Notizie Notizie Mondo Oro verso peggiore settimana da 2020. Perché la risalita dei tassi Usa è un tema centrale

Oro verso peggiore settimana da 2020. Perché la risalita dei tassi Usa è un tema centrale

20 Marzo 2026 11:01

L’oro si appresta a mandare in archivio la peggiore settimana degli ultimi sei anni, a causa del conflitto in Medio Oriente che ha messo sotto pressione i prezzi dell’energia e ridimensionato le aspettative di un nuovo taglio dei tassi.

Oggi le quotazioni sono in ripresa, poco prima delle 11 il prezzo del lingotto “spot” (con consegna immediata) mostra un rialzo di oltre l’1% e si avvicina nuovamente alla soglia dei 4.700 dollari l’oncia. Tuttavia, il saldo settimanale evidenzia al momento una flessione di circa il 6,2% (maggior calo da marzo 2020).

Il quadro è completamente cambiato nelle ultime settimane: l’impennata dei prezzi del petrolio, del gas naturale e dei carburanti, innescata dal conflitto, sta alimentando i timori di inflazione e riducendo le prospettive di una riduzione del costo del denaro da parte delle banche centrali.

Metalli preziosi in panne, ribassi di oltre il 6% per l’oro

Settimana in rosso per i metalli preziosi, in particolare per oro e argento. Ieri, spiegano gli strategist di Mps Capital Services, è proseguito “il tracollo dei preziosi, con l’indice del settore in calo di circa il 6%”. A penalizzare il comparto sono soprattutto i timori di una nuova fiammata inflazionistica legata ai prezzi dell’energia, che stanno ridimensionando le aspettative di un taglio dei tassi d’interesse.

Dopo l’attacco del mese scorso di Stati Uniti e Israele all’Iran, il metallo prezioso ha imboccato una traiettoria ribassista, cedendo terreno di settimana in settimana. A impattare, in particolare, sulle quotazioni il rialzo dei rendimenti dei Treasury e del dollaro, le vendite di lingotti da parte degli investitori per coprire le perdite in altri asset e i deflussi dagli ETF.

Proprio questa settimana sono andate in scena le riunioni di alcune tra le principali banche centrali. Mercoledì sera sono arrivati gli annunci della Federal Reserve (Fed) statunitense che ha mantenuto i tassi invariati, come ampiamente previsto. Il presidente Jerome Powell ha sottolineato che, per riprendere l’allentamento, saranno necessari progressi sul fronte dell’inflazione.

Nonostante il recente calo, l’oro rimane in rialzo di circa il 6% dall’inizio dell’anno. I prezzi avevano toccato un massimo storico di poco inferiore ai 5.600 dollari l’oncia a fine gennaio, sostenuti da un’ondata di buy da parte degli investitori, dagli acquisti delle banche centrali e dalle preoccupazioni per le minacce all’indipendenza della Fed da parte del presidente Usa, Donald Trump.

Ribassi oro? De Casa: “la ragione centrale sta nella risalita dei tassi Usa”

Può sembrare controintuitivo, ma l’oro non ha messo a segno un ulteriore allungo nonostante un contesto internazionale segnato da forte incertezza e da tensioni geopolitiche elevate.  In condizioni normali, uno scenario di questo tipo avrebbe sostenuto con maggiore decisione il bene rifugio per eccellenza”, spiega a FinanzaOnline Carlo Alberto De Casa, analista di Swissquote e autore del libro “I segreti per investire con l’oro”.

Secondo l’esperto, la ragione principale va però ricercata nella risalita dei tassi Usa, che ha riportato i Treasury al centro delle scelte degli investitori. “I Treasury sono tornati a rendere di più e hanno rappresentato per molti investitori un’alternativa all’oro. È proprio questo il punto chiave: a differenza dei bond, il metallo giallo non distribuisce dividendi, e tende quindi a perdere attrattiva relativa quando il rendimento dell’obbligazionario sale”.

C’è poi un secondo elemento da tenere in considerazione: dopo il forte rally dei mesi precedenti, molti investitori hanno scelto di alleggerire le posizioni. “Dopo una corsa che ha generato guadagni molto consistenti per una parte del mercato (in alcuni casi nell’ordine del 30%, del 50% o persino del 100%) l’area dei 5.000 dollari ha spinto molti operatori a monetizzare. In corrispondenza di livelli così rilevanti, è fisiologico assistere a vendite tattiche e operazioni di take profit, che hanno finito per contenere la spinta rialzista del metallo prezioso”, conclude De Casa.