L’ultimo ultimatum tiene sotto scacco Borse e petrolio. Alert di Dimon
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Conto alla rovescia sui mercati in attesa della scadenza dell’ultimatum fissato da Donald Trump per un accordo con l’Iran.
Borse in ansia
Ieri Wall Street ha chiuso in rialzo sulle speranze per un imminente accordo per una tregua di 45 giorni. Teheran ha rigettato la proposta statunitense e nella notte i futures Usa hanno virato in rosso in un clima di crescente attesa per il nuovo ultimatum lanciato dal presidente Donald Trump all’Iran sullo Stretto di Hormuz. Il timore è che in caso di assenza di accordo diplomatico, che comunque appare più vicino dopo le trattative serrate di ieri, ci sia una nuova escalation militare in Medio Oriente.
L’S&P 500 ieri ha terminato in rialzo di circa lo 0,4%, con il Nasdaq Composite che ha registrato una performance simile, mentre il Dow Jones Industrial Average ha guadagnato oltre 160 punti.
Gli investitori hanno momentaneamente scommesso su uno scenario di de‑escalation dopo l’annuncio di un’iniziativa di pace appoggiata dal Pakistan nel quadro dei negoziati tra Washington e Teheran.
Il presidente Usa ha reiterato dalla sua piattaforma social Truth Social una richiesta perentoria e carica di toni aggressivi, invitando Teheran a “aprire il fottuto Stretto” e minacciando conseguenze estreme in caso di mancata compliance. Nel contempo, Trump ha annunciato che i colloqui con l’Iran procedono “bene”, ma ha sottolineato che riaprire lo Stretto resta una “priorità enorme”. Secondo alcune fonti, una proposta di pace, sostenuta da Islamabad, è attualmente al vaglio delle parti, anche se il governo iraniano resta scettico e ha già respinto in passato diversi tentativi di tregua.
Tensioni che tengono sotto scacco il prezzo del greggio. Dopo una discesa fino a -2% nella giornata di ieri, il Wti stamattina sale del 2% circa oltre ii 115 dollari al barile, mentre il Brent si colloca appena sotto i 111 dollari. Il rialzo è il terzo consecutivo per il Wti, alimentato dalle dichiarazioni di Trump che non esclude attacchi mirati contro ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture strategiche iraniane entro la scadenza di stasera.
L’Iran ha avvertito che eventuali bombardamenti contro le sue infrastrutture saranno risposti con attacchi mirati all’oleodotto e alle installazioni energetiche del Golfo, aumentando il potenziale per un nuovo collasso dell’offerta globale di petrolio e una compressione ulteriore dei margini delle raffinerie.
Transiti in aumento a Hormuz
Il traffico nello Stretto di Hormuz intanto ha mostrato segni di ripresa, con un numero crescente di petroliere che hanno ripreso a transitare e alcune grandi importatrici asiatiche come Cina e Giappone che hanno accelerato le consegne per accumulare scorte. L’Iea ha rivisto al rialzo le stime di prezzo medio per il 2026, con Brent intorno agli 80–90 dollari al barile se il transito attraverso lo Stretto tornasse a normalizzarsi, mentre scenari di maggiore instabilità potrebbero portare il benchmark a testare ampiezze ben oltre i 120 dollari.
L’alert di Dimon
In settimana focus anche sul dato sull’inflazione che potrebbe influenzare il timing della Federal Reserve, con tagli dei tassi sempre meno probabili con le pressioni sui prezzi in aumento.
Il ceo di JP Morgan, Jamie Dimon, ha bollato come “regno dell’incertezza” l’attuale situazione geopolitica a cui si aggiungono le tensioni commerciali e sui private credit. Il caro-greggio e saletta di Dimontischia di comportare un’inflazione più persistente e tassi di interesse più elevati rispetto alle previsioni dei mercati.