Fed, Warsh debutta sotto pressione: mercati e inflazione mettono alla prova la nuova linea sui tassi
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Kevin Warsh arriva alla sua prima riunione da presidente della Federal Reserve in un passaggio già delicato per la banca centrale americana. I tassi dovrebbero restare fermi, ma il vero tema sarà il messaggio: con l’inflazione risalita ai massimi da tre anni, l’economia ancora solida e i mercati che iniziano a prezzare un possibile nuovo rialzo entro fine anno, Wall Street cercherà nelle parole di Warsh il segnale di una Fed pronta a difendere la propria credibilità anti-inflazione.
Sullo sfondo pesano anche le pressioni politiche di Donald Trump per una politica monetaria più espansiva e lo shock energetico legato alla crisi con l’Iran, che rende più complesso distinguere tra rincari temporanei e nuove pressioni strutturali sui prezzi.
Warsh al debutto tra inflazione e mercati
A poche settimane dall’insediamento alla guida della Federal Reserve, Kevin Warsh affronta già un passaggio cruciale per la credibilità della banca centrale americana. L’inflazione è tornata ad accelerare ai ritmi più sostenuti degli ultimi tre anni, mentre all’interno del FOMC cresce il dissenso e il mercato obbligazionario sta rivedendo rapidamente le proprie aspettative: gli investitori vendono Treasury e aumentano le scommesse su un possibile rialzo dei tassi entro dicembre, in aperto contrasto con le pressioni del presidente Donald Trump per una politica monetaria più espansiva.
La riunione di questa settimana non dovrebbe riservare sorprese sul fronte dei tassi, attesi fermi nell’intervallo tra il 3,5% e il 3,75%. Il vero banco di prova sarà però la comunicazione di Warsh: la sua prima conferenza stampa, insieme al comunicato e alle nuove proiezioni della Fed, sarà analizzata da Wall Street per capire se la banca centrale intenda tornare a una postura più decisa contro l’inflazione. Un messaggio chiaro in questa direzione potrebbe rassicurare i mercati sull’indipendenza della Fed mentre, un tono troppo cauto, rischierebbe di alimentare i timori che Warsh possa subire le pressioni della Casa Bianca proprio mentre lo shock energetico legato alla crisi con l’Iran complica ulteriormente lo scenario macroeconomico.
Svolta più restrittiva: inflazione ed energia frenano l’ipotesi di tagli
Secondo ING, la riunione della Federal Reserve in programma tra martedì 16 e mercoledì 17 giugno dovrebbe chiudersi con tassi invariati, ma con un messaggio più prudente sul fronte dell’inflazione. Il miglioramento del quadro economico statunitense, con una crescita del PIL stimata tra il 2% e il 2,5%, un mercato del lavoro ancora in espansione e Wall Street sui massimi, rende più difficile per la Fed giustificare un orientamento accomodante. A pesare è soprattutto il ritorno delle pressioni sui prezzi, alimentate dal rincaro dell’energia e dai suoi primi effetti su carburanti, trasporti e tariffe aeree, con l’inflazione salita al 4,2%, sui massimi da tre anni.
Per ING, anche un accordo per la riapertura dello Stretto di Hormuz non basterebbe a riportare rapidamente i prezzi energetici sotto controllo, perché la ricostituzione delle scorte in Europa e Asia e le incertezze sulla sicurezza delle rotte manterrebbero sostenuta la domanda di energia almeno per diversi mesi. In questo scenario, la banca si aspetta che Kevin Warsh, alla sua prima conferenza stampa da presidente della Fed, riconosca che le condizioni attuali non giustificano tagli dei tassi, pur evitando impegni espliciti sulla traiettoria futura della politica monetaria. Lo scenario centrale di ING resta quello di una pausa prolungata: la Fed potrebbe scegliere di guardare oltre il picco energetico di breve periodo, mantenendo i tassi fermi a lungo, anziché procedere subito con un nuovo rialzo.
PGIM: Warsh alla prova della credibilità anti-inflazione
Secondo Daleep Singh, Vice Chair e Chief Global Economist di PGIM, e Robert Sockin, Chief U.S. Economist della società, nelle ultime settimane la comunicazione della Federal Reserve si è spostata in modo netto verso toni più restrittivi. Il cambiamento, osservano i due economisti, è proseguito anche dopo l’insediamento di Kevin Warsh alla presidenza della Fed: se fino a un mese fa alcuni membri del FOMC parlavano ancora di una graduale riduzione dei tassi nel tempo, oggi quel linguaggio è quasi scomparso.
Aumentano gli interventi che aprono alla possibilità di nuovi rialzi, spesso ampliando le condizioni che potrebbero giustificarli. Per PGIM, il nuovo presidente dovrà chiarire se intende restare fedele alla linea secondo cui la Fed deve reagire con tassi più alti anche agli shock dal lato dell’offerta, oppure se privilegerà una lettura più favorevole dell’inflazione di fondo, lasciando aperta la strada a una discesa dei tassi nel tempo.
Alla luce del rapido peggioramento del quadro degli ultimi mesi, Singh e Sockin ritengono più probabile la prima ipotesi. Anche in presenza di dati core migliori delle attese, l’inflazione resta lontana dall’obiettivo del 2% e Warsh potrebbe avere bisogno di un primo “momento Volcker” per rafforzare la propria credibilità anti-inflazione. Il vero nodo, secondo PGIM, sarà capire se esista una copertura politica sufficiente per consentire alla Fed di alzare i tassi: se eventuali rialzi venissero presentati come una mossa precauzionale contro l’inflazione da offerta e contro il recente aumento dei rendimenti dei Treasury a lunga scadenza, quella copertura potrebbe esserci.