (ed alcuni emergenti) che sono importatori di petrolio non hanno capito che questo non garantisce automaticamente un aumento della domanda e dei consumi. I margini di profitto potrebbero migliorare temporaneamente in alcuni settori (ad esempio quello manifatturiero), ma se questo porta nel medio periodo ad una guerra di prezzi su tutti i fronti, quello che finiamo per ottenere è una spirale deflativa che minaccia i salari e soprattutto il debito.

    Detto questo, senza avere nessuna pretesa di sapere dove andrà il prezzo del petrolio nei prossimi mesi, vediamo quali potrebbero essere i vincitori ed i vinti in alcuni settori se la situazione attuale dovesse perdurare.

    Oil & gas: la prima industria a risentire del crollo del prezzo del prezzo del petrolio è ovviamente quella estrattiva (Exploration&Production, E&P), con molte aziende costrette a ridurre le spese per capex – in alcuni casi in maniera drammatica - e, nel tempo, i target di produzione. Quelle che reggeranno meglio l’urto saranno le cosiddette “integrate” (cioè attive nell’intera catena produttiva, dall’estrazione alla raffinazione ed alla vendita dei prodotti finiti) e tra le E&P quelle con bilanci solidi (poco debito) e costi di produzione contenuti, che potranno permettersi di superare anche un prolungato periodo di volatilità nei prezzi.

    Oil & gas services: di conseguenza, un impatto ancora maggiore sarà quello subito da tutte le aziende che dipendono in maniera quasi esclusiva dagli investimenti di E&P (Halliburton, Baker Hughes, Saipem, Vallourec, Tenaris, Technip, …).

    Aerolinee & aerospaziale: il petrolio costituisce circa un terzo dei costi operativi delle linee aeree, che quindi beneficeranno dalle condizioni attuali, ed in maniera maggiore quelle che non hanno coperto interamente il rischio di prezzo. Il maggior impatto positivo in termini di utili dovrebbero averlo AirFrance-KLM e Lufthansa, molto meno Ryanair e EasyJet data la loro propensione a coprire quasi tutta l’esposizione al petrolio.

    Nel settore aerospaziale, invece, un basso prezzo del petrolio permette alle aerolinee di utilizzare più a lungo i veicoli esistenti e dovrebbe portare ad una domanda più contenuta per nuovi aerei: con il petrolio stabilmente sotto i $60, la convenienza a rinviare gli acquisti aumenta in maniera esponenziale. A parziale bilanciamento, i bassi tassi d’interesse favoriscono invece l’acquisto in leasing di nuovi aerei, tipicamente più efficienti dal punto di vista dei consumi. Tra le aziende europee che potrebbero rimetterci vi è Airbus; dal lato dei vincitori ci saranno quelle che si occupano di ricambi e servizi after-sales, come Rolls-Royce, Safran e MTU.

    Trasporti: il trasporto del petrolio in paesi come US e Canada è stato uno dei fattori che ha favorito la crescita dei fatturati e degli utili di molte ferrovie, e quindi il crollo del prezzo – dove si traduce in minore produzione – ridurrà anche le attività di trasporto. A risentirne potrebbero essere in particolare le aziende canadesi (Canadian Pacific Railway, Canadian National Railway) più esposte alle tar sands, meno quelle americane (CSX, Norfolk Southern).

    Automobili: in Europa, dove le tasse pesano per il 75%-80% del prezzo al dettaglio della benzina, il legame tra prezzo del petrolio e domanda di automobili è molto tenue. In mercati come gli US dove l’incidenza delle tasse è inferiore, il calo del petrolio potrebbe invece spingere a maggiori acquisti, soprattutto di veicoli più grandi e nelle categorie superiori. Altro impatto è dovuto alla riduzione del costo unitario di tutte le componenti in plastica all’interno dei veicoli. Tra i vincitori ci saranno tutti i produttori con esposizione al mercato US, tra i quali FCA (Fiat), GM e Ford, e le aziende tedesche “premium” (Mercedes, BMW ed Audi, posseduta da Volkswagen).

    Chimici: i prezzi di quasi tutti i materiali di base sono strettamente correlati al petrolio, e le quotazioni di molte aziende sono scese assieme al settore energetico negli ultimi mesi. A livello europeo, la situazione attuale potrebbe essere negativa per quelle aziende (BASF, Lanxess, Novozymes, Linde e Air Liquide, ad esempio) che subiranno l’effetto negativo sul pricing dei loro prodotti. Una seconda conseguenza è che gli acquirenti riducono gli ordini e preferiscono utilizzare le scorte esistenti con l’idea di approfittare di prezzi ancora più bassi in futuro. Gli unici che potrebbero trarne beneficio sono le aziende che producono vernici e collanti, dove i prezzi sono più stabili ed una significativa parte dei loro costi è legata al petrolio (ad esempio Akzo Nobel). Se il crollo del petrolio si trasferisse anche alle commodities agricole, questo sarà negativo anche per K+S, Yara e Syngenta.

    Utilities: il prezzo del petrolio non è più il fattore chiave nel mercato dell’elettricità, lo sono piuttosto il carbone ed il gas, che non hanno al momento sperimentato lo stesso crollo (i prezzi sono diminuiti ma in maniera inferiore). Non di meno, la situazione attuale di bassi prezzi e bassi tassi d’interesse dovrebbe essere comunque positiva per utilities come Red Electrica ed Iberdrola, mentre potrebbero fare meno bene quelle che hanno una qualche esposizione all’estrazione (upstream) del gas come Centrica, GDF e E.On.

    Capital goods: storicamente, queste aziende fanno meglio in periodi di prezzi delle commodities in aumento, in quanto il pricing power sul lato della domanda è più che sufficiente a compensare per l’aumento dei costi di produzione, facendo quindi aumentare i margini. Al contrario, prezzi delle materie prime in diminuzione portano ad una contrazione della domanda e dei margini. Nella situazione di deflazione attuale, le aziende che faranno meglio sono quelle con pricing power (Assa Abloy, Legrand), che non hanno alcuna esposizione ad Oil & Gas. Al contrario, a risentirne saranno proprio quelle aziende con questa esposizione, come Sulzer, Weir, Smiths e, in maniera inferiore, Atlas Copco, ABB e Siemens.

    Minerari: a livello generale l’impatto del prezzo del petrolio è neutrale: l’oro nero è uno dei principali costi per l’industria estrattiva e dovrebbe quindi esserci una riduzione dei costi, beneficio che però potrebbe essere annullato perché la minor domanda di petrolio a livello mondiale coincide in genere con minor crescita economica e quindi pressioni ribassiste sui prezzi dei metalli industriali. Tra le aziende più grandi, BHP potrebbe essere un perdente (relativo) per la sua esposizione diretta all’estrazione del greggio, mentre Rio Tinto potrebbe essere un vincitore (sempre relativo).

    Retailers: prezzi in calo per le materie prime sono tipicamente positivi per le famiglie, perché diminuiscono i costi per trasporto e, nel tempo, le fatture per elettricità e gas. A beneficiarne tra i retailer dovrebbero essere quelli focalizzati sulle fasce più a basso reddito della popolazione (dove la diminuzione delle spese sopra menzionate è proporzionalmente maggiore), anche se a livello internazionale la situazione è complicata dai movimenti relativi delle valute: ad esempio, Inditex dovrebbe beneficiare dal deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro (mentre H&M ci perde), ma Inditex ha anche una significativa esposizione alla Russia.

    Beverages, food & household products: la diminuzione nel prezzo del petrolio riduce i costi di produzione dei principali beni di consumo, sia per quello che riguarda i contenitori (vetro e plastica) che il loro trasporto. A beneficiarne potrebbero essere sopratutto Anheuser-Busch InBev, Diageo, Pernod, Heineken, Reckitt Benckiser e Unilever, che hanno molta esposizione a US ed Europa. Tra i perdenti principalmente Carlsberg, che ottiene il 30% dei propri profitti in Russia.

    Farmaceutici: storicamente, la diminuzione del prezzo del petrolio è stata positiva per i titoli farmaceutici, ma non per una questione di fondamentali quanto di rotazione degli investimenti, in quanto i gestori tendono a vendere i titoli energetici e comprare quelli più difensivi (quindi farmaceutici ma anche beverages&food e prodotti per la casa).

    Tecnologia: probabilmente il settore meno impattato dai prezzi delle materie prime, se non per gli effetti collaterali della variazione della crescita economica (positiva o negativa).

    Infine, le banche: il prezzo del petrolio non è una reale variabile nel loro conto economico, lo sono piuttosto l’impatto sul PIL, la domanda di credito e la curva dei tassi. Con l’eccezione di quei paesi (Canada, Norvegia, Australia) dove il sistema bancario domestico è molto esposto alle fluttuazioni delle commodities, le banche non dovrebbe risentire in maniera significativa di quanto accaduto negli ultimi mesi, anche se molto dipende dal mix del loro fatturato.

    Prezzi delle commodities più bassi significano minor richiesta da parte delle aziende di soluzioni di copertura, che riduce i ricavi da trading. Per i prestiti, in alcuni segmenti quelli legati ad energia e minerari – soprattutto in Nord America - sono cresciuti moltissimo negli ultimi anni, che potrebbero diventare un fardello se l’attività in questi settori continuasse a contrarsi. Per quello che riguarda l’advisory, tra le banche più grandi quelle con maggiori ricavi dal settore energetico sembrano essere Citigroup, Wells Fargo e Barclays, mentre JP Morgan, Goldman Sachs, Credit Suisse, Deutsche Bank e Bank of America hanno una minore esposizione percentuale in questo segmento.

    Nell’analisi degli scenari macroeconomici, negli ultimi tre mesi si è passati da: “Il petrolio sotto $90 sarà uno stimolo per l’economia” (e quindi le banche), a: “Il petrolio a $50 cambierà tutto”, per finire con: “Aiuto! I default nel settore energetico saranno i nuovi sub-prime!”.

    Quello che dovrebbe maggiormente preoccupare non sono i (possibili se non molto probabili) default di prestiti ed obbligazioni, ma come sempre quello che non si vede nei bilanci delle banche (dark debt). Si tratta di tutto quel debito che non è ancora stato riflesso nei prezzi di mercato dei vari assets, come ad esempio i finanziamenti off-balance sheet o strutturati delle banche che sono collegati in qualche modo ai prezzi delle commodities. Alle posizioni unhedged ed al debito verso produttori/estrattori va infine aggiunta l’esposizione (diretta o indiretta) alle nazioni produttrici di petrolio, soprattutto nei mercati emergenti, perché quello che succede è una redistribuzione del reddito dagli esportatori netti agli importatori netti.

    Mr. Market Miscalculates: Petrolio: winners & losers

  3. #3
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    Le mie previsioni sul petrolio (ed alcune considerazioni sul settore)
    Mi dispiace deludere chi è stato attirato dal titolo, ma non ho la minima idea di dove sarà il prezzo del petrolio tra un mese o un anno. C’è però una buona notizia: non lo sanno nemmeno tutti quelli che vi dicono invece cosa succederà esattamente!

    In questi giorni si leggono infatti commenti, interviste ed interventi di dozzine di persone che si sono improvvisamente scoperte esperti di petrolio e geopolitica che predicono che presto tornerà a $100/barile oppure resterà a $50 per sempre. Cercando qua e là si possono trovare le previsioni di alcuni analisti che erano effettivamente negativi: uno di questi, molto quotato, è Ed Morse di Citigroup, che aveva espresso le sue opinioni ribassiste nel 2012, 2013 ed all’inizio del 2014. Ma anche lui aveva previsto un obiettivo di “soli” $75.

    La conclusione più logica è che nessuno di quelli che abitualmente fa queste previsioni si aspettasse un calo così repentino: sarei quindi molto cauto nel stare a sentire chiunque dica di sapere cosa succederà adesso. E non mi interessano le teorie di cospirazioni tra Arabia Saudita, US e Russia.

    La mia opinione è che la situazione attuale sia la conseguenza di una combinazione dell’aumento dell’offerta (con il petrolio sopra i $100 molti progetti di esplorazione sono redditizi; e nazioni/aziende indebitate devono pompare più greggio per far fronte alle loro passività quando i prezzi scendono) e traders che sfruttano il momentum. Ma è un’opinione come un’altra, non ho nessuna prova che sia effettivamente così.

    Un prezzo basso è positivo per l’economia?
    Anche se non si ha nessuna idea di dove il prezzo del petrolio possa andare, è comunque importante cercare di capire quali sono le possibili conseguenze se dovesse rimanere così basso. Al contrario dell’oro, il petrolio è infatti necessario al funzionamento dell’economia globale.

    L’idea comune è che un prezzo basso sia un bene per i consumatori: se si spende meno alla pompa di benzina si hanno più soldi per acquistare altre cose, che dovrebbe essere positivo per l’economia. Ma, un momento: non si è detto fino ad oggi che il peggior problema per la ripresa dell’occidente è proprio la deflazione? Quindi perché la deflazione attraverso i prezzi del petrolio dovrebbe adesso essere un bene? C’è forse una deflazione buona ed una deflazione cattiva? Pur non essendo un economista, ho i miei dubbi che un prezzo del petrolio basso sia in ogni caso favorevole per nazioni indebitate che hanno problemi deflativi. Bisognerebbe conoscere bene la relazione tra prezzo della benzina e tassazione in ogni paese per capire se uno stato ne beneficeranno o meno.

    Un altro aspetto: gran parte dei petrodollari sono stati riciclati negli ultimi anni nel mercato azionario. Non solo i paesi del Medio Oriente, ma anche ad esempio il fondo sovrano norvegese (Government Pension Fund Global gestito da Norges Bank) oggi è uno dei maggiori investitori in moltissime aziende europee, comprese le small-cap.

    Petrolio ed aziende del settore energetico
    Chiaramente, tutte le aziende legate al petrolio stanno soffrendo in questi giorni: anche se ci sono business con un’esposizione maggiore (E&P, rigs) e minore (storage), l’intera industria non è certo felice dopo un calo del 50% in pochi mesi.

    Il P/E del settore energetico in UK è oggi di 10x, in Europa è a 9x e negli US appena superiore (alcuni paesi come la Russia sono anche molto più bassi), valori simili a quelli toccati nel 2008-2009. Molte di queste aziende oggi sembrano estremamente attraenti se confrontate con il recente passato, ma occorre fare attenzione. Se si guarda a EV/EBIT storici come fatto in questo blog, bisogna ricordare che i multipli passati sono calcolati su un prezzo di $100/barile e non di $60 come oggi.

    Il problema è sempre lo stesso: P/E e EV/EBIT, per quanto utili, non sono la stessa cosa della componente più importante nelle valutazioni, ovvero i cash flows. Con gli utili non si pagano i dividendi e nemmeno si fanno gli investimenti necessari. Quello che permette di fare tutto questo sono proprio i cash flows, che per le aziende energetiche sono spesso inferiori ai profitti anche quando il prezzo del petrolio è elevato. In una nota recente, Jeremy Grantham di GMO riassume questo punto in maniera esemplare: nel 2013 l’industria petrolifera ha speso $700 miliardi (rispetto a $250 miliardi nel 2005) per trovare nuove riserve che alla produzione attuale coprono appena 4 mesi e mezzo. Le industrie energetica e mineraria devono spendere enormi risorse solo per mantenere i livelli di produzione attuali, e questo incide in maniera significativa sulla produzione di cash flows (e questo vale anche per tutte le aziende attive nello shale gas).

    Detto questo, un’azione che è crollata del 50% o più sembra un’opportunità irresistibile per un investitore value. Questo è tuttavia il classico caso di “fast thinking”, la reazione di “trying to catch a falling knife”. Un vero investitore deve invece essere sicuro che il valore (non il prezzo!) sia rimasto più o meno stabile.

    Per giustificare un investimento in azioni legate al petrolio basandosi sulla redditività storica, bisogna infatti assumere che due cose accadano contemporaneamente:
    il prezzo del petrolio risalirà
    le aziende saranno in grado di generare i margini di profitto del passato
    Si tratta quindi di due “scommesse” in una. Soprattutto per aziende capital-intensive, il secondo punto non segue automaticamente il primo (ammesso che anche questo si realizzi): se il ciclo attuale di bassi prezzi dovesse rivelarsi più lungo di quello che ci si aspetta, molti progetti di sviluppo verranno cancellati perché non più economici, e tutto quello che è collegato agli investimenti delle aziende energetiche sarà in guai seri.

    Un trader può semplicemente speculare su un rimbalzo e controllare ogni giorno come va. Ma per un investitore è necessario essere sicuri che l’investimento scelto sia soggetto a mean-reversion. Per le aziende capital-intensive e con molto debito, il rischio è che le migliori opportunità d’investimento si materializzeranno più avanti quando gli azionisti attuali saranno stati spazzati via (come nel caso di OW Bunker). Sia Blackstone che Oaktree hanno detto recentemente che stanno guardando al settore, e sono sicuro che oltre a loro tutti i grandi fondi di private equity/distressed investments stanno già contattando banker esperti.

    Potenziali opportunità
    È possibile che il ciclo attuale porti il settore Oil & Gas al classico momento di “Eureka!”, in maniera simile a quello che è successo per altre industrie che erano abituate a spendere enormi quantità di soldi. Ad esempio, la recente crisi ha portato le assicurazioni a ridurre le spese per far crescere i propri business, perché si sono accorte che non ottenevano rendimenti sufficienti su questi investimenti. Oppure i retailers, che attaccati dalle vendite online hanno smesso di crescere costruendo nuovi, inutili punti vendita. Forse anche l’industria energetica si accorgerà che spendere per mantenere appena la produzione attuale non ha molto senso (economico). A quel punto i cash flows dovrebbero migliorare e queste aziende diventare delle migliori proposizioni, anche se questa disciplina verrà a scapito di minore produzione futura.

    Le migliori occasioni al momento sono investimenti in “danni collaterali”, come aziende non energetiche in paesi che invece dipendono dal petrolio. La Norvegia è sicuramente un paese che adesso è divenuto ancora più interessante del solito, perché la sua stabilità ed i suoi fondamentali la mettono al riparo da ulteriori problemi. Lo stesso si può dire del Canada, anche se la situazione di molti E&P nel paese non è così rosea (ad esempio, Talisman Energy era scesa del 75% prima di essere “costretta” a vendersi a Repsol). La Turchia e la lira turca sono state colpite in maniera massiccia dalla crisi del rublo perché la Turchia è uno dei principali partner commerciali della Russia; ma è anche un paese importatore netto di petrolio e questo dovrebbe portare ad una diminuzione delle spinte inflazionistiche.

    Altri esempi che potrebbero essere interessanti includono le società di distribuzione del petrolio (non le raffinerie) o le aziende di infrastrutture come storage e natural gas grids, che guadagnano sul volume indipendentemente dal prezzo. Attenzione invece alle linee aeree che sono rimbalzate in alto nelle ultime settimane: il carburante è la componente maggiore dei loro costi ed indubbiamente nel lungo periodo beneficeranno di prezzi più bassi, ma nel breve potrebbero avere dei problemi di liquidità sui loro enormi hedge. Se un’aerolinee usa contratti forward per bloccare il costo del carburante, adesso devono offrire più collaterale alle loro controparte, perché questi contratti sono oggi enormemente negativi in termini di mark-to-market.

    I mie consigli:
    ignorate le previsioni sul prezzo del petrolio da parte di chi non aveva previsto la situazione attuale (essenzialmente: tutti!)
    evitate tutte quelle situazioni che sono overleveraged, a meno che non vogliate fare trading di breve
    cercate di capire quali parti del vostro portafoglio hanno un’esposizione (diretta o indiretta) al petrolio ed in quale direzione, e domandatevi se siete a vostro agio con questa esposizione
    non abbiate fretta, fate in modo che la parte “slow thinking” del vostro cervello assuma il controllo: le migliori opportunità arriveranno tra qualche tempo.

    Mr. Market Miscalculates: Le mie previsioni sul petrolio (ed alcune considerazioni sul settore)

  4. #4
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    un pezzo di Alessandro Fugnoli sull'oro.

    ORO OPACO 23 luglio 2015

    La caduta delle materie prime non significa né deflazione né recessione.

    Quando si parla di oro si vola sempre troppo alto. Si usano grandi
    concetti come la barbarie (quella di chi lo compra) e la civiltà (quella
    di chi se ne disfa per comprare la più evoluta cartamoneta). Si parla
    di grandi cicli inflazionistici o deflazionistici, di correlazione con il
    Quantitative easing, con il dollaro e con i tassi d’interesse. Ci si
    divide fra teorizzatori della grande guerra valutaria globale e del
    conseguente debasing sistematico di tutte le monete da una parte e,
    dall’altra, critici del braccio corto delle banche centrali, che dovrebbero
    stampare di più per impedire il collasso del sistema.
    Altre volte ci si butta sulla geopolitica, il petrolio, l’Isis, il Mediterraneo
    in fiamme, l’Iran con l’atomica, l’Ucraina e la nuova guerra fredda, il grande
    disordine globale. Oppure sul crash imminente delle borse e dei bond o, in
    alternativa, sull’eterna primavera che hanno scritta nel destino.

    Discussioni affascinanti, che lasciano però il tempo che trovano. Da
    quando Nixon, nel 1971, ha annunciato la fine del Gold Exchange Standard
    l’oro è riuscito a fare tutto e il contrario di tutto, correlandosi a volte
    positivamente e a volte negativamente con tassi, crescita, dollaro, petrolio e
    Quantitative easing. È triplicato tra il 2002 e il 2007, anni in cui i tassi
    americani sono stati ritoccati al rialzo una ventina di volte e in cui il mondo
    ha goduto di una formidabile espansione. Ed è poi di nuovo raddoppiato
    negli anni successivi, tra il 2008 e il 2011, mentre i tassi venivano
    precipitosamente tagliati e il mondo cadeva in una crisi gravissima seguita
    poi da una debole ripresa. E ancora, è raddoppiato nei primi
    due anni di Quantitative easing ed è passato da 1900 a 1100 dollari nei
    successivi tre anni di espansione monetaria globale. E si potrebbe
    continuare. Il fatto è che l’oro è forse il più ideologico (e quindi
    divisivo) tra gli asset. Chi lo ama lo comprerebbe, potendo, in qualsiasi
    circostanza. Chi lo disprezza lo venderebbe comunque. Ascoltare un
    dibattito tra un sostenitore e un denigratore dell’oro è come ascoltare
    una discussione politica o calcistica.
    Molta passione, molto sforzo argomentativo ma, chissà perché, nessuno che
    cambi mai idea alla fine del dibattito.
    E però l’oro si muove, e come, e una spiegazione bisogna pur tentare di
    darla. Meglio allora abbandonare i massimi sistemi e provare a volare basso,
    guardando a quante munizioni hanno a disposizione i venditori e quante ne
    hanno i compratori. Vedere insomma, indipendentemente dalle motivazioni,
    chi è più forte in campo.
    I venditori sono in primo luogo i produttori, le società minerarie che
    estraggono con il solo scopo di vendere sul mercato. Ci sono poi i cercatori di
    carry, ovvero quelli che si mettono al ribasso per incassare (quando c’è) il
    differenziale tra il prezzo spot e quello futuro. Ci sono infine le banche
    centrali dei paesi occidentali, che di oro fisico non ne hanno quasi più, ma che
    intensificano regolarmente la retorica anti-oro (e forse qualche intervento
    sottobanco) quando sentono nell’aria una possibile ripresa dell’inflazione.

    I compratori sono le banche centrali di molti paesi emergenti (tra cui
    Cina, Russia, Messico), gli investitori individuali di quasi tutta l’Asia e gli
    appassionati occidentali. Di recente si è aggiunta l’Isis, che nell’Iraq e nella
    Siria occupati fa circolare oro e argento monetati, sia come segno di solidità
    economica sia perché politicamente e teologicamente più corretti della
    cartamoneta in dollari.
    Da questa breve rassegna balza immediatamente in evidenza lo squilibrio
    dei rapporti di forza. I venditori hanno molte ragioni per vendere, i
    compratori hanno pochi soldi per comprare.
    Tra i venditori è interessante notare la forza quasi disperata con cui i
    produttori marginali, quelli tra la vita e la morte, continuano a estrarre.
    Miniere che in altre situazioni sarebbero state chiuse da tempo e società
    aurifere che in tempi normali sarebbero già fallite continuano a trascinarsi (e
    a scaricare merce sul mercato) perché la cassa che bruciano è
    finanziata da emissioni di junk bond tossici. In un mondo di tassi a zero
    e di liquidità sovrabbondante i creditori inseguono i debitori non per
    richiedere indietro i loro soldi ma per offrine loro degli altri.
    E poiché il management di una società mineraria in difficoltà in un bear market è
    costituzionalmente incapace di fare l’unica cosa che sarebbe razionale,
    liquidare la società e restituire il recuperato agli azionisti, ecco che gli
    sciagurati accettano i soldi, continuano a estrarre e fanno scendere
    ulteriormente il prezzo dell’oro.
    Il Quantitative easing e l’abbondante liquidità, ideati per sostenere la
    domanda e ravvivare l’inflazione, provocano perversamente il sostegno
    artificioso dell’offerta e mantengono in vita zombie che, facendo scendere i
    prezzi, creano altri zombie in un circolo vizioso. Questa dinamica è evidente
    su una scala molto più grande anche sul gas e sul petrolio e, in generale, su
    tutte le materie prime.
    Dal lato dei compratori (che sono in molti casi produttori di materie
    prime) si nota invece debolezza. La Russia, che produce oro e vorrebbe
    difenderne il corso, non ha più i soldi per farlo. A restare in campo sono
    quindi solo gli investitori individuali asiatici, i cui redditi crescono, con
    l’eccezione dell’India, più lentamente che negli anni scorsi.
    Quanto alla Cina, la persistenza di un surplus commerciale e la volontà
    politica di rafforzare con ampie riserve d’oro l’immagine del renminbi
    dovrebbero deporre a favore di una prosecuzione degli acquisti ufficiali di
    oro. Nella realtà, tuttavia, la crescente fuga di capitali (dovuta
    probabilmente ai timori della classe medio-alta di cadere vittima della
    campagna di moralizzazione in corso) sta provocando, per la prima volta,
    una riduzione delle riserve valutarie. Con meno soldi in cassa, la banca
    centrale cinese deve per forza limitare anche il suo impegno sull’oro.
    I mercati finanziari, in particolare le borse, tendono a vivere la discesa
    dell’oro, del petrolio e delle materie prime molto male. Invece di cogliere la
    sovrabbondanza dell’offerta vi leggono infatti una debolezza della domanda e
    pensano quindi a un rallentamento o addirittura a una recessione in arrivo. I
    bond, dal canto loro, si cullano un po’ troppo nell’idea che l’inflazione sia
    molto lontana e leggono semmai nell’oro debole la possibilità di deflazione.
    In realtà la debolezza delle materie prime non segnala di per sé né
    deflazione né recessione. La Fed ha in questo momento occhi solo per
    l’inflazione salariale, che comincia a dare segnali di vita e che vale da sola un
    aumento dei tassi. Quanto alla crescita globale, la mancanza di forza che
    stiamo vedendo è la stessa che vediamo da sei anni, né di più né di meno, per
    il momento. La disponibilità a finanziare i produttori di materie prime in perdita
    non sarà eterna. I primi default obbligazionari raffredderanno gli
    entusiasmi e piano piano i produttori marginali saranno costretti a uscire di
    scena, rendendo più equilibrato il rapporto tra domanda e offerta. Bisogna
    però dare tempo al tempo. Ci sembra quindi ancora presto per comprare oro e
    materie prime. Borse e bond, dal canto loro, si preparano a un
    agosto relativamente poco volatile. Non inganni, però, la calma apparente.
    Sotto la superficie il mercato è nervoso. La Fed alzerà i tassi in settembre e,
    di nuovo, in dicembre o gennaio. Non sarà una tragedia, per carità, ma
    bisognerà abituarcisi.

    http://www.kairospartners.com/sites/...n-20150723.pdf

  5. #5

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    Una considerazione: Ha senso parlare di recessione economica se le raffinerie vanno a pieno regime?

    Considerazioni varie:

    -EU e Australia: C'è un surplus di capacità di raffinazione, molte raffinerie sono vecchie e possono trattare pochi barili per essere competitive. Il crollo del prezzo del petrolio ha dato molto respiro e rallentato le chiusure.

    -Cina/ Mid East: Aumento della capacità produttiva con l'apertura di nuove e grosse raffinerie (parliamo di più di 500b/giorno trattati. La destinazione saranno sia il mercato interno che quello esterno.

    -Russia: Molti progetti di aggiornamento delle raffinerie sono stati rinviati.

    -La risposta migliore al calo del prezzo del petrolio è rinviare l'apertura di nuovi pozzi, mentre quelli attivi perdono la loro capacità produttiva. Nel futuro quindi avremo un aumento della domanda ed un calo dell'offerta.

    -Il costi di E&P stanno terribilmente calando.

    -La domanda di prodotti petroliferi non scomparirà domani. Anzi, ora che ci sono i prezzi bassi è facile che riceva una spinta ulteriore.
    ********
    Previsioni:
    Nel brevissimo mi aspetto un aumento delle scorte conseguente alla manutenzione autunnale ed un successivo rientro del problema in inverno.

    Sul lungo periodo è facile che il prezzo faccia un'impennata, parliamo di 1/2/3 anni.


    PS:
    In questo post ci sono molte considerazioni meritevoli del premio GAC.

  6. #6

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    Mi sento chiamato in causa.
    Rispetto ad una allocazione neutrale, sono molto sovrappesato sull'azionario basic materials (22,5% sul totale azionario) ed energy (9,3% sul totale azionario).
    E' superfluo dire che il mercato mi sta bastonando.
    Rispetto ad un msci world (EUR) 100%, con una allocazione 85% azionario, YTD sono a +4,2% vs +15% del world (EUR).
    Per rendersi conto dell'impatto del crollo delle commoditis sul mio portafoglio nell'ultimo periodo basti dire che alla data del 24/4 ero YTD +13,8% e oggi sono YTD +4,2%
    Sempre avanti fiducioso con ottica medio termine... prospettive di breve non sono assolutamente in grado di farne!
    Punto su una ipotesi di ripresa economica globale e non ho problemi ad essere contrarian rispetto al mercato preso dal panico, ciò è compatibile con il mio mindset.
    Tenete presente che l'allocazione 22,5% sul mining è dovuta al fatto che ho accumulato in modo significativo nell'ultimo mese, ma ora rallento e tiro i remi in barca, fiducioso sì ma non è il caso di essere avventato

  7. #7
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    In effetti i prezzi di alcune major sono scesi parecchio.

    Due domande a cui spero qualcuno risponda.

    Supponendo di voler investire in Exxon meglio acquistarla in dollari al
    NYSE o in euro in Germania?
    Capisco anche io che al NYSE è più liquida ma non l'acquisterei per
    trading. Pertanto mi chiedevo se vi sono vantaggi fiscali dall'acquisto
    in Europa.

    Supponendo di voler investire in Shell qualcuno sa quale è la differenza
    per gli investitori italiani fra l'azione di tipo A e quella di tipo B. So che
    la differenza sta nel diverso trattamento fiscale ma non riesco a capire
    quale è la reale differenza.

    Grazie

    N.

  8. #8
    L'avatar di zakzakit
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    Io ho acquistato diverse azioni americane sullo Xetra (però mai Exxon), il vantaggio è che puoi acquistarle a borsa americana chiusa senza necessità di acquistare prima o regolare dopo in dollari, e lo svantaggio è che lo spread è maggiore e per qualche titolo decisamente alto, ma questo dipende da azione ad azione e probabilmente per Exxon e per le altre azioni "US Stars" non è proibitivo. --> Exxon Mobil Corp. | Equity | 852549 | US30231G1022 | Börse Frankfurt (Frankfurt Stock Exchange)
    Sul dividendo pago il 26%+15%, e lo ricevo in euro al cambio della data di pagamento operato dalla banca.
    Se acquisto con Fineco sul NYSE prima devo cambiare gli euro in dollari, e il dividendo lo ricevo in dollari sempre con il 26%+15% di ritenuta, decido poi io se tenerlo in dollari o cambiarlo in euro.
    Per le Shell non ho esperienza diretta, comunque le Shell A sono soggette alla tassazione olandese e sul dividendo paghi il 26%+15%, le Shell B sono soggette a quella inglese e paghi il 26% e basta --> Difference between A and B shares - Shell Global
    Attenzione che anche le Shell olandesi sono siglate "PLC" e hanno ISIN che inizia per "GB". -->Search | Equities | Börse Frankfurt (Frankfurt Stock Exchange)
    E' un po' che non acquisto azioni inglesi sullo Xetra, se non ricordo male non si paga lo stamp duty dello 0.50% sugli acquisti applicato sullo LSE (cioè credo che lo stamp duty sia applicato alle transazioni effettuate in Gran bretagna e non alle azioni inglesi). Se è vero (e sottolineo il "se" come cantava Mina) in questo caso un vantaggio fiscale a comprare un'azione inglese sullo Xetra ci sarebbe.

  9. #9
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    Grazie zakzakit per la tua esaustiva risposta.
    N.

  10. #10
    L'avatar di maste
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    Attualmente ho due posizioni collegate al settore delle materie prime.

    Una posizione su Tenaris (quindi correlata al petrolio).
    Una posizione su Terra Nitrogen (inversamente correlata al gas naturale direttamente correlata a wheat,corn e soyebans).

    Prima detenvo una piccola posizione chiusa in perdita su Seadrill Ltd (settore oil services ,Norvegia).

    La mia posizione su questi titoli è pari al 6,13% (diminuita dal precedente 8,19%).

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